Notizie

Loading...

sabato 25 febbraio 2012

Primavera Yemenita

L'unico candidato alle elezioni presidenziali di martedì, il vicepresidente Abd Rabbo Mansour Hadi, è stato eletto con il 99,8 per cento dei voti.

Hadi era l'unico candidato per succedere ad Ali Abdallah Saleh nel quadro di un accordo di transizione predisposto dalle monarchie del golfo.

giovedì 23 febbraio 2012

Beati gli ultimi

"Così come non può stupire che il cartello piazzato in una vetrina di Vicenza con scritto «Vietato entrare ai zingari» sia stato messo lì da Fatima Mechal, un'immigrata marocchina. È andata quasi sempre così, nella storia delle emigrazioni: quelli che stavano all'ultimo gradino della scala sociale, appena riescono a salire sul penultimo si voltano e sputano su chi ha preso il loro posto. Da anni quanti hanno letto un po' di libri sull'emigrazione tentano di spiegare agli xenofobi, che scatenano campagne furenti contro il diritto di voto agli immigrati nella convinzione che sarebbero tutti «voti comunisti», che non è affatto vero che quei voti andrebbero automaticamente alle «sinistre». Anzi, con ogni probabilità le preferenze di chi si è già inserito premierebbero in buona parte chi vuole la chiusura delle frontiere all'ingresso di nuovi immigrati, visti come concorrenti disposti a mettersi sul mercato del lavoro a prezzi stracciati".

Gian Antonio Stella, Corriere

martedì 21 febbraio 2012

Egitto e le barbe. Quando gli esperti "svaccano"

"Un altro motivo che ci porta a pensare a una lenta affermazione della democrazia è che i partiti islamici non hanno i mezzi per prendere il potere con la forza perché non controllano né la polizia né l’esercito e non hanno una milizia. Ci vorrebbero anni per organizzare, sempre che lo vogliano, una loro forza armata".

Olivier Roy, Internazionale

Hanno un nome «poliziotti con la barba» e una pagina Facebook che in pochi giorni ha raccolto seimila «mi piace». Sono i 150 poliziotti e ufficiali di polizia egiziani, che hanno fatto richiesta al ministero dell’Interno perchè permetta loro di farsi crescere la barba islamica, sostenendo che si tratta di un diritto costituzionale. Nella pagina web intitolata «Lasciamo la barba ai magistrati, all’esercito e alla polizia per commemorare la sunna (codice di comportamento ndr) del profeta», i promotori della campagna fanno notare che già esistono militari che si fatti crescere la barba in varie province egiziane. In un sondaggio pubblico condotto sul web, quasi 4.000 persone si sono dette favorevoli ai poliziotti con la barba, diventata uno dei simboli dell’islam più conservatore, mentre 447 persone si sono espresse per il no. I commenti sul web sono in gran parte di sostegno delle forze dell’ordine con la barba e di critica ai responsabili del ministero che hanno minacciato punizioni e diffuso circolari sull’obbligo di radersi. «Quando Hazem Abou Ismail (candidato salafita ndr) sarà eletto presidente, tutti potranno farsi crescere la barba in pace, perchè anche il presidente ce l’avrà», scrive un supporter della campagna, mentre un altro esprime maggiore cautela: «Non è il momento di seminare divisioni. Sono laureato di al Azhar e spero un giorno di vedere applicato il Corano, ma penso che tutte queste rivendicazioni abbiano una sola spiegazione, e cioè che la corrente wahhabita iper-integralista proveniente dall’Arabia saudita, vuole egemonizzare la scena islamica per eliminare i moderati». La rivendicazione ha aperto una querelle giuridica alimentata dall’intervento dell’ex capo dell’accademia militare Emad Hussein, secondo il quale la legge non proibisce ai soldati di non radersi, ma che l’usanza è che non abbiano la barba. A sostegno delle rivendicazioni dei poliziotti è sceso in campo anche il portavoce del partito salafita della Luce, Nader Bakar, che, riferisce l’edizione inglese online del Masri el Youm, ha bollato come inaccettabile che si invochi la punizione dei poliziotti con la barba. «Questi agenti hanno ottimi curriculum e vogliono seguire il modello del Profeta», ha detto Bakar, promettendo il suo sostegno anche in sede legale, se decidessero di fare ricorso davanti alla giustizia. La disputa sull’obbligo per gli uomini musulmani di farsi crescere la barba ha in passato coinvolto vari religiosi, mentre il numero di barbe lunghe in Egitto è in crescita costante, a conferma della diffusione crescente del fenomeno, come dimostrano i risultati elettorali, che vedono i partiti salafiti come seconda forza politica in Parlamento.

L'Arena

giovedì 9 febbraio 2012

Metti, un Muezzin nel parlamento...



Mamdouh Ismayl, avvocato e deputato salafita egiziano, ha iniziato il richiamo alla preghiera mentre era in corso una seduta del Parlamento al Cairo. Evidente l’imbarazzo dei deputati, anche di quelli del suo partito. Per riportare l'ordine in aula è intervenuto il presidente della seduta, Saad al-Katatni, esponente dei Fratelli Musulmani, che ha interrotto Ismayl, rimproverandolo: «Non è questa l’ora per fare la preghiera e lei non è più islamico dei presenti né più dotto in ambito religioso. Se vuole fare la preghiera può andare alla moschea che dista solo pochi metri dalla Camera». In seguito, sui media, si è scatenata l'orgia mediatica su "Appello alla preghiera si, appello alla preghiera no". In un paese sull'orlo della bancarotta.

martedì 7 febbraio 2012

Adel Imam, il comico terrorista

Dopo il caso di Naguib Sawiris, il tycoon egiziano rinviato a giudizio con l’accusa di "oltraggio all’Islam" per aver pubblicato sul suo account di Twitter una caricatura "islamica" dei famosi personaggi della Disney Minnie e Topolino, vale la pena sottolineare che pochi giorni fa, il famoso attore comico egiziano Adel Imam ha ricevuto una condanna a tre mesi di reclusione (commutabile in multa) per aver "offeso" l'Islam e i suoi simboli, tra cui la barba (sic), nei suoi film e opere teatrali.

La causa contro di lui è stata mossa da Asran Mansour, un avvocato vicino ad alcuni gruppi islamisti. Ora, chiunque abbia visto i film della star del cinema egiziano, protagonista di molti film di successo, conosciuti anche in Europa, come “The Yacoubian building” (Imam è considerato uno dei più grandi attori egiziani degli ultimi 40 anni e i suoi film sono sempre stati premiati al botteghino), sa benissimo che non vi è la minima traccia di "offesa" all'Islam bensi un'aperta e coraggiosa critica sia al fondamentalismo islamico che al regime di Mubarak (che non imponeva alcuna censura alle sue opere). Non a caso Imam è stato nominato "ambasciatore di buona volontà" dell'ONU.

Nabil Abdel Fattah, analista preso il centro di studi politici e strategici al-Ahram al Cairo, ha detto di ritenere probabile che la sentenza possa essere rovesciata in appello ma ha sottolineato che è sicuramente frutto della recente vittoria degli islamisti alle elezioni. Inutile dire che la sentenza ha seminato il panico negli ambienti artistici egiziani, sopratutto perché "retroattiva" e riguardante opere risalenti a dieci o vent'anni fa, come il famoso film "Il terrorista", del 1994, da cui è tratto il fotogramma sopra riportato. Come si chiede questo blog di Le Monde "I rivoluzionari egiziani hanno definitivamente perso la loro battaglia per la libertà? Nell'Egitto post-Mubarak la libertà di espressione sembra messa male più che mai". Già, alla facciaccia di chi applaudiva "la rivoluzione di Facebook".

domenica 5 febbraio 2012

Democrazia in Egitto? Solo se autoritaria (III)

Leggi la prima puntata
Leggi la seconda puntata

Ataturk è riuscito ad imporre la laicità e a spianare la strada per la democrazia nel paese sede dell'ultimo califfato perché - come già sottolineato - era "Un leader che non era influenzato da interessi personali, familiari, tribali o settari", concentrato sul benessere del proprio paese, dotato di carisma e di credibilità, circondato da un gruppo di ufficiali e politici organizzati che credevano in lui. L'esatto contrario di ciò che è accaduto nei paesi arabi finora, dove leader poco carismatici - alle prese con l'integralismo esportato dai paesi confinanti e con le pressioni dell'occidente - erano circondati da élite parassitarie. Come giustamente afferma Seyfi Tashan, presidente del Foreign Policy Institute di Ankara, maggiore think tank di politica estera turco: «Alcuni di questi Paesi hanno avuto dei dittatori che cercavano di imitare Ataturk ma erano corrotti. Bisogna separare l'arabismo dall'Islam, in questo senso la Turchia non è un modello per questi movimenti». Perché? «perché la maggioranza delle forze di opposizione di quei Paesi arabi si ispirano ai Fratelli musulmani, movimento che guarda alla sharia, la legge islamica come fonte primaria del diritto».

Monica Ricci Sargentini sul suo blog pone quindi la domanda: "E voi cosa ne pensate? E’ giusto difendere la secolarità della Costituzione in un Paese in cui il 95% dei cittadini è musulmano?". Tempo fa un lettore italo-arabo che si professava laico (!) ha risposto a questa domanda scrivendomi che "pensare di vietare le barbe e il niqab in una società al 99% islamica è una strategia fallimentare". Invece no: fallimentare è ridurre l'Islam a precetti che con la fede c'entrano come i cavoli a merenda, dare per scontato che barbe e niqab siano l'islam, e lasciar fare - se non in nome della fede - allora in nome della "democrazia" e delle "libertà individuali", rinunciando a difendere la laicità anche con l'imposizione. A tal proposito, è interessante il caso della Tunisia neo-islamista, dove è stata netta la presa di posizione del ministro dell'Interno tunisino, Ali Laarayedh: "Il niqab non esiste nell'Islam e non ha alcuna base referenziale nella nostra religione. Si tratta solo di una interpretazione e di una scelta personale". Cosi come è stata netta la presa di posizione ufficiale dei presidi delle facoltà di Lettere e Scienze umanistiche delle Università di Sousse, La Manouba, Sfax, Kairouan e 9 Aprile di Tunisi che, con un documento congiunto, hanno riaffermato il loro rifiuto categorico all'uso del niqab. Non facessero cosi - gli islamisti pragmatici e i laici - la Tunisia diventerebbe nel giro di pochissimo un'emirato fondamentalista. Con l'imposizione. E i segnali non mancano.

Ma, ancora una volta, così come la Turchia non è un paese arabo, anche la Tunisia non è l'Egitto: diversi gli interessi strategici in ballo e quindi le interferenze da parte di paesi terzi, diversi i livelli di istruzione raggiunti e - piaccia o meno ai democratici da strapazzo - la radicazione della laicità imposta da Ben Ali. Qualcuno potrebbe dire che ciò che è accaduto e sta accadendo in Egitto non sia da imputare ai giovani rivoluzionari. Che dobbiamo avere maggiore fiducia e sostenere con più forza questi giovani nella loro lotta, recentemente scesi in piazza per gridare slogan anche contro i Fratelli Musulmani, scontrandosi con il loro servizio d'ordine davanti al parlamento. E io mi chiedo: chi dobbiamo sostenere esattamente? Questi non sanno neanche cosa vogliono: gridano slogan contro i Fratelli musulmani eppure vogliono che il potere passi subito dall'esercito al presidente del parlamento che appartiene alla Confraternita (!). E' vero: non si può accusare l'agnello dei danni provocati dal lupo. Ma il punto è un altro: è nella natura del lupo fare certe cose, quindi se è l'agnello a provocarlo e/o a spianargli la strada, senza essersi organizzato per affrontare le conseguenze di questa provocazione, allora tanto peggio per lui. Chi è causa del suo mal, pianga sé stesso. (Fine)

sabato 4 febbraio 2012

Democrazia in Egitto? Solo se autoritaria (II)


Non si tratta di essere "conservatori" o "reazionari" ma di prendere atto, cinicamente, della realtà:
piaccia o meno ai fanatici della democrazia, se un paese non è economicamente e culturalmente pronto a evolvere democraticamente, lo status quo è il male minore. Dopotutto la democrazia non è una prescrizione medica o una ricetta miracolosa capace di funzionare in qualsiasi contesto. Anzi, a volte può essere persino controproducente. Come giustamente ha scritto un anno fa Lev Grinberg in questo editoriale:

"
Vorrei tuttavia avvertire gli attivisti democratici in Egitto, e soprattutto i loro seguaci in Medioriente, che la democrazia non è la soluzione a tutti i problemi. Non risolve necessariamente i problemi legati alla povertà e alle disuguaglianze economiche, né i conflitti culturali relativi all’identità comune dei cittadini di una nazione (...) Quando manca l’equilibrio di potere tra le classi, e un’identità nazionale unica e consensuale, l’instaurazione automatica di principi democratici formali può perfino peggiorare le cose".

"Il sociologo politico Michael Mann ha dimostrato che, in questi casi, la democrazia serve solo ad intensificare le tensioni tra gruppi razziali e etnici, e a questo aggiungerei, nel contesto mediorientale, il conflitto tra gruppi confessionali diversi e fra gli ambiti religiosi e quelli laici". Proprio quello che sta accadendo in Egitto oggi, con gli scontri tra religiosi e laici, tra musulmani e cristiani, e persino tra tifosi di squadre calcistiche (una novità assoluta per l'Egitto, frutto non di un complotto di chissà chi ma di una percezione sbagliata della democrazia da parte di masse che la intendono come libertà di invadere il campo, aggredire i tifosi dell'altra curva e umiliare le forze dell'ordine). Una situazione che ha portato il paese sull'orlo della bancarotta e che di fatto sta acuendo le sofferenze della popolazione.

Ma come scrive Grinberg, "Per impedire questi possibili risvolti, bisogna conoscere le peculiari condizioni sociali ed economiche di ogni singolo paese e stabilire non solo formali principi democratici, ma anche altri elementi costituzionali, istituzionali e politici". Questo è un processo che ha bisogno di tempo, e che non si improvvisa. Come egiziano, che sicuramente conosce le condizioni sociali e culturali del proprio paese meglio di - che ne so - una giornalista occidentale che si improvvisa paladina della democrazia in virtù del fatto che traduce (magari dall'inglese, manco dall'arabo) gli articoli di qualche intellettuale egiziano, sono convinto che la strada per la democrazia e per la laicità in Egitto passi necessariamente attraverso un autoritarismo concentrato sul conseguimento del benessere economico e sull'educazione ai principi stessi della democrazia. Perché, come scrive Grinberg "non basta manifestare per la democrazia. Ciò di cui i paesi mediorientali hanno bisogno è il consenso politico sul riconoscimento reciproco dei diritti e della coesistenza".

Nel caso non si sia capito, sono un convinto assertore del modello kemalista per la transizione verso la democrazia, anche islamica, in Medio Oriente. Ataturk ha imposto le sue riforme laiche con la forza della legge e dei militari, a una società e un clero riluttanti, concentrandosi sulla modernizzazione del paese nello spirito del motto "Yurtta sulh, cihanda sulh". Fu lui a creare il consenso, politico e di massa, sul concetto di laicità e rispetto reciproco dei diritti individuali. E se oggi la Turchia - retta da un partito dal background islamico - è il modello invocato da tutti gli esperti per un Medio Oriente democratico, laico e prospero, lo dobbiamo proprio all'approccio autoritario e illuminato di Ataturk che ha spianato la strada per una democrazia degna di questo nome. Leggi la terza e ultima puntata.

venerdì 3 febbraio 2012

Democrazia in Egitto? Solo se autoritaria (I)

Ne è valsa la pena? Mi riferisco alla cosiddetta "rivoluzione di Piazza Tahrir", ovviamente. So già che alcuni risponderanno: "Ci vuole tempo, non si può giudicare una rivoluzione dopo appena un anno", "Bisogna pur cominciare da qualche parte altrimenti saremmo ancora sudditi del Re Sole", "Si, come no, ai tempi di Mussolini i treni arrivavano in orario". Però non posso esimermi dal porre questa domanda, perché - se il buongiorno si vede dal mattino - so per certo che l'esito di questa "rivoluzione" sarà - nella migliore delle ipotesi - un nulla di fatto e - nel peggiore - una catastrofe di dimensioni epocali.

Ciò che sta accadendo in Egitto in questi giorni, e ciò che vi è accaduto in questo ultimo anno, più che essere magnificato come "evento clou della Primavera Araba" dovrebbe diventare materia di insegnamento nei centri di studi strategici sotto il titolo "Come non fare una rivoluzione". D'altronde l'intera faccenda era iniziata con il piede sbagliato: l'avevo affermato ancor prima delle dimissioni di Mubarak mentre media, giornalisti, bloggers e galline varie starnazzavano su quanto fosse meravigliosa questa sollevazione fighetta, fatta di facebook e twitter e di giovanotti anglofoni che studiano all' università americana del Cairo, tacciando il sottoscritto di "vigliaccheria" e "disonestà intellettuale"...

Il punto è che io sono sempre stato convinto - e alcuni anni fa l'avevo anche scritto - che "i cambiamenti storici sono stati opera paziente e silenziosa di minoranze colte ed organizzate, di lobby e di corporazioni che sono sempre riuscite a ottenere risultati giocando le proprie carte con tutti i protagonisti presenti sulla scena". Ci volevano pochi minuti per capire che in Egitto, nonostante le apparenze (e le apparenze ingannano) non era in corso nessun cambiamento storico. Perché eravamo, sì, in presenza di una minoranza colta, ma scollata dal paese, dalle sue pulsioni e dalle sue aspettative e - cosa ancora più importante - per niente organizzata. Una minoranza che rappresentava sé stessa e le aspettative dei suoi referenti e finanziatori nel mondo occidentale, per nulla coincidenti con quelli delle masse egiziane.

Questi "fanatici di Twitter", come ebbe a definirli William Engdhall, hanno fatto la parte assegnata loro nell'accendere la miccia della rivoluzione usando i social media, senza rendersi conto che di fatti stavano dando fuoco alla santabarbara con loro all'interno. O forse erano tranquillizzati dall'idea che, anche se le cose fossero andate male, un visto per l'estero non glielo avrebbe negato nessuno. I fighetti di Tahrir hanno scelto, irresponsabilmente, di entrare in contrapposizione diretta con le forze che hanno sempre governato il paese, esplicitamente o implicitamente: dai militari agli islamisti, passando dai potenti oligarchi. E il bilancio di questo scontro, che non si è ancora concluso, è pessimo: hanno perso le elezioni, hanno dilapidato la simpatia popolare e ora manifestano a vuoto nella speranza (vana) di ripetere l'exploit di un anno fa, lasciandosi dietro una scia interminabile di morti.

Obiettivamente parlando, la strategia della contrapposizione ad oltranza intrapresa dai giovani sta portando il paese sull'orlo del baratro: dal parlamento zeppo di gente impegnata attivamente nella lotta al bikini ai ventimilioni che rischiano la fame in breve periodo, dalla riduzione della riserva di valuta estera all'asta andata deserta dei titoli di stato, dalla scomparsa del turismo alla mancanza di sicurezza. Ora, io credo che una rivoluzione si debba intraprendere se si ha la certezza che prima o poi il paese farà passi avanti, anche se sono da tenere in conto un po' di contraccolpi fisiologici. Se si ha invece la certezza matematica che smuovendo le acque, di passi indietro il paese ne farà centinaia e che sarà difficile, se non impossibile, recuperare il tempo perduto, pazientare e non fare nulla è molto più saggio che mettere in moto una macchina infernale di cui non si conosce né si può controllare o prevedere il funzionamento. Leggi la seconda puntata.

mercoledì 1 febbraio 2012

E ai rivoluzionari egiziani, uno zaino scolastico...

Tempo fa, un lettore di questo blog - di origini italo-arabe - ha scelto di non commentare più da queste parti perché secondo lui io avrei fatto "allarmismo" sulla presa di potere da parte di alcuni movimenti di ispirazione islamista in Egitto.

Secondo questo lettore infatti, questi movimenti sono "pragmatici" (qui un esempio di "pragmatismo"), e quello che scrivo "non è quello che pensano i laici egiziani, a cominciare dallo scrittore Alaa' Al-Aswani che ammiro moltissimo".

Ieri, dopo un anno dalla "rivoluzione" egiziana, Al-Aswani si è finalmente svegliato e ha preso atto della situazione:

"L'atteggiamento dei Fratelli Musulmani in parlamento è delicato e decisivo. Devono scegliere tra due opzioni: o rimanere inflessibili bigotti che credono che essi soli rappresentano il vero Islam e che chiunque sia in disaccordo con loro sia dalla parte sbagliata, nel qual caso gli obiettivi della rivoluzione saranno sostituiti con un programma morale, come è successo in Sudan, Afghanistan e Somalia, e invece della creazione di uno Stato equo essi si distrarranno, e distrarranno anche noi, con divieti di film e concerti e persecuzione delle donne che indossano pantaloni o costumi da bagno.(...) oppure la visione della Confraternita e dei salafiti dovrà evolversi in un modo che permetta loro di rispettare quelli che sono in disaccordo con loro e rendersi conto che quello che stanno offrendo è alla fine una interpretazione della religione non La Religione in sè, e che coloro che sono in disaccordo con loro non necessariamente congiurano contro l'Islam o sono ostili nei suoi confronti".

Insomma: il mio non ero affatto "allarmismo" ma una semplice lettura della realtà. L'opzione del "programma morale" è tuttora in piedi, e preoccupa non poco gli intellettuali laici. Altro che "pragmatici".

E a dimostrazione di ciò, vi propongo un'altra vignetta egiziana (ne trovate altre due
qui e qui): "Accordo concluso tra Fratellanza, Salafiti e i partiti laici e dei giovani rivoluzionari: alla Fratellanza due dicasteri strategici e il ministero dell'istruzione, ai Salafiti un dicastero strategico e il ministero della cultura, e ai partiti laici e ai giovani rivoluzionari uno zaino scolastico e un thermos".