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sabato 26 maggio 2012

Del non capire niente dell'Egitto.

"Esperti, studiosi e giornalisti occidentali non hanno capito niente dell'Egitto. Non solo per aver pensato che Moussa e Fotouh sarebbero stati i grandi concorrenti: invece non sono mai stati in gara. Hanno dato peso ai giovani di piazza Tahrir, a ogni dichiarazione, a ogni loro mobilitazione per scoprire, ieri, che un egiziano su quattro ha scelto il candidato di Hosni Mubarak

Ugo Tramballi, Il Sole 24 Ore, 25 maggio 2012

Rapida analisi dei risultati delle elezioni egiziane: dopo i voti contati in 12.800 dei circa 13.100 seggi elettorali, il candidato dei Fratelli musulmani - Mursi - ha avuto il 25,3 per cento dei voti, l'ultimo premier e "fiero allievo" di Mubarak - il generale Ahmed Shafiq - il 24,9 per cento, Hamdeen Sabahi (Sinistra laica nasseriana, molto popolare tra i giovani di Facebook) il 21,9 per cento e Abul Fotouh (l'islamista sedicente liberal espulso dalla Fratellanza ma alleato dei Salafiti, ndr) il 19 per cento. Sonora sconfitta per Amr Moussa, già ministro degli esteri di Mubarak, considerato il favorito almeno fino alla vigilia delle elezioni (12%). Andranno quindi al ballottaggio Mursi e Shafiq. Quest'ultimo dovrebbe incassare i voti andati a Amr Moussa mentre Mursi incasserà sicuramente quelli di Abul Fotouh. I giovani di Facebook sostengono che non poteva andare peggio: "Il fascista islamico contro il militare fascista". Non poteva esserci una coppia più polarizzante e più lontana dalle loro aspettative di questa. Sapete che vi dico? Peggio per loro. Se la sono cercata.

Insomma: dopo un anno e mezzo di passione la scelta è - come ha mirabilmente riassunto qualcuno - tra il "tornare indietro di 14 secoli (votando il candidato della Fratellanza) e il tornare indietro di un anno e mezzo (e cioè al regime di Mubarak, ndr, votando Shafiq)". La scelta dovrebbe essere ovvia: se i giovani rivoluzionari non si sono bevuti il cervello, i voti andati a Sabahi dovrebbero andare a Shafiq. Invece siccome è un anno e mezzo che sostengo che il cervello se lo sono bevuti già da quando erano scesi in piazza un anno e mezzo fa, sono assai certo che i loro voti andranno al candidato dei Fratelli per il solo gusto di impedire a un "ex del regime" di arrivare alla presidenza. Il che non mi meraviglia: Shafiq aveva già promesso urbi et orbi che chiuderà definitivamente quel luna park per sfaccendati che è Piazza Tahrir. Ed è proprio questo il messaggio che gli è valso il consenso di circa cinque milioni e passa di egiziani: la ricreazione è finita. Quindi i "giovani dei social media" che fanno? Piuttosto che sospendere la farsa, riverseranno i loro voti sugli islamisti conservatori. Tanto passaporti e visti stranieri sono già nel cassetto, no?

Gli egiziani, dopo aver visto come la rivoluzione li ha privati sia della sicurezza che del pane, le hanno suonate (elettoralmente e spesso anche fisicamente) ai vari "attivisti democratici" a tempo perso. Il colpo di grazia sarà l'elezione di Shafiq, che ha già promesso di usare il pugno di ferro contro chi contesterà la sua elezione. Il problema è che le incognite sono ancora tante, chiunque sia il vincitore: quali poteri avrà il prossimo presidente? Che ruolo avranno le forze armate? Gli sconfitti - chiunque siano - non scenderanno in piazza? Sul web gira questa illuminante battuta: "L'Egitto sarà il primo paese al mondo in cui un popolo fa una rivoluzione per abbattere un regime e poi lo rielegge democraticamente, ci saranno corsi di laurea e dottorati appositamente creati per studiare la mentalità incomprensibile di questo popolo". Non a caso il sottoscritto, l'altro giorno, ha sottolineato la necessità di capire la struttura psico-sociale degli egiziani, una necessità che - a mio modesto parere e ho già spiegato perché - può esplicare soltanto un egiziano.

Si conferma infatti la psicologia di un popolo deve temere la legge perché non è in grado di rispettarla. E che per implementare questa politica, sin dai tempi dei Faraoni, apprezza la figura dell'uomo forte, il duro e puro, islamista o generale che sia. Il primo ha promesso la rigida applicazione della legge islamica, il secondo di usare il pugno di ferro per riportare la stabilità. Questo dovrebbe aprire gli occhi agli esperti ed osservatori e a tutta quella galassia di rivoluzionari col culo al caldo che ci (mi) hanno rotto gli zebedei nei giorni caldi di Piazza Tahrir affermando che gli egiziani sono scesi in piazza per reclamare la democrazia, la libertà di espressione, i diritti politici. Democrazia un paio di balle. Gli egiziani comuni vogliono soltanto sicurezza e pane. Francia o Spagna, basta che si magna. Illuminante questo editoriale di una ricercatrice a Oxford, intitolato "E se la "gente" non volesse la democrazia?" che conferma la stessa tendenza in Libia. D'altronde sono stato l'unico ad anticipare che dall'ambaradan scatenato dalla cosiddetta rivoluzione, il martoriato Egitto avrebbe ricavato solo un ulteriore carico di guai da risolvere. Il primo dei quali, ad elezioni finite, sarà: come evitare la guerra civile?

venerdì 25 maggio 2012

Odio aver ragione. No, non è vero.


Ahmed Shafiq (*), ultimo premier di Mubarak non si scusa per aver servito un leader rovesciato dalla sollevazione popolare dell'anno scorso. Ora che è candidato presidenziale, ha promesso di restaurare la sicurezza garantita dal vecchio regime. (...) Anche se i risultati saranno disponibili fra parecchi giorni, gran parte degli osservatori si aspetta che Shafiq approdi nel terzetto dei candidati più votati. La sua popolarità è spinta dalla stanchezza per le proteste senza fine, la violenza sporadica e dagli elettori che vogliono un'alternativa agli islamisti che dominano il parlamento.

Che gli egiziani non avrebbero sopportato questa prolungata agitazione lo si affermava su questo blog il giorno dopo le dimissioni di Mubarak, cercando di sottolineare il fatto che più peggiorava l'economia, più si rischiava di aver montato tutto sto casino per nulla. Magari Shafiq non vincerà, e probabilmente vincerà uno degli islamisti, ma il fatto che sia considerato uno dei favoriti in questa fase, è un segnale da non sottovalutare. 

Sempre su questo blog era stato anticipato che i tanto acclamati giovani facebookiani che hanno acceso la miccia della sedicente rivoluzione non avrebbero cavato un ragno dal buco e che i salafiti & Co avrebbero fatto incetta di voti. Elementare, direbbe qualsiasi persona di buon senso. Erano tutte cose scontate, almeno per chiunque conoscesse davvero l'Egitto e la struttura psico-sociale del popolo egiziano. 

Il problema, però, è che nei giorni caldi di "Piazza Tahrir", il sottoscritto non aveva a che fare con persone di buon senso ma con varie galline sessantottine radical-chic che mi insultavano interrompendosi solo per cantare le lodi dei "giovani dei social media" (scollati dalla realtà del paese almeno quanto i loro sostenitori occidentali, con l'aggravante di essere egiziani) riuniti in nome della democrazia e della rappresentatività politica.

Mentre i fighetti scesi in piazza preparavano la strada per l'avanzata islamista (salvo stracciarsi le vesti dopo la batosta elettorale o scappare in esilio prima che le cose peggiorino), qui si faceva la Cassandra. E fare la cassandra non è una bella cosa. Una delle galline che all'epoca mi insultavano ha persino scritto che i miei post erano caratterizzati dalla "povertà delle argomentazioni e lo stile, diligente ma plumbeo, con cui queste sono espresse mi trasmettono un’idea di generale mediocrità"

Che dire? La mia unica consolazione è che il Washington Post, il Times, e le testate più autorevoli del mondo sembrano "plumbee" almeno quanto il sottoscritto. Con mesi di ritardo. E se proprio dobbiamo parlare di cose mediocri, allora dovremmo parlare delle boiate che diversi animatori occidentali di villaggi turistici, o poco più, residenti in Egitto riversano - anche in questi giorni - su quotidiani, radio, agenzie dei propri paesi in qualità di esperti improvvisati di cose egiziane (con una qualità da fare invidia a Magdi Allam).

* ritratto nel manifesto elettorale che compare sullo sfondo della foto che accompagna questo articolo.

martedì 22 maggio 2012

L'extrema ratio per la tragedia egiziana.

L'ex capo dei servizi segreti egiziani, Omar Suleiman, escluso dalla competizione elettorale di domani in Egitto, prevede "un golpe militare se i Fratelli Musulmani arriveranno a controllare i vertici dello Stato".  

Intervistato dal quotidiano arabo 'al-Hayat', alla vigilia delle elezioni presidenziali, Suleiman ha affermato che "in Egitto potrebbe verificarsi un golpe militare mirato a difendere il suo futuro dalla tragedia provocata dall'ascesa al potere degli islamici".(Adnkronos)

lunedì 21 maggio 2012

La rivoluzione egiziana? Un successone.

"Dopo mio padre, Hosni Mubarak è e rimane il mio esempio da seguire".

"Se dovessero accendere piazza Tahrir in protesta contro la mia elezione, saprò come spegnerla. Le forze armate hanno già dimostrato che sono perfettamente in grado di epurare qualsiasi zona di turbolenza in cinque minuti".

Generale Ahmad Shafiq, ultimo premier nominato dal presidente uscente e candidato attualmente favorito alle elezioni presidenziali.

Un avversario non facile da sconfiggere potrebbe essere proprio Ahmad Shafik considerato dalla maggior parte il migliore e l’unico in grado di riportare il Paese di nuovo in sicurezza e prosperità. Questa è l’opinione di Bata, una donna di 50 anni che vende verdure.  “Probabilmente voterò per Ahmad Shafiq. La cosa più importante è che lavori per il bene del paese. Vogliamo che qualcuno aiuti i poveri. E quattro anni passeranno molto velocemente. La sicurezza è la prima priorità, la sicurezza per il popolo. Vogliamo qualcuno che possa controllare il paese e dare a tutti i suoi diritti, e se lui dà a tutti i diritti, anche il lavoro ci sarà per tutti”, ha affermato a Matthew Cassel e Evan Hill, inviati di Al-jazeera che hanno raccolto testimonianze e opinioni  per le strade della capitale i prima del voto storico. (Il mediterraneo)

La comunità cristiana copta d'Egitto, circa dieci milioni di anime, si presenta alle elezioni presidenziali di mercoledì e giovedì con un obiettivo chiaro: quello di fare muro contro l'ondata islamica, uscita vittoriosa nelle elezioni legislative. Stando ai sondaggi interni, il candidato scelto per farlo è l'ultimo premier di Hosni Mubarak, Ahmad Shafik, preferito all'ex capo della Lega araba, Amr Mussa. Ma la scelta del prossimo presidente d'Egitto non e' scontata, per una comunità vittima di violenze e aggressioni per molti anni e che, anche sotto Mubarak - col quale i vertici della chiesa avevano stabilito un rapporto di collaborazione - ha dovuto subire pesanti discriminazioni come quella delle difficili autorizzazioni a costruire chiese. Gli attivisti e molti giovani cristiani dicono di orientarsi sul candidato nasseriano, pro rivoluzione, Hamdin Sabbahi. Ma il sostegno a Shafiq è stato confermato da un sondaggio condotto nelle ultime settimane fra i copti di tutte le aree geografiche dell'Egitto, secondo il quale il 70,1% degli interpellati ha scelto l'ex premier, seguito, a grande distanza da Amr Mussa con 16,6% e da Sabbahi col 13,3%. (Ansa)

Tra la subdola riscossa islamista, l’esibizione muscolare dei militari e l’inadeguatezza dei liberaldemocratici inebriati dal miraggio del potere al punto da prepararsi a consegnarlo ai concorrenti, i ragazzi protagonisti della decisiva spallata al regime sbandano. All’entusiasmo per la novità del voto, vera primizia in un paese dove il 50% della popolazione ha meno di 25 anni, si mescolano il sospetto di aver perduto la palla, la voglia di tornare in strada, l’attitudine un po’ infantile alla dietrologia, i sogni e le delusioni nate da una protesta che il sociologo argentino Ernesto Laclau definirebbe anarco-populista, massiccia ma senza strategia politica né leader. (Radicali)

domenica 20 maggio 2012

Oltre l'egiziana comprensione.

Fermo restando la fluidità del contesto elettorale egiziano, i margini risicati di vantaggio dei vari candidati e l'eventuale inattendibilità dei sondaggi, il fatto che l'ultimo premier nominato da Mubarak risulti in testa, dovrebbe quantomeno far riflettere...

Già alcuni mesi fa, proprio uno degli attivisti rivoluzionari che hanno entusiasmato il mondo vituale e non con la cosiddetta "rivoluzione di piazza Tahrir" - proseguita per giorni dopo le dimissioni di Mubarak fino a costringere anche Shafiq alle dimissioni - si meravigliava: "Shafiq, per qualche fantomatica ragione che va al di là della mia comprensione, gode di un livello di popolarità relativamente alto".

Val la pena notare che l'attivista in questione è lo stesso che, mesi dopo il clamoroso fallimento in ogni consultazione elettorale del fronte giovanile che ha scatenato la protesta popolare, ha praticamente scritto le stesse cose che io sostenevo su questo blog con la rivoluzione ancora in corso. Segno tangibile del fatto che questi giovani idealisti "con scarpe Converse, Iphone" e altri gadget al di fuori della portata di un egiziano medio non sanno proprio nulla della società in cui pur vivono.

A me sembra che a sfuggire alla comprensione di questi fighetti non sia tanto la popolarità di Shafiq quanto la mentalità del popolo egiziano nella sua interezza.

martedì 15 maggio 2012

Egitto laico. Poche idee, ma confuse.

Spesso e volentieri i "blogger" egiziani - quell' accozzaglia di fighetti anglofoni che stanno servendo il paese su un piatto d'argento a forze politiche peggiori del deposto Mubarak - vengono citati dai mezzi di informazione occidentali e dai cosiddetti esperti per cantare le lodi della "Primavera egiziana".

Inutile dire che sono stato forse l'unico, in Italia e probabilmente nell'intero mondo occidentale, ad anticipare la loro cocente sconfitta elettorale. Conoscendo l'ambiente da cui provenivano, non avevo dubbi sul fatto che avessero poche idee buone, ma confuse. E che quando si sarebbe cominciato a giocare duro, sarebbero rimasti stritolati tra l'incudine e il martello dei principali protagonisti della complicatissima arena politica egiziana.

Oggi - nel loro fanatismo facebookiano e  furore twitteriano - coloro che mi avevano all'epoca descritto come "mubarakiano" (senza capire che quello che volevo era evitare il peggio al mio paese), dimenticano di andare a vedere cosa scrive il primo blogger egiziano finito in prigione nel 2007 per la bellezza di tre anni per aver espresso le sue opinioni sul web. Un blogger laico e democratico come piace a loro.

Eppure sarebbe quantomeno interessante andare a leggere cosa scrive oggi, questo personaggio finito all'epoca al centro di una campagna di mobilitazione internazionale. Perché oggi quel blogger è in esilio all'estero. Ci è andato non prima della sua carcerazione per mano del regime di Mubarak, non dopo la sua scarcerazione, sempre disposta dal regime di Mubarak, ma dopo la caduta del regime di Mubarak.

Converrete con me che la cosa suona quantomeno curiosa. Se non preoccupante. Anche perchè questo stesso blogger, finito nelle patrie galere grazie al regime, pochi giorni fa ha scritto un lungo articolo in cui invitava esplicitamente a votare un qualsiasi candidato dell'ex-regime. L'altro giorno il blogger in questione era a Stoccolma, dove è intervenuto nell'ambito di un convegno dell'ICORN. Ecco alcuni stralci del suo intervento:

"Chi ha definito quanto sta accadendo nei paesi arabi come Primavera ha quantomeno sbagliato espressione. E' davvero stupido insistere sulla nostra posizione riguardo a quanto ciò che sta accadendo in questa regione che si appresta a diventare un focolare di terrorismo e fanatismo. (....) 

 Pochi mesi fa ho dovuto partire per l'Europa per scappare da quello che chiamano "Primavera araba" - davvero non capisco chi insiste ad usare questa definizione - che ha trasformato la vita di parecchi miei concittadini in un inferno insopportabile. 

Conosco molti che erano entusiasti per la rivoluzione, a cui hanno partecipato non risparmiando sforzi o energie, mettendo la loro vita in pericolo e che poco dopo si sono ritrovati impossibilitati di continuare a vivere nell'Egitto "rivoluzionario". Alcuni hanno lasciato il paese, altri si apprestano a farlo, altri ancora stanno aspettando l'occasione opportuna. Qualcuno potrebbe meravigliarsi di quanto vado affermando, poiché molti pensano che la mia sofferenza sia finita con la caduta del regime che mi aveva messo in galera. 

La verità però è che il regime non è mai stato un protagonista principale nella mia vicenda. Alcuni hanno usato la mia storia per un regolamento di conti con il regime, di cui ho pagato il prezzo con lunghi anni in carcere ma a portarmici era la mia opposizione ad alcune istituzioni e gruppi religiosi il cui potere sfidava - e sfida tuttora - l'autorità dello stato. E' vero: il regime li ha accontentati e mi ha messo in prigione. Ma se non fosse per il loro ruolo, non avrei passato tutto questo. 

Ciò non significa che io non fossi un acceso oppositore del regime. Ho partecipato alle manifestazioni di opposizione del movimento Kifaya, sono stato un sostenitore dell'unico candidato che ha osato sfidare Mubarak (poi finito in carcere pure lui, ndr) Ayman Nour. Io stesso sono stato in prigione con l'accusa di aver diffamato il presidente.  E quando è scoppiata la rivoluzione non ho esitato a scendere in piazza e urlare slogan assieme alla moltitudine presente (...)

Confesso di essere stato completamente incosciente e stordito durante questi eventi. Molti dei miei amici occidentali o egiziani che vivevano all'estero mi chiedevano se era vero quanto affermava il regime riguardo al ruolo giocato dalla Fratellanza musulmana nel compattare le masse e nell'organizzare quanto stava accadendo nel paese. 

La mia volontà di guadagnare l'appoggio e il supporto di chiunque per quanto stava succedendo mi spinse a siminuire il ruolo della Fratellanza e affermare che non avrebbero rappresentato un pericolo. Eppure attorno a me c'erano migliaia di loro membri a presidiare la piazza e a organizzare gli accessi (...) Mi sono ubriacato di mia volontà per svegliarmi in una successione di incubi (...).

Seguo da vicino quanto sta accadendo nei paesi della "falsa primavera" e non vedo nulla che non porti alla depressione. Le correnti politiche islamiche oggi sono il protagonista principale della scena egiziana. E ora che hanno vinto la maggioranza in parlamento, siamo davvero in pericolo. L'Egitto che era un esempio della convivenza tra varie fedi è in procinto di diventare un Afghanistan talebano.(...) 

La donna egiziana e le sue conquiste sono in pericolo. Gli islamisti in parlamento presentano ogni giorno delle proposte per modificare le leggi sulle pari opportunità che sono fra le poche cose buone fatte dal precedente regime. Alcuni hanno chiesto di cancellare la legge che permette alle mogli di ripudiare i propri mariti (..) altri di cancellare quelle che vietano la mutilazione genitale (...) altri di abbassare a 14 anni l'età minima delle ragazze per contrarre il matrimonio. Addirittura una delle deputate del partito dei Fratelli musulmani ha chiesto di non criminalizzare le molestie sessuali poiché la colpa è di come vanno vestite le donne.

Non voglio essere duro con il mio paese descrivendo quanto vi accade. Ma i fatti mi obbligano a farlo. Non voglio fuggire dalla realtà che prospetta per l'Egitto un futuro i cui contorni sembrano abbastanza oscuri. Voglio però essere onesto con me stesso e con voi, ammettendo l'amara verità. Ammettere potrebbe aiutare a raddrizzare il percorso. Quando un uomo si ritrova a dover scappare dal caldo della primavera al freddo dell'inverno, dovrebbe fermarsi per mettere in ordine le sue idee confuse".
 
Consiglio caldamente a tutti i fan della "primavera araba" di leggere attentamente l'intervento, quindi respirare, contare fino a cento e chiedersi: "E se avesse ragione?".

venerdì 11 maggio 2012

La sinistra? Divisa. Anche in Egitto.

di Gennaro Gervasio, Il Manifesto 

La manifestazione del Primo maggio di quest'anno al Cairo può essere presa a simbolo dello stato della sinistra in Egitto a oltre un anno dalla Rivoluzione che ha eliminato Mubarak e a pochi giorni dal primo turno delle attesissime elezioni presidenziali. I militanti della variegata e spesso rissosa sinistra egiziana si sono ritrovati in un angolo all'ombra di piazza Tahrir protetto dal sole, ma allo stesso tempo nascosto agli occhi dei più dalle tende dei sostenitori dello squalificato candidato salafita Hazem Abu Ismail.

Ovviamente, qui non si intende suggerire che le forze di sinistra siano nascoste ma piuttosto che il dibattito pubblico nelle file dell'opposizione al regime militare è stato dominato negli ultimi giorni dagli ultra-conservatori, delusi dall'esclusione del proprio candidato dalla corsa alla presidenza della Repubblica. Piuttosto, tra i militanti scesi in piazza non si poteva fare a meno di registrare non solo che il numero dei manifestanti era sensibilmente inferiore alle migliaia di un anno fa, quando Tahrir si era tinta di rosso dopo tanti anni di dominio del regime, ma anche le divisioni in seno ai vari gruppi che occupavano questa parte della piazza. 

Al di là delle fratture ideologiche, ci si riferisce alla posizione delle sinistre nei confronti delle prossime presidenziali e non a caso alla manifestazione erano presenti sia tre dei quattro candidati riconducibili all'area di sinistra, che i gruppi che invocano il boicottaggio della competizone elettorale per motivi diversi. Va inoltre segnalato, e non è cosa di poco conto, che non pochi militanti, sia indipendenti sia appartenenti a una della mezza dozzina di organizzazioni marxiste egiziane, hanno deciso di appoggiare il candidato islamista riformista Abu'l Futuh, essenzialmente per evitare l'elezione di uno dei candidati in diversa misura legati al vecchio regime come 'Amr Musa e Ahmad Shafiq. (...)

PS: su quanto Abu El Futuh possa essere ritenuto un "riformista", è tutto da vedere. Quanto all'allearsi con gli islamisti per evitare uno dei candidati dell'ex-regime, ci sarebbe da leggere qui.

mercoledì 9 maggio 2012

Del capire la sostanza dell'Egitto.

Mi scrive uno storico lettore di questo blog. Ho ritenuto opportuno pubblicare la sua email dal momento che ha mirabilmente riassunto la sostanza dei miei scritti sull'Egitto in questi ultimi mesi e la difficoltà, appunto, della mia posizione. Risponderò nel merito in un post a parte appena ne avrò la possibilità. La vignetta, invece, è di uno dei più noti caricaturisti egiziani. Di fronte all'avanzata islamista salafita, il cittadino spaventato esclama "Vade retro". Inutile dire che il vignettista è stato subissato di cause legali per "insulto all'Islam".

Ciao Sherif,

ti saluto dopo tanto tempo durante il quale non ci siamo sentiti. Sai che evito accuratamente di commentare sul tuo blog per la scarsa qualità  dei commenti e dei commentatori; questo a differenza del blog di  Miguel Martinez.  Mi dispiace per questo: sembra quasi che tu sia condannato ad accogliere, a futura memoria,  gli umori peggiori degli italiani.

Sono interessato alle tue cronache perché sei uno dei pochissimi egiziani in Italia che descrive  la situazione in Egitto attraverso la conoscenza diretta, la possibilità di leggere i media locali e la capacità di distinguere i vari livelli di comunicazione. Spero che in Egitto la tua famiglia non abbia problemi.

Spero anche che tu in uno dei tuoi post possa spiegare come sia nato il fenomeno dei "fighetti di Tahrir". Tu provieni da un retroterra culturale contiguo, forse anche simile, ma hai strumenti di analisi che a loro sembrano, ripeto sembrano, mancare completamente e vorrei capire perché.

La situazione per te è particolarmente difficile, da sostenitore convinto della democrazia ti trovi a spiegare perchè una dittatura pragmatica come era quella di Mubarak fosse il male minore nel contesto egiziano. In una cultura massimalista come quella italiana rischi di passare per un voltagabbana, come tu stesso riporti in base ad alcuni commenti (come spiegare che il totalitarismo cinese è uno strumento per evitare una crisi demografica e migratoria immane).

Da illuminista di fatto quale tu sei spiegare che si deve difendere sia il diritto all'esercizio della fede religiosa che il diritto alla critica spietata di essa è come svuotare il mare con un cucchiaio. Tralaltro tu pensi, da cittadino italiano, egiziano e greco, che in Italia possa verificarsi un fenomeno di revanscismo religioso, di un ritorno al controllo dell'apparato cattolico sulla vita politica come era fino agli anni '60 con un annullamento graduale dei diritti civili? 

Concordi con me sull'idea che il problema  della diffusa ignoranza e povertà sia alla base dei fenomeni di risveglio religioso che hanno come causa e/o effetto  l'abdicazione alle proprie responsabilità civiche? Soprattutto la domanda più difficile: il risveglio religioso, la rinuncia alla ragione è inevitabile in quanto parte di un ciclo di costruzione e distruzione?

Stefano

lunedì 7 maggio 2012

Paola Caridi e una "pragmatica" stretta di mano.

E' più forte di me. Non ci posso fare niente. Quando vedo scritte delle cose approssimative - a dir poco - sul mio paese natale, l'Egitto, non ci vedo più. Anche perché stiamo parlando di un momento estremamente delicato della sua storia, un momento che potrebbe riportarlo alla stabilità oppure farlo piombare nell'oscurantismo più becero.

Come ben sapete, dopo la cosiddetta rivoluzione, i vari movimenti islamisti si sono fatti avanti per raccogliere i frutti di qualcosa che hanno (probabilmente senza valutare le conseguenze) cominciato altri, cioè alcuni intellettuali e i giovani dell'alta-media borghesia egiziana convinti (alcuni lo sono ancora, altri ci hanno ripensato) che sarebbero riusciti a sostituire il regime di Mubarak con un impianto democratico, laico, civile che garantisse pari diritti e doveri a tutti.

Un ideale nobilissimo, se non fosse che il parlamento si è - democraticamente - riempito di barbuti che ogni giorno ne sparano una nuova: dal lancio dell'appello della preghiera nel bel mezzo della seduta al coprire le statue faraoniche con la cera, passando per le cause a raffica contro attori e scrittori. Al punto che quando è cominciata a girare la bufala (perché cosi sembra che sia) di un disegno di legge che permettesse ai mariti di consumare un rapporto sessuale con la moglie anche sei ore dopo la sua morte, non sono stati pochi quelli che ci hanno creduto, persino in Egitto.

Ora, per fortuna, questo parlamento - grazie alla lungimiranza della giunta militare - è solo un parlatorio dove questi si sfogano senza riuscire a combinare nulla, tanto meno a sfiduciare il governo (nominato dai militari e presieduto da un ex-primo ministro di Mubarak). Questo cosa significa? Significa che se non stiamo attenti - molto attenti - nella prossima fase, potremmo ritrovarci con questa gente che legifera sul serio. E a ben vedere le proposte di legge, non c'è da stare allegri...

Le figure candidate alla presidenza dell'Egitto devono pertanto essere correttamente e obiettivamente seguite e presentate al pubblico, soprattutto quello internazionale. Per questo, leggere la solita Paola Caridi che afferma in un suo recente articolo che in Egitto c'è un testa a testa tra il candidato presidenziale, già ministro degli esteri di Mubarak, Amr Mussa e "l’islamista moderato" Abul Futuh che rappresenterebbe "la riflessione dell’islam politico, tra evoluzione e pragmatismo", mi lascia un po' perplesso.

Abu El Futuh è uno storico esponente dei Fratelli musulmani che è stato a due passi dall'essere nominato Guida Suprema. Per un po' ha flirtato con gli intellettuali laici e concesso interviste ai giornalisti occidentali come la signora Caridi (a cui ha dato la mano, cosa che le è rimasta talmente impressa che l'ha interpretato in un suo libro come segno di pragmatismo e apertura..Sai che felicità) per poi essere espulso dalla Fratellanza quando ha deciso di lanciarsi nella corsa presidenziale in un momento in cui questa dichiarava che non avrebbe presentato alcun candidato (promessa ovviamente rimangiata).

L'altro giorno però, il "moderato e pragmatico" Abu El Futuh ha incassato nientemeno che l'appoggio incondizionato dei movimenti salafiti, che vi hanno trovato il "candidato ideale" e "perfettamente in sintonia" con le loro idee. E quindi uno si aspetterebbe da una "giornalista-storica" quale si definisce la signora, una qualche spiegazione di quali possano essere le conseguenze di un simile appoggio. Non che continui a ripetere come un pappagallo che Abu El Futuh è pragmatico e moderato, liquidando l'accordo coi salafiti come una captatio benevolentiæ dei voti islamisti, senza i quali non vincerebbe le elezioni.

La domanda che una qualsiasi persona di buon senso dovrebbe porsi in questo frangente è: come ha fatto il "moderato e pragmatico" Abu El Futuh a venire a patti con le frange più estreme dei movimenti islamisti? Frange che hanno sventolato le bandiere nere qaediste per accogliere festosamente al Cairo Ahmad Al-Zawahri, fratello dell'attuale capo di Al-Qaeda? Perché va bene non confondere l'Islam politico con il Qaedismo, ma dobbiamo pur ricordare che l'ultimo è nato dalle costole del primo. Quindi - domanda ancora più preoccupante - cosa ha promesso Abu El Futuh ai salafiti? Perché del fatto che abbia stretto la mano della signora Caridi, sinceramente, non ce ne può fregar di meno.

domenica 6 maggio 2012

I frutti della rivoluzione

Vignetta egiziana. Come sempre, vale più di mille parole.
Sull'albero la scritta "Rivoluzione di Gennaio". 
Le mele hanno i colori della bandiera nazionale.
Le precedenti qui, qui, qui e qui.

sabato 5 maggio 2012

L'Egitto è contro la rivoluzione.

Ricapitoliamo. Da quando Mubarak si è fatto da parte, l'Egitto ha imboccato la strada del default finanziario (fra le altre cose, i turisti stanno alla larga) ha rapporti pessimi con Israele (il vicino pericoloso) e Arabia Saudita (il vicino ricco che dà lavoro a milioni di egiziani), le piazze del Cairo sono diventate campi di battaglia, gli egiziani cadono come mosche nelle manifestazioni e persino nelle partite di calcio e via discorrendo. Letteralmente un disastro. E all'orizzonte nessun segnale incoraggiante: nella migliore delle ipotesi l'esercito rimane in sella o al potere va un ex del regime, nella peggiore il potere passa agli Islamisti (e poi magari l'esercito se lo riprende, visto che - nonostante le elezioni presidenziali siano in calendario - non c'è ancora nessun accordo sulla costituzione e la ripartizione dei poteri).

Ora qualcuno, in tutto questo macello, ci vede qualcosa di buono. I germi della democrazia, dicono. L'effervescenza della libertà di espressione. Il Sole dell'avvenire. La cosa non mi meraviglia: uno di quelli che passavano da qui per darmi del "mubarakiano" nei giorni della rivolta di Piazza Tahrir - quando sottolineavo che a voler questa rivoluzione era una minoranza disorganizzata di fighetti che è riuscita a manipolare il malcontento sociale e che prima o poi sarebbe rimasta isolata (e così è andata: nessuno li ha votati) - al suo ritorno in Italia da un viaggio di "approfondimento" in Egitto, si disse nientemeno entusiasta della "fioritura del teatro sperimentale" nel clima post-rivoluzionario. Come se in Egitto non ci fosse stato il teatro sperimentale prima della rivoluzione e come se dopo questa, la sua presenza o meno importasse alla gente che (non) lavora negli alberghi vuoti del Cairo e dell'Alto Egitto...

In ogni caso, se il buongiorno si vede dal mattino, la fine che farà il "teatro sperimentale", le arti in generale e le stesse antichità egizie, nel caso gli islamisti arrivassero al potere, si vede già adesso (basta leggere qui). E a quelli che dicono che questo è solo "allarmismo", ricordo che sono anni che sta gente smania per coprire le statue faraoniche e mettere in galera gli attori che ironizzavano sull'ipocrisia religiosa. Quindi la domanda è: che cosa sta passando esattamente per le menti dei giovani attivisti laici che sono andati a dar man forte ai salafiti asserragliati davanti al ministero della difesa egiziano in segno di protesta per l'esclusione del loro candidato di punta? Non è bastata loro la lezione di Piazza Tahrir, quando si sono illusi di essere tutt'uno con gli Islamisti, salvo poi ritrovarsi completamente esclusi dal processo politico?

Io credo che dietro questa singolare alleanza ci sia il fanatismo democratico importato dall'Occidente, sostenuto da una mania twitter-compulsiva e da un'ossessione facebookiana ai limiti del ricovero ospedaliero. D'altronde l'idea - tipicamente eurocentrica e oserei dire orientalista (in senso opposto) - che la democrazia all'occidentale possa funzionare ovunque e comunque, anche in società dove le spinte conservatrici sono forti, dove i fondamentalisti guadagnano facilmente terreno aiutati dalla povertà e dall'analfabetismo, mi è sempre apparsa un'idea a dir poco balzana. In Egitto la democrazia la vogliono solo i fighetti dell'alta e media borghesia (che in Egitto è minoranza) convinti che riusciranno a imbrigliare gli Islamisti nel gioco democratico e gli Islamisti convinti (a ragione) che monopolizzeranno il potere (per poi far fuori i fighetti). Il resto degli egiziani, e cioè la maggioranza degli 85 milioni di abitanti, non vuole la democrazia, con buona pace delle anime belle. Vuole solo stabilità e pane. E grazie alla rivoluzione, entrambi sono scomparsi.

L'avevo già scritto, ai tempi di piazza Tahrir, che agli osservatori ipnotizzati da Aljazeera era sfuggita la "bigger picture". Tahrir rappresentava una minoranza degli egiziani. La stragrande maggioranza di questi era rimasta a guardare, sperando che tutto finisse al più presto. Ora che si sono resi conto che non accenna a finire, anche gli egiziani comuni che non sono iscritti all'Università americana e non militano nei movimenti islamisti scendono in piazza per suonarle sia agli attivisti laici che agli islamisti che protestano. Lo dicono tutti gli osservatori: da Zenobia (una delle fighette che scrivono in inglese a beneficio delle galline sessantottine pro-rivoluzione in Egitto) ai giornalisti dei quotidiani indipendenti anti-Mubarak, che a suonarle ai manifestanti non sono mercenari al soldo dell'ex-regime o l'esercito, bensì i residenti esasperati dei quartieri dove vanno in scena manifestazioni volute solo dai fighetti fanatici di Twitter e dagli Islamisti che vogliono monopolizzare il potere.

Ora anche un cieco si rende facilmente conto che le idee dei fighetti attivisti portati in palmo di mano e spupazzati nei convegni internazionali dagli osservatori occidentali poco si conciliano con le richieste dei movimenti integralisti che hanno vinto le elezioni e che ora smaniano per occupare la poltrona presidenziale. In parole povere: non hanno nessuna speranza, e d'altronde si è visto benissimo quando si è trattato di andare alle urne: i primi ad essere esclusi ed emarginati sono stati proprio i giovani laici, anglofoni e ben educati che hanno fatto andare in brodo di giuggiole i mezzi di informazione occidentali. La domanda quindi è:  ma i protagonisti e i sostenitori della cosiddetta "Primavera araba" si rendono conto di essere degli "utili idioti" e che a pagare il prezzo di questo gioco dei fighetti e degli islamisti saranno alla fine gli egiziani comuni?

venerdì 4 maggio 2012

L'Egitto a due passi dall'abisso.

Qui lo dicevamo un anno fa, che il peggio doveva ancora arrivare. Mentre i vari "rivoluzionari col culo al caldo" e le galline del web "Aljazeera-dipendenti" esultavano per la cacciata di Mubarak (che il caos l'aveva previsto come l'avrebbe previsto chiunque avesse un minimo di conoscenza del paese e delle sue dinamiche politiche e sociali) prospettando meraviglie democratiche, islamisti indeboliti e altre cretinate simili. E nonostante quello che sta succedendo in queste ore, tengo a dire che il peggio non è ancora arrivato.