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lunedì 30 aprile 2012

Decriptare la realtà egiziana

Ringrazio il portale Easyviaggio per aver segnalato Salamelik nella rubrica "I migliori blog di viaggio" sotto il titolo "Scoperta" definendo come suo punto forte il fatto che "I limpidi articoli di Sherif aiutano a decriptare la difficile realtà egiziana". In realtà questo blog, come ben sapete, è nato per parlare di problematiche relative all'immigrazione e all'integrazione in Italia. Ma a partire dall'anno scorso ha dovuto cambiare focus e concentrarsi su ciò che sta accadendo in Egitto. Questo "cambio di prospettiva" è stato ironicamente commentato da un mio lettore mentre segnalava l'ennesimo increscioso episodio collegato alla difficile realtà vissuta dagli immigrati in questo paese: "Il nostro Sherif pare sia troppo occupato a combattere i salafiti egizi e i rivoluzionari italici col culo al caldo per segnalare questa notiziuola".

E invece non è cosi: è che sul fronte immigrazione e integrazione in Italia credo di aver già scritto tutto quello che avevo da scrivere, anticipando di anni l'episodio su citato e tutti quelli che sono seguiti e che seguiranno: dai tunisini imbavagliati durante il rimpatrio al professore indiano aggredito in metro. Non me la sento più di ripetere come un disco rotto cose già ampiamente scritte sul razzismo dilagante, sulla bizantina legge per ottenere la cittadinanza, ecc. Ormai sul blog c'è un ampio numero di articoli che definiscono la mia visione sull'argomento. Non che non abbia più nulla da dire in merito, è che non sono mai riuscito ad eccellere nel "monologo alla pari" in cui è specializzata la sinistra italiana (qui mirabilmente spiegato da Miguel Martinez) che fa assomigliare i dibattiti sull'integrazione ad una seduta degli alcolisti anonimi, in cui gli immigrati giocano il ruolo degli eterni "indignati" che si piangono addosso mentre politici ed esperti di sinistra condividono il piagnisteo suggerendo loro di aspettare "tempi migliori" (ovvero quando vinceranno le elezioni), salvo non fare nulla di concreto una volta al potere per paura di perdere consenso.

L'approccio che la sinistra radical chic al caviale adotta in tema immigrazione è pericolosamente associabile a quello adottato da alcuni bloggers della gauche sardine riguardo alla cosiddetta "primavera araba": qualche fighetto egiziano dell'Università americana del Cairo è riusciuto a trascinare masse insoddisfatte in piazza? Allora prima o poi lì nascerà una bella democrazia "simile alla nostra". Il fatto che magari il paese possa trasformarsi in una realtà guidata dall'intrasigenza religiosa, ai ferri corti con tutti i vicini, ha cominciato (forse) a sfiorarli solo ultimamente. Quindi sono comprensibilmente preoccupato per il futuro dell'unico paese di cui porto la cittadinanza. Per quanto mi riguarda ciò che succede in Egitto non è uno spettacolo da seguire "live" su qualche canale satellitare col pop corn in mano per poi optare per un isolotto nei Caraibi come prossima meta per il lavoro o le ferie. Comprendere la delicatezza della situazione egiziana è vitale quanto il bisogno di capire la complessità del fenomeno migratorio. Anche perché ciò che succederà in Egitto, e nel mondo arabo in generale, avrà ampie ripercussioni sulla vita dei migranti e sulla percezione che l'opinione pubblica ne ha nel mondo occidentale.

mercoledì 25 aprile 2012

Buongiorno Democrazia

Ieri, la corte di appello egiziana ha nuovamente condannato Adel Imam - il più famoso attore comico del paese (e del mondo arabo) - a tre mesi di prigione e al pagamento di una multa, per aver "insultato l'Islam" in alcuni film (risalenti a più di 15 anni fa) in cui si metteva in ridicolo l'ipocrisia religiosa. 

La condanna, asserisce il New York Times, "allarma parecchio gli intellettuali e gli artisti liberali, già abbastanza preoccupati dalla crescita del potere degli islamisti dopo la cacciata del Presidente Mubarak. (...) benché esistessero leggi che criminalizzano l'offesa all'islam o alla cristianità da anni, le condanne sono state molto rare, specialmente nel contesto di film popolari. (...)  

Heba Morayef, ricercatrice di Human Rights Watch, afferma che si tratta di uno fra numerosi casi simili veriticatisi dopo la cacciata di Mubarak. E' una cosa davvero preoccupante".

martedì 24 aprile 2012

Quando l'Egitto diventerà l'Afghanistan...

Constato con piacere (sic) che quasi tutti gli osservatori che ci hanno rotto gli zebedei un anno fa con la "Primavera" araba, il miracolo della "rivoluzione" egiziana e altre invenzioni massmediatiche propinate da Aljazeera e buone per la strategia geopolitica del Qatar, si sono finalmente ricreduti sugli effetti benefici di questa "Primavera". Ora se ne stanno zitti e si guardano bene dall'azzardare ipotesi sul brillante futuro democratico e laico dell'Egitto, dove le forze islamiste si apprestano a conquistare il potere o della Libia, dove infuria la guerra civile nell'assoluta indifferenza dei mezzi di informazione.

Constato però con altrettanto dispiacere che questi stessi osservatori e cosiddetti esperti (ri-sic) si guardano bene dal riferire cosa pensano i protagonisti stessi di questa sfortunata stagione politica, quei "giovani borghesi anglofoni" che tanto hanno entusiasmato le galline del web italiano spingendole a scrivere un sacco di boiate (scusate il francesismo), tipo che il peso dei salafiti egiziani "viene esagerato" (salvo ritrovarsi con il candidato salafita favorito alle elezioni), che i "fratelli musulmani" si sono indeboliti (salvo ritrovare il 70% del parlamento nelle loro mani) e che i giovani faranno "miracoli" (salvo ritrovarli esclusi completamente, e a furor  di popolo - e di voti - dal processo politico).

E allora vediamo cosa scrive uno di quei giovani che tanto piacciono all'occidente, uno di quei blogger che non solo ha partecipato alla cosiddetta "rivoluzione" egiziana, ma è stato anche il primo a passare ben quattro anni in carcere per aver "insultato l'Islam e diffamato il presidente Hosni Mubarak": Karim Amer. Un'icona della libertà di espressione sul web, un campione dei diritti civili. Almeno per i fan di Facebook e gli invasati di Twitter che hanno applaudito la sconsiderata e mal calcolata discesa in piazza dei "giovani 2.0". Non certo un "mubarakiano", quindi, come venne falsamente definito il sottoscritto a suo tempo da qualche mentecatto/a.

Karim ha commentato alcuni giorni fa la discesa in campo di Omar Suleiman, già capo dei servizi segreti egiziani e Vice presidente negli ultimi giorni del regime (poi escluso per motivi amministrativi): "Seguo con molta attenzione ed apprensione ciò che sta accadendo sulla scena politica egiziana in questi giorni. Molti sono gli scenari ipotizzabili sul futuro dell'Egitto nel caso uno qualsiasi dei candidati riuscisse ad arrivare al potere. In realtà però sono due le ipotesi che definiranno il risultato di queste elezioni: il primo è la riuscita di uno dei candidati dell'ex-regime, primo fra tutti Omar Suleiman, e il secondo è il successo di uno dei candidati islamisti che - per quanto mi riguarda - sono tutt'uno, la stessa sostanza..

Abbiamo due scelte, entrambe amare. Sarebbe poco ragionevole consegnare il paese ad un gruppo di distruttori, anche se il fine sarebbe quello di impedire agli ex del regime di riprendere il potere. E' vero: se dovesse arrivare al potere Omar Suleiman, potrebbe (anche se non ne sono pienamente convinto) riportare in vita il regime di Mubarak, con le sue torture, la sua repressione, la legge d'emergenza nel nome della guerra al terrorismo. Ma almeno si limiterà a fare quello. Perché  se la fortuna dovesse aiutare uno dei candidati islamisti (e qui Amer li cita tutti, senza fare distinzioni), dovremo rimpiangere tutti i sistemi fascisti che ci hanno governato in passato, e persino quelli che hanno governato i paesi vicini. 

Perché sotto il governo di questi, gli oppositori non andranno in carcere, come accadeva con Mubarak. Verranno crocefissi. (...) Quando l'Egitto si trasformerà in un altro Afghanistan, ci mangeremo le mani e piangeremo amaramente questo paese che abbiamo volontariamente consegnato ad un gruppo di massacratori. E allora si che malediremo la rivoluzione, e con essa, la nostra stupidità". Ora è ovvio che mettere tutti i candidati islamisti nella stessa cesta non è proprio corretto dal punto di vista "scientifico". Ma dobbiamo ammettere che fa davvero un certo effetto constatare che a scrivere queste parole è uno che gli islamisti li ha conosciuti in galera, dal momento che c'era finito per decisione di....Mubarak.

venerdì 20 aprile 2012

Allam. La vetrina vuota.

Magdi Cristiano Allam ha inaugurato a inizio marzo la nuova sede del suo “Io amo l’Italia” a Milano. Bella, a due passi da corso Buenos Aires. Nel programma ci sono la difesa della cristianità, di Israele e dell’identità nazionale. Obiettivo: politiche 2013.  All’ingresso del quartiere generale, sette targhette riportano i nomi di altrettante associazioni legate al movimento e, ispirate, of course, ai suoi valori. Tutte dotate di un sito web. O almeno così sta scritto. Peccato, però, che quei siti, a differenza del portale, non siano online. Di un paio, addirittura, il dominio non è nemmeno stato registrato. Tutte vetrine vuote. E, nel peggiore dei casi, inesistenti. (Leggi su Il Fatto)

PS: si, lo so, non mi sono più occupato di lui. D'altronde è difficile occuparsi del vuoto. Ne riparleremo, forse, in vista delle elezioni del 2013.


lunedì 16 aprile 2012

Ombra scura sul futuro dell'Egitto.


(...) C’è un elemento che getta un’ombra ancora più scura sul futuro dell’Egitto: lo stato dell’economia. La Banca centrale ha annunciato che le riserve estere sono diminuite tanto da raggiungere una cifra inferiore ai 15 miliardi di dollari (l’Italia per intenderci ha 140 miliardi di euro), che possono coprire a malapena tre mesi di importazioni. Negli ultimi 14 mesi l’Egitto ha perso 20 miliardi di dollari, mentre la liquidità a disposizione delle banche è scesa dai 30 miliardi dell’era Mubarak ai 9 attuali, a causa della fuga in massa dei capitali durante la “Primavera araba”. Il deficit commerciale ammonta già a 10 miliardi di dollari, il turismo fa registrare perdite per 4 miliardi di dollari, il deficit previsto a budget per il 2012 ammonta al 76 per cento dell’attuale Pil. Se l’andamento dell’economia egiziana continua così, la bancarotta sembra inevitabile. Secondo l'economista del Peterson Institute for International Economics Mohsin Khan, l’Egitto avrebbe bisogno prima di tutto di stabilità politica, quindi di 15 miliardi di dollari di prestiti e investimenti stranieri per risollevarsi. Altrimenti la moneta egiziana, che ha già perso il quattro per cento del suo valore, potrebbe crollare entro la fine dell’anno del 25 per cento. Ma per l’analista arabo Adel Al Toraifi, direttore del magazine saudita Al Majalla, considerato il giornale più importante del regno, i Fratelli Musulmani con il loro «linguaggio infiammatorio» non sono in grado di risollevare il paese. Anzi: «Le esperienze dell’ultimo anno – scrive sul celebre quotidiano Asharq alawsat, mettendo in dubbio la buona riuscita della “Primavera araba” – mostrano che i Fratelli Musulmani vivono ancora nel passato e la natura inconsistente della visione della Fratellanza che cerca di conquistare il potere». (fonte)

E qui, un anno fa, cosa si scriveva? Il punto è che molto osservatori occidentali, veri e propri rivoluzionari "col culo al caldo" che facevano il tifo seguendo gli sviluppi degli eventi dagli schermi del megafono degli interessi del Qatar (leggasi Aljazeera), erano davvero convinti che la sollevazione degli egiziani fosse dovuta alla voglia di avere "libere elezioni". 

I fighetti dell'Università americana del Cairo, promotori della rivolta - ed ora esclusi da qualsiasi processo decisionale - erano (e sono) certamente convinti che la soluzione dei problemi dell'Egitto sia nell'aiutare il candidato salafita a fare ricorso contro la sua esclusione dalla corsa elettorale (per via della cittadinanza statunitense acquisita dalla madre) in nome della "democrazia" (le ipotesi sono due: o sono scemi oppure hanno già il visto per l'estero, e sono certo che sia la seconda). 

La gente comune, invece, voleva solo prezzi calmierati. In cambio hanno ottenuto prezzi di frutta e verdura alle stelle, penuria delle bombole di gas, risse con morti per fare il pieno di benzina, fuga dei turisti. E all'orizzonte (se va bene) scenari luminosi: salafiti al potere, aiuti dai paesi del golfo, prestiti dal fondo monetario internazionale. Saranno contenti quelli che fanno la rivoluzione su Twitter...

venerdì 13 aprile 2012

L'uomo, lo zimbello e il vero.


"L'uomo è lo zimbello più facile di sé stesso, perché quello che vuole che sia vero generalmente lo ritiene vero". 

Demostene

martedì 10 aprile 2012

I Fighetti di Tahrir e il male minore.

I veri candidati saranno due: Suleiman per i militari (...); Al-Shater per la fratellanza. Laici, democratici, liberali, socialisti e marxisti dovranno scegliere quello che riterranno il male minore tra una forma edulcorata di vecchio regime laico e una, ugualmente cauta, di Islam politico. Manca dalla contesa chi aveva iniziato la Primavera egiziana: i bloggers e i movimenti giovanili di piazza Tahrir, ormai ininfluenti riguardo al futuro immediato dell'Egitto. (Il Sole 24 ore)

PS: in realtà di candidati con buone probabilità di successo ce ne sono tanti: qualcuno è menzionato nell'articolo del Sole. Quello che preoccupa di più - ma che probabilmente verrà escluso dalla competizione elettorale per via della cittadinanza statunitense ottenuta dalla madre (sic) - è il candidato del fronte salafita, che a sostegno della propria candidatura ha raccolto quasi 153000 firme più il sostegno di 47 parlamentari, superando di gran lunga le 62000 firme raccolte dall'ex-primo ministro Ahmad Shafiq, anche lui considerato espressione dell'"Ancien régime" (qualcuno lo dica ai mentecatti che dicevano che i "salafiti sono solo uno spauracchio a uso e consumo degli europei, senza reale seguito in Egitto"). Ma ciò che conta, in questa citazione, è la fine che hanno fatto - una volta rimasti orfani dei funzionari statunitensi rimpatriati in seguito al processo che li accusava di fomentare il caos - i "Fighetti di Piazza Tahrir", come il sottoscritto ebbe a chiamarli suscitando l'indignazione del bloggume della sinistra alle sardine in salsa italiana...

lunedì 9 aprile 2012

Egitto, paese dei contrasti (elettorali)

L'ex capo dei servizi segreti in Egitto, Omar Suleiman, si è ufficialmente candidato ieri alle prossime elezioni presidenziali previste il 23 e 24 maggio. Nell'annunciare, venerdì scorso, che avrebbe presentato la propria candidatura, Suleiman ha spiegato la propria decisione sostenendo che la pressione dell'opinione pubblica aveva sollecitato il suo senso del dovere militare. Non so quante possibilità abbia effettivamente Suleiman, bruciato dalla nomina come Vice-Presidente negli ultimi giorni del regime di Mubarak, di spuntarla. La sua candidatura è stata ritenuta un'insulto sia dai Fratelli musulmani che dai "rivoluzionari" di Facebook. Fatto sta che Suleiman, nel giro di pochi giorni, è riuscito a raccogliere oltre 40mila firme a sostegno della sua candidatura. Spesso l'Egitto viene definito un complesso paese "dai mille contrasti": antichità e presente, Islam e Cristianesimo, caos e pace, piramidi e grattacieli. Molto curiosa quindi l'immagine che circola in queste ore: un'egiziana con il velo integrale brandisce un poster di Suleiman con su scritto "Scendi in campo, scendi in campo. Non lasciarci in mano ai Fratelli (musulmani, ndr)"

martedì 3 aprile 2012

La primavera egiziana e il libero mercato.

Si ricorderanno, i lettori, la mia rabbia per la presenza - a piazza Tahrir - di manipoli di cittadini stranieri residenti in Egitto che "empatizzavano" con i fighetti protagonisti della cosiddetta rivoluzione, nell'illusione che un paese come l'Egitto si sarebbe di colpo trasformato in una seconda Turchia. 

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: ci ritroviamo con istituzioni egemonizzate da forze radicali che scalpitano per imporre un modello chiuso socialmente e religiosamente (ma molto "aperto" economicamente) e con  casse vuote che spianano la strada ai prestiti del Fondo Monetario internazionale e al "mercato libero" prossimo venturo (che difficilmente porterà il benessere auspicato dagli idealisti scesi in piazza).

Pochi giorni fa è uscito in libreria un libro molto interessante, che racconta i retroscena di questa gigantesca montatura, messa in atto da un manipolo di invasati di Twitter, con il supporto di agenzie "non - governative" (sic), del megafono degli interessi geopolitici del Qatar (Aljazeera,, ndr) e di tutti quei blogger irresponsabili che hanno fatto il tifo nell'illusione che i salafiti fossero uno spauracchio ad uso e consumo dell'Occidente che gli egiziani non avrebbero mai preso sul serio. 

Qui un estratto di Rivoluzioni S.p.A. – Chi ha suggerito la Primavera Araba di Alfredo Macchi, Ed. Alpinestudio, dal capitolo: “Il grande gioco del potere”, ripreso dal sito de "Il Fatto Quotidiano"

"Diverse fondazioni e organizzazioni private a Washington, a Belgrado e a Doha, hanno offerto assistenza agli attivisti. Alcuni di loro sono stati addestrati da associazioni dietro le quali si possono intravedere la CIA o altri servizi segreti. Quasi tutte le rivolte sono state precedute da un’intensa attività di blogging sul web e sui social network: un mondo virtuale, come abbiamo visto, dietro cui si può nascondere chiunque. Alcune insurrezioni hanno seguito lo schema tattico della non violenza, quello teorizzato da Gene Sharp, Robert Helvey e Peter Ackerman, altre sono degenerate in guerre civili. In quel caso le forze speciali inglesi, francesi e americane hanno addestrato e aiutato i ribelli, soldati e mercenari hanno combattuto sul campo, sostegno logistico e armamenti sono stati offerti dai servizi segreti di mezzo mondo.

[...] La Primavera Araba, preparata o meno che fosse, è stata per Washington l’occasione per sbarazzarsi di regimi legati in qualche modo alla vecchia concezione statalista e nazionalista dell’economia, eredità del socialismo sovietico in salsa araba. In ballo c’è, come avvenuto dopo la caduta del Muro di Berlino nell’est Europa, un grande mercato dove fare largo alle imprese americane, finora osteggiate dal diffuso anti-americanismo islamico. «Le rivoluzioni democratiche in Tunisia, Egitto e Libia, e quelle ancora in corso in Siria e Yemen, sono imbevute di spirito imprenditoriale», ha detto il vicepresidente americano Joe Biden, parlando il 3 dicembre 2011 a Istanbul ad un convegno di imprenditori interessati a promuovere l’iniziativa privata nel mondo arabo. Sacrificare vecchi amici come Ben Alì, Mubarak, Saleh e tradizionali nemici, come Gheddafi e Assad, in nome del libero mercato, è una scelta obbligata per Washington".