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sabato 30 giugno 2012

L'Egitto e i film mentali della Sinistra.

Chiunque conosca il Medio Oriente sa che i regimi precedenti alle sommosse erano in buona parte cleptocrazie, dove alcuni clan si riunivano attorno a un apparato mafioso fondato sulla raccomandazione e sulla violenza; e non si può mettere in dubbio la buona fede di tanti che hanno rischiato la vita per sfidare quei regimi.

Allo stesso tempo, se in Medio Oriente c’erano regimi di quel tipo non è un caso; come non è un caso che in tutto il continente africano, con tre o quattro eccezioni, non esista un governo “democratico” nel senso europeo del termine. Per una vasta serie di motivi che hanno a che fare con lo “sviluppo ineguale” del mondo, gli Stati Nazione da quelle parti sono una creazione artificiale che può stare in piedi solo grazie a livelli insopportabili di violenza.

Alfredo Macchi (autore di "Rivoluzioni SPA. Chi c'è dietro la primavera araba", Ed. Alpine Studio) non tocca questo tema, e quindi vi accenno solo di sfuggita. Però è chiaro che la situazione dell’Egitto non era dovuta a Hosni Mubarak; Hosni Mubarak c’era, perché l’Egitto era in quella situazione.

Solo nei film statunitensi, la “libertà” da sola risolve i problemi. E solo nei film mentali della sinistra, le folle che scendono in piazza portano con sé la salvezza. Fa parte della curiosa credenza nella Magia Deambulatoria, la stessa mentalità che ritiene che centomila persone che camminano sotto il sole reggendo cartelli possano costituire una “risposta”, che so, alla decisione delle banche di far tagliare le pensioni. 

Vedere tanti giovani che sorridono in piazza ha un effetto pavloviano sulla maggior parte della gente di sinistra, e spiega perché la “rivolta di Facebook” abbia coinvolto in maniera così acritica tanti da noi. (...) Le rivoluzioni oggi sono sempre una questione di passaggio di potere tra élite, come capirono benissimo Lenin e l’Ayatollah Khomeini. Quindi la vera questione è, quali sono le élite che si contendono le carcasse dei regimi che vengono abbattuti?
 
Tratto da Kelebek, recensione del volume "Chi c'è dietro la Primavera araba?" di Alfredo Macchi.

venerdì 29 giugno 2012

Lezione ai tedeschi? No, agli italiani.

La memorabile notte di Mario Balotelli, il ragazzo italiano con la pelle scura, si sovrappone e s'incrocia alla memorabile notte della squadra azzurra (...) Poi, il bellissimo abbraccio tra Mario e la sua mamma italiana: e sarà pure da ingenui pensarlo e forse anche scriverlo, però immagini del genere fanno pensare che un mondo migliore è possibile. Persino in Italia, dove tanti "g2", gli italiani di seconda generazione, devono passare nella strettoia della Bossi-Fini, e dopo avere compiuto 18 anni faticano ad avere il permesso di soggiorno, il passaporto e i più elementari diritti di cittadinanza. Mario Balotelli ha fatto gol anche a nome loro.

Maurizio Crosetti, La Repubblica

martedì 26 giugno 2012

Bravi a protestare, non a cambiare.

«Non facciamoci illusioni: i Fratelli Musulmani sono un movimento intollerante, e cercheranno di costruire uno Stato islamico». 

«L’Egitto non ha alcun interesse pratico a riaprire una situazione conflittuale con lo Stato ebraico, ma è difficile prevedere come si comporterà un governo guidato dagli islamici».

«I giovani illuminati della classe media sono bravi a protestare e far cadere i governi, ma poi non hanno la capacità e la voglia di assumersi le responsabilità e le fatiche necessarie a organizzare un partito, creare il consenso, vincere le elezioni e governare».

Francis Fukuyama, La Stampa

lunedì 25 giugno 2012

L'Egitto e il Giardino delle Bestie.

Alla fine lo possiamo affermare con certezza: il 75% degli egiziani non voleva la cosiddetta rivoluzione, ovvero la farsa che ha portato al potere il candidato dei Fratelli Musulmani (e nemmeno quello originale, bensì la sua versione apparentemente più moderata).

Perché se è vero che metà degli aventi diritto (circa 25 milioni) non si sono presentati alle urne, è lecito pensare che per costoro - il vero "Partito del Divano" egiziano - non faceva nessuna differenza essere governati da Mubarak, da suo figlio, dal suo ultimo premier o da un esponente della Fratellanza. O Franza o Spagna, purché se magna. E se è altrettanto vero che circa metà (per l'esattezza il 48%) dei votanti ha invece optato per quello che si definiva "fiero allievo di Mubarak", si può altrettanto legittimamente immaginare che a costoro andava benissimo come era già o che quanto meno hanno ritenuto che fosse il "meno peggio".

Invece l'élite laico borghese del Cairo, con la sua discesa in piazza, la vedeva diversamente, mossa come era dall'illusione di impostare una democrazia all'occidentale. E adesso si ritrova guidata e rappresentata da un presidente la cui moglie starà rigorosamente a casa, lontana dai riflettori (e da quei inutili progetti per l'infanzia e le donne promossi dalla fin troppo "occidentalizzata" moglie di Mubarak) e da un partito che voleva, vuole e vorrà sempre lo stato teocratico.

La Fratellanza ha segnato un ottimo goal, seppur dimezzato. La sua strategia del "lungo fiato" ha alla fine pagato, a differenza di quella violenta e sanguinaria dei loro "compagni che sbagliano". A riascoltare un vecchio discorso di Nasser, il presidente che ha portato la casta militare alla guida del paese, si capisce quanto sia stata fruttuosa la loro strategia.

Nel suo discorso, Nasser illustrava il perché abbia dovuto rinunciare ad un accordo con i Fratelli: "Fra le loro altre richieste, la  guida Suprema mi chiedeva pure di imporre il velo a tutte le donne". Il pubblico si è messo a ridere fragorosamente, con uno che addirittura esclamava "Che se lo metta lui, il velo" scatenando ulteriori risate. Provate a fare lo stesso discorso, oggi, nell'Egitto che vota la Fratellanza e in cui una donna non velata è sicuramente copta.

Eppure la Fratellanza ha davanti a sé un'occasione storica, perché dopo lo sdoganamento sancito dall'ascesa alla Presidenza potrebbe arrivare il riconoscimento anche da parte di chi ancora non si fida. Ci sarà tutto il tempo per vedere se il nuovo presidente sarà all'altezza del suo incarico, seppur ridotto a incarico onorario. Basterebbe infatti una dichiarazione sbagliata, una visita fuori posto, per scatenare un vicino che non aspetta altro.

In ogni caso si è persa una battaglia, non la guerra. Rimane ancora da vedere quali poteri avrà questo nuovo presidente, come sarà composto il nuovo parlamento, come si muoveranno i generali, quanto tempo ci vorrà per infiltare il sistema e ridurre al silenzio quegli elettori che hanno votato contro. In fin dei conti questa non è stata una rivoluzione ma l'ennesimo round tra l'esercito e la Fratellanza, gli storici contendenti del potere. Potrebbe ancora finire come nel '54, quando il tentativo di spartirsi la torta finì con la repressione del movimento. Oppure no. Chissà.

Che dire? Forse è il caso di rassegnarsi e pensare come gli intellettuali e i fighetti che hanno consegnato la vittoria ai Fratelli regalando loro quei voti (circa 900.000) che hanno fatto la differenza. Dopotutto anche l'ambasciatore statunitense nella Berlino del '33, che era un fine intellettuale, la pensava allo stesso modo (*): "Credo fermamente che un popolo abbia il diritto di governarsi da solo e che gli altri paesi debbano mostrarsi pazienti anche quando vengono compiute crudeltà e ingiustizie. Bisogna dare agli uomini il diritto di giocare le loro carte". Vedremo quali saranno quelle dei Fratelli Musulmani.

Comunque vada, io la penso invece come Max Planck, che riflettendo sullo stesso periodo storico - gli anni 30 della Germania - disse: "In mezzo a tanto sconforto, la mia unica consolazione è sapere che viviamo in un'era di catastrofi, l'inevitabile scia di ogni rivoluzione, e che dobbiamo sforzarci di accettare ciò che accade come un fenomeno naturale, senza tormentarci al pensiero che le cose sarebbero potute andare diversamente".

(*) Le citazioni sono tratte da un bellissimo libro che racconta la trasformazione della cultura e della civiltà europea in un "giardino delle bestie", dal nome del Tiergarten, il giardino adiacente alla casa del neo ambasciatore statunitense nella Berlino del 33.

domenica 24 giugno 2012

Antica profezia egizia

Perché piangere, Asclepio? L' Egitto stesso si lascerà trascinare a molto di peggio: sarà offuscato da reati molto gravi (...).

[L'Egitto] che insegnò agli uomini la santità e la pietà, darà l'esempio della più atroce crudeltà. In quell'ora, stanchi di vivere, gli uomini non considereranno il mondo come oggetto degno della loro ammirazione e riverenza (...).

Poichè l'oscurità sarà privilegiata alla luce, e si preferirà la morte alla vita, nessuno alzerà lo sguardo verso il cielo, l'uomo pio sarà ritenuto folle, l'empio, saggio, gli agitati saranno considerati onesti, il peggior criminale un uomo buono.

giovedì 21 giugno 2012

Tutto il potere ai Soviet. Poi si vedrà.

E' abbastanza di moda - fra gli intellettuali e i fighetti della borghesia cairota nonché i loro sostenitori all'estero - affermare che ci si deve schierare sempre e comunque con la "rivoluzione" (sic) e quindi anche contro il tentativo dei militari di imbrigliare i movimenti islamisti che si apprestano ad andare al potere.  

Proprio loro, quelli che hanno fatto la rivoluzione senza sapere come fronteggiare lo strapotere dei movimenti teocratici (perdendo su tutta la linea), oggi vorrebbero che l'unica forza in grado di costringere i loro avversari al dialogo faccia un passo indietro.   

Perché "Dovesse anche - come ha scritto recentemente un mio commentatore - miseramente fallire il loro tentativo rivoluzionario, dovesse anche l'Egitto sprofondare in un regime oscurantista, un giorno ci sarà qualcuno che ispirandosi ai giovani di piazza Tahrir riprenderà la battaglia per quegli stessi ideali".

Tutto molto bello, per carità: I processi democratici necessitano secoli, ovvio. Subiscono battute d'arresto o regressioni, certamente. Quindi il fatto che l'Egitto sprofondi in un regime oscurantista è un'ipotesi da prendere in conto, ci mancherebbe. E sapete la novità? Ben metà degli elettori egiziani l'ha presa in conto e proprio per questo ha votato l'ultimo Premier di Mubarak. 

L'idea di fare un salto nel buio in attesa di scorgere la luce in fondo al tunnel è un'ipotesi affascinante, perdindirindina. Ma non lo è per metà degli elettori egiziani che hanno pensato che se gli interessi dell'esercito (non entrare in guerra con Israele, ottenere gli aiuti statunitensi, incentivare il turismo) coincidono con quelli del paese, allora è meglio stare con l'esercito e - se necessario - persino con il vecchio regime. E prima di recarsi alle urne hanno pensato: quale sarà il prezzo da pagare prima di raggiungere il lieto fine prospettato dall'élite borghese? E - domanda ancora più importante - chi lo pagherà? 

Ora, se si va ad analizzare chi - fra gli egiziani - sostiene le posizioni coraggiosissime e certamente ineccepibili sul profilo ideologico, secondo cui fra un uomo della vecchia guardia e un candidato islamista dovremmo scegliere quest'ultimo anche se non siamo d'accordo con la sua visione, e concedergli pure pieni poteri, ci renderemo conto che è tutta gente che abita all'estero o che potrebbe raggiungerlo abbastanza facilmente. Intellettuali di fama internazionale, accademici con brillanti carriere all'estero alle spalle, giovani di classi sociali agiate con titoli di studio conseguiti nelle migliori università straniere. Se non hanno già i passaporti degli USA, del Canada o dell'UE, nulla potrà impedir loro di ottenere un facile asilo politico. Quantomeno il mondo civilizzato si solleverebbe in loro difesa, nel caso dovessero trovarsi nei guai.

Quanto ai loro sostenitori occidentali, non parliamone. Vogliamo fare qualche esempio su quelli che, sul web italiano, sostengono che i principi democratici vanno rispettati anche se dovessero condurre all'oscurantismo? Ogni riferimento a persone realmente esistenti è puramente casuale: la giornalista che si strugge per Gaza pur stando in una città decisamente meno pericolosa (e il povero Arrigoni docet), la stessa che prima di proferire parola sull'Egitto aspetta di vedere cosa dirà il grande intellettuale egiziano di turno, avendo ben cura di specificare che è suo "amico". L'insegnante che lavorava in Egitto e che ora scrive appassionatamente della rivoluzione mentre pianifica di andare a lavorare in un'isolotto dei Caraibi, etc etc. Quindi il prezzo della regressione oscurantista - ridotta a mera ipotesi quando invece tutti i segnali dicono diversamente - chi lo pagherà? 

Io l'ho già scritto in passato che chi non vive certe situazioni oppure non ha affetti e interessi in certi contesti, molto difficilmente capisce le paure e le aspettative di chi invece vi è immerso fino al collo. Per cui nulla di più facile che sostenere l'avvento dell'integralismo al potere, senza ostacoli, in nome della democrazia, dei diritti, dei discorsi confezionati e ritriti dei sessantottini frustrati che si appassionano per le vicende degli immigrati salvo non muovere un dito concreto per i loro diritti. Tranquilli: non sono passato alla destra né sono diventato un incallito islamofobo. Sto prendendo atto della triste realtà. E credo sia proprio questo a dare loro sui nervi, a spingerli a mettere in moto la macchina del fango: il fatto che io denunci apertamente la loro ipocrisia da Gauche Sardine.

A proposito di islamofobia, invece, credo che sia giunta l'ora di dirlo: il danno più grande combinato da Magdi Allam è stato proprio quello di mescolare la becera islamofobia da osteria con la denuncia dell'operato dei movimenti islamisti, col risultato di screditare anche la sacrosanta battaglia contro la politica fatta in nome della religione. E invece non dobbiamo temere le facili accuse di islamofobia, che qui di islamofobico non c'è niente. Sono forse islamofobi i dodici milioni di egiziani che hanno votato il candidato non islamista? Il non fronteggiare - ora e subito - la "conquista delle urne" di cui parlano apertamente gli integralisti, è come chiudere gli occhi davanti all'avanzata dei Nazisti in nome del rispetto fanaticamente ideologizzato del processo democratico grazie al quale sono arrivati alle urne.  

State certi che se gli egiziani dovessero essere consegnati, senza alcuna opposizione preventiva, a chi li governerà peggio ancora di chi c'era prima, vedremo gli stessi intellettuali, gli stessi fighetti che ora combattono in nome della "democrazia" girare per festival e convegni a dire che sono stati "naive", che sono stati "ingannati" e che però "La lotta continua, non ci stancheremo". Più o meno le stesse cose che dicono oggi. E state pure tranquilli: anche gli sponsor di costoro, gli "amici della democrazia" non rimarranno mica con le mani in mano: faranno cortei, manifestazioni e mostre per esprimere la loro solidarietà. Scriveranno articoli, libri e faranno comparsate televisive. La vacanza, però, la prenoteranno alla Maldive. Dopo aver controllato sul sito della Farnesina che non ci siano disordini politici e che sia ancora possibile indossare il Bikini.

mercoledì 20 giugno 2012

L'Egitto e il partito del Divano.

Quello di cui i "rivoluzionari" egiziani non riescono a capacitarsi (parlo di quella fauna appollaita sui propri account Facebook e Twitter che Shahira Amin, nota dissidente egiziana, ha inutilmente "implorato di lasciar perdere telefonini e PC e vivere nella realtà") è come si è arrivati a questo punto. Come è successo che nonostante le oceaniche adunate di Piazza Tahrir, quasi metà del popolo egiziano ha votato per l'ex premier di Mubarak mentre l'altra metà ha votato per un modello islamista sostanzialmente conservatore?

Alcuni noti attivisti della prima ora hanno usato termini davvero pesanti per commentare le sconfitte che si sono accumulate lungo il movimentato processo elettorale. Una di loro in particolare, dopo i risultati del referendum costituzionale in cui le forze islamiste hanno prevalso dopo aver trasformato la consultazione in una lotta tra l'Islam e gli infedeli, ebbe a dichiarare su Twitter che "la rivoluzione egiziana ha dimostrato che il 90% del popolo egiziano è costituito da cani che non meritano la rivoluzione". 

Alaa Al Aswani, di professione dentista nonché noto romanziere e intellettuale di riferimento della rivoluzione, non si spinge a tanto. L'altro giorno però ha scritto un lungo articolo in cui denunciava l'esistenza di una "minoranza non indifferente" di "cittadini addomesticati" (Al-Aswani la definisce "minoranza" sulla base di un calcolo che somma ad ogni egiziano sceso in piazza tre suoi famigliari rimasti a casa: ragionamento fallace, visto che conosco personalmente giovani scesi in piazza i cui genitori hanno votato per l'ex premier di Mubarak). Costoro si sarebbero "adattati al regime di corruzione e sottomissione" e quindi non "meritano la rivoluzione"

Anche l'ex premier di Mubarak ha affermato durante la campagna elettorale che "Gli egiziani sono per loro natura un popolo obbediente". Sembra un'affermazione ingiuriosa, ma alla luce di ciò che affermano i rivoluzionari stessi, non lo è poi tanto. Quello che non riesco a capire è: visto che in Egitto sono ormai  tutti d'accordo, a cominciare da chi la rivoluzione l'ha tentata, che gli egiziani non sono esattamente fan delle rivoluzioni,  qualcuno mi può spiegare perché quando affermavo che in Egitto non sussitevano ancora i presupposti per una rivoluzione democratica mi si accusava di "insultare il mio popolo"?
 
In realtà qui si prendeva solo atto della psicologia dell'egiziano medio. Materiale su cui gli esperti di guerra psicologica e i responsabili delle campagne elettorali hanno lavorato egregiamente. La maggioranza degli egiziani, checché ne dicano i media, non ha partecipato alla rivoluzione. Si sono limitati a seguire gli eventi di piazza Tahrir come fosse una partita di calcio (la definizione è di Al-Aswani) salvo scendere in piazza a cose fatte "per farsi fotografare coi bimbi vicino al carro armato" (sempre Al-Aswani). E' la stessa maggioranza che alle prime avvisaglie di difficoltà economiche e insicurezza ha detto "Ora basta. Vogliamo tornare alla stabilità, non importa come".

Nei primi giorni di Piazza Tahrir, quando le telecamere inquadravano una piazza gremita, il fatto che il sottoscritto sottolineasse che questa maggioranza esistesse e che - nonostante i numeri - i manifestanti in piazza erano "una minoranza", sembrava un'eresia. Eppure l'immobilismo dei 25 milioni di Cairoti era abbastanza evidente.  Ed è pensando a questo enorme pubblico di spettatori, a quello che in Egitto viene chiamato "Il partito del Divano", che si si raccomandava di non tirare troppo la corda dell'economia, mentre altri confidavano nel fatto che il popolo egiziano sarebbe stato in grado di "pazientare". E invece è bastato l'aumento dei prezzi, la crisi della benzina e del gas e la mancanza della sicurezza per far loro cambiare idea.

Il problema è che i borghesi scesi in piazza parlano con le pance piene da quartieri protetti: quindi se milioni di egiziani non sono scesi con loro o votano contrariamente ai loro desiderata è perché hanno avuto "l'imprinting della corruzione". Ma cosa significa esattamente "pazientare" quando devi sfamare cinque o sei bimbi giorno per giorno, rischiando di essere accoltellato per due lire? Questa incapacità di immedesimarsi nei bisogni semplici dei poveri - sapientemente usata invece da chi la mentalità del popolo egiziano la conosce bene - è quella che ha segnato il fallimento dei rivoluzionari. Fortunatamente alcuni protagonisti di questa stagione fallimentare hanno fatto mea culpa e ora stanno ragionando sui propri errori. Ma forse l'errore più grande è stato quello di voler trascinare in una rivoluzione un popolo che non ha vocazioni rivoluzionarie.

Nella foto un graffiti dei manifestanti: "Aderite al più grande partito in Egitto: il partito del Divano. Si alla stabilità".

martedì 19 giugno 2012

Gli egiziani? Che mangino brioche!

Siamo tutti d'accordo su una cosa: l'unico risultato conseguito dai tanto acclamati "giovani di Piazza Tahrir" è stato quello di mettere in moto un meccanismo che alla fine li ha schiacciati tra l'ex premier di Mubarak e il candidato dei Fratelli musulmani, consentendo di fatto all'Esercito ampi spazi di manovra. Ci è voluto un anno e mezzo, però, per arrivare ad una conclusione già ampiamente annunciata su questo blog. Dicasi un anno e mezzo per dimostrare che chi ha parlato e straparlato entusiasticamente di "Primavera egiziana", spesso schernendo gli scettici come il sottoscritto, aveva torto marcio su tutta la linea.

Ora uno si aspetterebbe come minimo un po' di autocritica (come ha egregiamente fatto Ugo Tramballi sul Sole) da parte di chi ha inconsapevolmente preso sul serio gente che ha dimostrato di rappresentare solo sé stessa, di non sapere nulla del proprio paese: dalla natura profonda del regime che lo governava ai bisogni dei suoi poveri. Al punto di prospettare di usare Facebook per risolvere i problemi delle baraccopoli. Della serie "che mangino brioches". E invece no. Piuttosto di ammettere di aver sbagliato analisi, previsioni, in poche parole tutto, costoro hanno preferito rimettere in moto la macchina del fango già avviata quando il sottoscritto preannunciava lo svolgimento e l'esito della farsa che oggi è sotto gli occhi di tutti.

Si butta fango pur di non ammettere di aver starnazzato per nulla, di essere di fatto complici di una farsa che alla fine si è ritorta contro il popolo egiziano che oggi è sull'orlo di un futuro molto più incerto - e decisamente più povero - di un anno e mezzo fa. Il livello di falsità e manipolazione è arrivato al punto che chi appena un anno e mezzo fa mi accusava di "detestare i giovani colti della borghesia cairota" oggi mi accusa di "odiare i giovani di classi sociali popolari o sottoproletarie". Quando è sotto gli occhi di tutti che il sottoscritto criticava una fetta sociale ben chiara, da me etichettata - sin dai primi istanti - con il termine "fighetti". Una definizione, già spiegata, non certo applicabile ai giovani della classi sociali popolari che hanno pagato - loro sì - il prezzo di questa farsa, a cominciare dai 200 ragazzi sui 15 anni condannati a pene severissime dai tribunali militari per aver partecipato ai vari disordini sobillati proprio dai Fighetti in nome di un cambiamento che non erano in grado di provocare.

Si, non ho partecipato alla farsa della rivoluzione perché sapevo già che si trattava di una farsa. Cosa di cui illustri politici e attivisti egiziani e non si sono accorti solo l'altro giorno. Farsa peraltro pericolosa e dagli esiti potenzialmente nefasti. Sia sul piano economico che su quello sociale. Dalla padella di Mubarak alla brace di chi considera il turismo peccato e i copti cittadini di serie B. Come milioni di altri egiziani quindi (e i risultati di queste elezioni presidenziali hanno dimostrato che fortunatamente non sono solo) - inclusi molti dei rivoluzionari che hanno visto con i loro occhi dove ci avrebbe portato la loro sconsiderata avventura - ho fatto il tifo per Shafiq, l'ultimo premier di Mubarak. E d'altronde quali erano le alternative?

Non ho nessun problema a dire che ho accolto con sollievo - come milioni di egiziani, e lo ripeto - la decisione della giunta militare di sciogliere un parlamento e probabilmente anche una Costituente composti in maggioranza da persone che non sanno dove siano di casa i diritti civili. E che ha preventivamente impedito al prossimo presidente, nel caso costui sia sensibile a quei richiami, di trascinare un paese stremato economicamente - e che dovrebbe avere tutt'altre priorità - in una guerra "per liberare Gerusalemme", come annunciato urbi et orbi durante la campagna elettorale (Il presidente può dichiarare guerra previo consenso del consiglio supremo delle forze armate). Come ho già scritto e  ampiamente argomentato, solo l'Esercito può obbligare i Fratelli Musulmani a venire a miti consigli. Il giorno che dimostreranno di essere davvero pragmatici, sarò il primo ad esserne felice.

Quanto al fatto che io venga dipinto - da parte di alcuni fanatici della rivoluzione, dai novelli Robespierre (l'"Incorruttibile" finito sulla ghigliottina), spesso mossi da odi personali e piccole invidie - come una specie di nostalgico del regime o di entusiasta golpista, che dire? E' il frutto della visione distorta che regna negli ambienti internettiani praticamente monopolizzati proprio dai "Fighetti" (quelli che William Engdhall ha correttamente definito "i fanatici di Twitter"). D'altronde è proprio uno di loro ad ammettere che in Egitto a scandalizzarsi per lo sciolgimento del parlamento è stato solo l'ambiente di Twitter. E infatti non abbiamo visto nessuna manifestazione oceanica contro il cosiddetto "golpe" che in realtà qualsiasi persona ragionevole non può che considerare che una garanzia.

Stiamo parlando di un ambiente anglofono, che ha studiato all'estero, che spesso ha uno o due passaporti stranieri nel cassetto e che questa rivoluzione l'ha usata per farsi spupazzare per convegni e festival, nello stesso modo in cui i loro sostenitori, quelli che ho chiamato i "turisti della rivoluzione", hanno colto l'occasione di aver trascorso le vacanze al Cairo per sfornare instant-book o un po' di post in cui "simpatizzavano" con la rivoluzione (leggasi la farsa). Si tratta, purtroppo, dello stesso ambiente che ha viziato le analisi della stragrande maggioranza degli osservatori internazionali. I quali hanno ingenuamente creduto ai social network piuttosto di considerare la realtà e i suoi protagonisti sul campo. Speriamo che stavolta non ricadano nello stesso errore.

domenica 17 giugno 2012

Il De Profundis della "Primavera egiziana".

Credo che nessuno meglio di Ugo Tramballi, sul Sole 24 Ore, abbia onestamente colto  questo momento della storia egiziana. Nel suo editoriale si percepisce un misto di considerazioni che mi sarebbe piaciuto leggere sui blog di chi mi aveva attaccato e insultato nei primi giorni della cosiddetta rivoluzione, quando venivo etichettato come "mubarakiano" solo perche' chiamavo i bloggers  di Tahrir "fighetti"  preannunciando l'esito fallimentare di una rivolta che esponeva inutilmente il paese a rischi incalcolabili.

Nell'editoriale di Tramballi c'e' la presa d'atto della realta' "Questa palude socio-economica, col 40% dei suoi 90 milioni di abitanti che vivono con meno di due dollari al giorno", l'umilta' di ammettere di aver sbagliato valutazione "Pensare che un gruppo di giovani borghesi colti, con un computer e un accesso a Internet potessero cambiare l’Egitto: si sono illusi loro e ci abbiamo creduto noi", il severo giudizio sul bilancio dell'avventurosa e malcalcolata discesa in piazza "Giovani bloggers, avete fatto troppi danni al vostro Paese" e un invito per il futuro che sono sicuro cadra' nel vuoto "I convegni e i festival dovrebbero essere più selettivi e meno entusiasti quando invitano i bloggers arabi".

Sono in parecchi a dovermi delle scuse, ma non mi illudo. Mi rimane pero' la soddisfazione di essere  fermato in diverse occasioni da persone che avevano seguito le vicende egiziane sul mio blog o  ascoltato i miei interventi pubblici sul tema e sentirmi dire: "E' andata esattamente come aveva previsto un anno e mezzo fa. Ma possibile che sia stato l'unico a prevederlo?". Non c'e' miglior riconoscimento per uno che si occupa di un pantano come quello mediorientale. Buona lettura.

E’ giusto che la Primavera egiziana finisca così: normalizzata dai militari, da un disegno e una determinazione più forti di quelle mostrate – meglio, mai esibite – da chi aveva dato avvio all’illusione. Se in piazza sono tornati in pochi a protestare nonostante il golpe bianco del vecchio potere, è perché non c’era più niente da difendere. La cosiddetta rivoluzione egiziana era finita molto tempo fa.

Pensare che un gruppo di giovani borghesi colti, con un computer e un accesso a Internet potessero cambiare l’Egitto: si sono illusi loro e ci abbiamo creduto noi. Abbiamo anche creduto che altri giovani meno fortunati di loro ma altrettanto decisi, li seguissero per mutare un Paese immobilizzato da 30 anni di potere dello stesso uomo, 60 di dittatura militare e alcune migliaia di sistema di governo piramidale. Ci hanno creduto e a noi faceva tanto piacere credere che con un click di portatile fosse andata al potere la fantasia: qui, in questa palude socio-economica, col 40% dei suoi 90 milioni di abitanti che vivono con meno di due dollari al giorno.

Nessuno può dimenticare il loro coraggio, i circa 900 morti, il loro incredibile successo iniziale. Chiunque lo conosca, si rende subito conto che l’Egitto è cambiato: c’è più libertà, i giornali sono diventati leggibili, la gente parla. Sarebbe ingiusto ignorare quello che i ragazzi di piazza Tahrir hanno fatto. Ora tutti dicono che da quelle conquiste non si torna indietro: chiunque governerà non le può ignorare. Ma nessuno può giurare che sia davvero così o non si tratti di un esercizio consolatorio di fronte alla grande sconfitta.

Hanno creduto di fare una rivoluzione politica con il web, trasformandolo da un mezzo a un fine. Come se la rete avesse il potere taumaturgico di guarire i mali dell’Egitto. Da piazza Tahrir non è emersa una forza politica né leaders capaci di far maturare il movimento se non dentro un’agorà virtuale. Mubarak ancora doveva cadere e loro già si dividevano, litigavano per un invito della Cnn ad Atlanta. Ma politicamente non uscivano dalla piazza, un cortile conosciuto, rifiutandosi di crescere e farsi contaminare dalla politica reale.

A un dibattito a Ferrara, al quale avevo partecipato, il sindacalista e Blogger Hossam el-Hamalawy, sosteneva che intenzionalmente il movimento non si era dato un leader: “In Egitto abbiamo avuto troppi faraoni”, spiegava. Per molto tempo mi sono chiesto se l’affermazione fosse stupida o presuntuosa. Adesso so che era l’una e l’altra. Hossam non voleva leaders: le idee e i popoli ne hanno invece bisogno. I convegni e i festival dovrebbero essere più selettivi e meno entusiasti quando invitano i bloggers arabi. Quanto meno dovrebbero capire che non rappresentano nessuna rivoluzione. Di solito parlano per se stessi e pochi altri. Al massimo sono un’ipotesi che fra un paio di generazioni potrebbe produrre qualcosa di concreto.

I militari che non guidano la transizione dell’Egitto ma la loro dentro l’Egitto, preparavano la trappola istituzionale e loro combattevano fra loro “La Battaglia di Facebook”, insultandosi e scontrandosi sul social network attorno a tematiche da canarino. E hanno continuato a farlo in questi giorni, estendendo il campo di battaglia a Twitter. Intanto gli intellettuali e i giornalisti, i maestri dell’opportunismo (in Italia non ne abbiamo il monopolio), dopo aver fatto i pifferai della rivolta annusavano l’aria e si rimettevano in marcia per tornare al vecchio padrone.

Come l’estremismo fu la malattia infantile del comunismo, così il web è stata l’affezione puerile della Primavera egiziana. Giovani bloggers, avete fatto troppi danni al vostro Paese: adesso diventate maturi e rifatevi vivi alla prossima generazione.

sabato 16 giugno 2012

Dal Cairo con sollievo.

Immagino che i miei lettori sappiano già delle ultime novità riguardanti l'Egitto: scioglimento del parlamento costituito da una maggioranza di islamisti, concessione del diritto d'arresto agli ufficiali della polizia e dell'intelligence militare e ammissione di Shafiq, ultimo premier di Mubarak ed ex comandante dell'aeronautica militare alla corsa elettorale.

Ora che la farsa da me anticipata, prima e subito dopo le dimissioni di Mubarak, si è compiuta e che i sedicenti osservatori di cose egiziane sono stati ampiamente sbugiardati, posso annunciare che sono estremamente soddisfatto. Comunque andrà a finire, e anche se riuscissero a vincere la presidenza, gli islamisti hanno davanti una strada in salita. In un paese privo di costituzione e di parlamento, tutto il potere legislativo è infatti nelle mani della giunta.

Ora non rimane che assistere agli ultimi atti della commedia, sperando - come afferma uno degli intellettuali egiziani che "la violenza della Fratellanza, che sappiamo armata, non esploda". Dopodichè si potrà passare a cose piu serie tipo costruire "bellissime tribune e distribuire caramelle" ai manifestanti in Piazza Tahrir, come promesso dal Generale Shafiq.

E se quest 'ultimo non dovesse vincere, vi prometto che portero' personalmente le caramelle ai sostenitori della "primavera egiziana" in Italia.

sabato 9 giugno 2012

L'Egitto visto da McDonald.

Un detto arabo recita "el tikrar yeallem el homar", ovvero "Il ripetere giova all'asino". Lo trovo molto più efficace della locuzione latina "repetita iuvant". E quindi ripetiamo: la rivoluzione egiziana - che finalmente si rivela per la farsa che è sempre stata (seppur dai risvolti potenzialmente pericolosi) - non è stata una rivoluzione di massa. Questo banalissimo dato di fatto, che il sottoscritto enunciò sin dai primissimi giorni di agitazione a Piazza Tahrir al Cairo (attirandosi gli strali di chi non aveva occhi che per la piazza gremita, dimenticando che l'Egitto conta oltre 90 milioni di abitanti) è ora una verità conclamata.

Se ci fosse bisogno di una prova, ormai ce l'abbiamo nero su bianco: un egiziano su quattro ha votato per l'ultimo premier di Mubarak. Superato di alcune centinaia di migliaia di voti dal candidato di un'altra forza saldamente conservatrice: i Fratelli Musulmani. Comunque finisca il ballottaggio, i giovani di Tahrir (che già all'epoca definii, suscitando qualche malumore, i "Fighetti di Tahrir") che hanno entusiasmato giornalisti ed esperti occidentali sono destinati ad essere sconfitti e a scomparire. In un modo o nell'altro.

Il corrispondente del Time al Cairo scrive oggi, sedici mesi dopo l'inizio di questa soap opera dagli esiti sconosciuti, ciò che il sottoscritto scrisse prima ancora delle dimissioni di Mubarak: "an uncomfortable reality for Egypt's revolutionaries 16 months after Mubarak's fall: not everyone wanted a revolution". Lo stesso dicasi della limitata capacità dei giovani rivoluzionari di comunicare con le masse e di capire i bisogni dei poveri, denunciata dal sottoscritto e all'epoca ridicolizzata e che invece oggi si percepisce benissimo nel commento di un altro corrispondente: "those in the square need a strategy to connect with the mass of ordinary Egyptians who have not joined their protest".


Un mio lettore, tempo fa, mi ha posto questa domanda: "Spero  che tu possa spiegare come sia nato il fenomeno dei "fighetti di Tahrir". Tu provieni da un retroterra culturale contiguo, forse anche simile, ma hai strumenti di analisi che a loro sembrano, ripeto sembrano, mancare completamente e vorrei capire perché". Cercherò di spiegarlo con due immagini. La prima mi è stata riferita da un amico che si è recato al Cairo alcuni anni fa. Viene fermato da uno dei numerosi "bambini di strada". Sporco, scalzo, vestito di cenci si è avvicinato all'amico che fece il gesto di dargli l'elemosina. Il bambino rispose: "No, no. Non voglio i soldi. Voglio che mi compri da mangiare". In realtà voleva che l'amico si recasse al McDonald e gli comprasse l'Happy meal. Come tutti i bambini, lo voleva provare ma se ci fosse andato di persona, la guardia della sicurezza all'ingresso glielo avrebbe impedito: simili soggetti costituiscono un'offesa all'occhio dei frequentatori.

La seconda immagine è la descrizione di uno dei Fighetti di Tahrir fatta da un corrispondente dello Zeitung, già riportata su questo blog: "Mahmoud indossa jeans attillati e scarpe da ginnastica Converse e ha studiato scienze della comunicazione. Anche i suoi amici sono andati al college. I loro genitori sono medici, avvocati, artisti. Sul tavolo gli ultimi iPhone e Blackberry. Il bagliore dei monitor dei computer portatili. Horreya: il nome del locale significa "libertà". Proprio qui c'è la birra. "La gente come noi ha messo in moto la rivoluzione", dice con orgoglio Mahmoud, spiegando come, con i loro smartphone, hanno diffuso l'appello per protestare su Facebook ad altri giovani della classe media egiziana durante i primi giorni. Sono educati, ben informati, mangiano al "McDonald". Questo fighetto ha rivelato all' attonito corrispondente la soluzione per i problemi dei poveri del Cairo: "So cosa fare con gli abitanti delle baraccopoli. Mostriamo loro come funziona Facebook".

Vale la pena notare che il Horreya è lo stesso locale da cui qualche blogger radical chic in vacanza temporanea al Cairo scriveva appassionati racconti sulla rivoluzione egiziana, prendendo in giro gli autisti esasperati da chi bloccava il traffico cairota "per protestare". E il problema è proprio questo: mentre i Fighetti e i loro sostenitori della gauche sardine internazionale cianciano di democrazia dai locali climatizzati e off-limits, i membri della Fratellanza distribuiscono beni di prima necessità con tanto di logo del loro partito. Ora è vero che il sottoscritto proviene da un ambiente sociale contiguo, ma di certo non ne condivido lo stesso retroterra culturale.

A differenza dei Fighetti di Tahrir, io non vivo in un modo ovattato dove si discute di politica in inglese davanti ad una birra ghiacciata. Sono perfettamente consapevole delle condizioni in cui versano milioni di egiziani: democrazia e rappresentatività politica sono l'ultima delle loro preoccupazioni, strangolati come sono da una rivoluzione senza fine. Non a caso ero allarmatissimo dalle avvisaglie del declino economico, mentre - ancora una volta - c'era chi mi prendeva in giro, incurante dei bisogni di chi campa giorno per giorno. La morale che si trae dalle due immagini sopra riportate è proprio questa: non puoi aiutare i poveri se non li vuoi nemmeno vedere.

giovedì 7 giugno 2012

Niente condanne, siamo egiziani.

Leggo in giro che Mubarak sarebbe in carcere perché accusato di aver ordinato di sparare sui manifestanti o perché ritenuto complice della loro uccisione. In realtà la corte che lo ha condannato è di tutt'altro parere. Basta leggere le illuminanti motivazioni della sentenza: all'ex presidente è stato addebitato il solo reato colposo, ovvero di "non aver fatto niente per fermare gli elementi non identificati - leggasi stranieri - che hanno sparato sui manifestanti". Idem per il ministro dell'interno. Proprio cosi: il tribunale non ha trovato "prove sufficienti per affermare che è stata la polizia a sparare sui manifestanti". Motivo per cui tutti gli ufficiali - alti gradi e non - sotto processo vengono assolti l'uno dopo l'altro (e molto probabilmente verranno immediatamente reintegrati). Intanto Mubarak, in carcere solo per accontentare la folla (che non è contenta), soffre di "depressione acuta". Motivo per cui molto probabilmente verrà trasferito in un ospedale militare. Questa "rivoluzione" è meglio di una soap opera. Comincia a piacermi.

Nella foto, manifestanti pro-Mubarak - visibilmente appartenenti alle più umili classi sociali del paese - davanti al Tribunale.

martedì 5 giugno 2012

L'Egitto, gli Islamisti e il Terrore.

Alcuni mesi fa scrissi una frase che fece sussultare d'indignazione qualche anima bella del web: "noi egiziani non saremmo in grado di gestire un gabinetto "alla turca", figuriamoci un'omonima democrazia". Come osavo mettere in dubbio le magnifiche potenzialità e le credenziali democratiche dei giovani fighetti egiziani muniti di Facebook e Twitter?

Poi si è visto come è finita, ovvero esattamente come previsto dal sottoscritto. Oggi, a pochi giorni da un ballottaggio che vede concorrere per la presidenza l'ultimo premier di Mubarak e un membro della Fratellanza musulmana (nota: si tratta del candidato "di riserva" poiché quello ufficiale, il potentissimo El-Shater, era stato escluso dalla commissione elettorale), sarebbe estremamente illuminante farsi un giro sui siti dei tanto amati bloggers della borghesia laica cairota che si sono lanciati in una rivoluzione di cui evidentemente non hanno calcolato affatto gli esiti più che probabili.

Non solo si potranno apprezzare i pesantissimi commenti indirizzati ai votanti che hanno messo i rivoluzionari facebookiani in un vicolo cieco (con il dover (non) scegliere tra uno che si è dichiarato fiero allievo di Mubarak e uno che promette di applicare la Sharia) ma anche rendersi conto del fatto che l'essenza stessa della parola democrazia non è tanto chiara nemmeno a chi è sceso in piazza per rivendicarla a suon di tweet e di slogan all'americana. Un fenomeno, questo, che era evidente sin dai primi giorni della rivoluzione quando gli attivisti laici obbligavano gli islamisti presenti in piazza, che abbozzavano, a non urlare slogan a favore dello stato islamico.

Mi ha particolarmente colpito un commento lasciato da un lettore in calce ad un articolo apparso sul sito di uno dei più noti bloggers egiziani (si noti che l'intero dibattito si svolge in inglese, ovvero che se la cantano e se la suonano da soli in un paese con milioni di analfabeti). L'articolo giustificava la posizione dei copti terrorizzati che si sono schierati dalla parte del candidato del vecchio regime contro la prospettiva di uno stato confessionale. Il commento, invece, recitava: "In una fase di transizione, la minoranza dovrebbe comportarsi in una maniera più intelligente e non andare contro la volontà della maggioranza".

E se quanto sopra riportato è la concezione che hanno i bloggers egiziani colti e anglofoni di ciò che dovrebbe essere la democrazia nel neo-Egitto, vi lascio immaginare cosa pensano quelli analfabeti. O gli estremisti. E in quale direzione andrà il paese sulla scorta dei voti delle migliaia di poveri che vengono "agganciati" con sacchetti della spesa colmi di beni di prima necessità, dopo essere stati opportunamente informati sulla figurina da crocettare sulla scheda (in un paese con milioni di analfabeti, ogni candidato sceglie un proprio simbolo: la scala, il cavallo, ecc. Il che rende doppiamente ridicolo l'aulico dibattito anglofono dei fighetti sul web).


La direzione sembra averla già tracciata il candidato della Fratellanza che ha promesso di "tenere Mubarak in prigione anche se venisse assolto dalla corte". La folla forcaiola che si sta radunando in piazza in queste ore, compatta dietro la Fratellanza, ancora una volta a suon di tweet, per chiedere la pena capitale per l'ottantenne in barella sarà contenta. Temo però che nel suo cieco accanimento ideologico non si renda pienamente conto di quali implicazioni questo singolare approccio giuridico possa comportare se da eccezione diventasse la regola. Cosi facendo, prima o poi la rivoluzione sfocerà nel Terrore giacobino.

E' lo stesso furore ideologico che ha totalmente onnubilato le menti dei vari analisti ed esperti in Occidente. Robert Fisk, noto giornalista inglese, si è spinto per esempio in uno dei suoi recenti editoriali infuocati contro Mubarak a mettere "estremisti islamici" tra virgolette, insinuando che si tratti di un'invenzione dell'ex presidente ed elevando al rango di "rivolte" le azioni armate da loro messe a segno. Evidentemente ha dimenticato che fra le cosiddette "rivolte" c'era anche il massacro di decine di turisti a Luxor, nel 97. Turiste smembrate col machete con tanto di biglietti ineggianti alla lotta inseriti negli intestini. Solo il pugno di ferro del regime ha obbligato i capi della galassia armata a dichiarare un cessate il fuoco.
 
Questa tendenza a sminuire il pericolo rappresentato dalla violenza armata che spesso e volentieri nasce dalle costole dei movimenti islamisti è estremamente pericoloso. E' opinione condivisa purtroppo, anche da parte di esperti di fama internazionale, che non c'è da temere questi movimenti poiché "non hanno il controllo dell'esercito, della polizia, una milizia o armi". E se fosse una questione di tempo? Di certo le armi non sono un problema in un paese che ha una gruviera di tunnel di collegamento con i territori palestinesi (da cui, durante la rivoluzione, sono entrati vari commandoes che hanno permesso la fuga dei prigionieri affiliati ai loro movimenti armati) e una frontiera di migliaia di chilometri con una Libia in cui circolano armi a gogò.

Quanto alla milizia, proprio alcuni giorni fa Omar Suleiman, già capo dei Servizi Segreti egiziani (ha lasciato l'Egitto alla vigilia del primo turno delle elezioni per recarsi in Germania, ufficialmente per motivi medici) ha pronosticato uno scontro tra l'esercito e gruppi paramilitari che la Fratellanza potrebbe istituire nell'arco del primo mandato, una volta vinte le elezioni. Un'ipotesi che riporta in mente uno degli episodi che hanno scosso l'opinione pubblica egiziana e non solo nel 2006: la dimostrazione di arti marziali davanti all'ufficio del rettore dell'università di Al-Azhar messa in atto da un nutrito gruppo di giovani incappucciati aderenti alla Fratellanza.

All'epoca il regime ordinò l'arresto di ben 180 studenti e di chi organizzò questa plateale dimostrazione di forza: proprio El Shater, ovvero il candidato originario della Fratellanza per la poltrona presidenziale. Il quale appena un anno prima del suo arresto pubblicò sul Guardian un articolo significativamente intitolato: "Non c'è bisogno di temerci". Non ci sono motivi per non credergli.

sabato 2 giugno 2012

Oltre ogni ragionevole dubbio.

Alla fine, nonostante molti elementi facessero pensare ad un'assoluzione, si è deciso di sacrificare Mubarak per il bene dell'Egitto. Effettivamente un giudizio di non colpevolezza, in questo clima arroventato e a ridosso delle elezioni, avrebbe scatenato il finimondo. 

Come ho già scritto su questo blog, riferendomi all'ex presidente: "Se ama davvero l'Egitto, faccia quindi questo ultimo sacrificio: accetti il suo processo con dignità affinché l'Egitto sopravviva a lui". Ora deve solo trascorrere il resto della sua vita nell'ospedale super specializzato di qualche prigione. 

Val la pena notare, infatti, che - non essendo adeguatamente "attrezzato" l'ospedale della prigione comune - l'ultimo anno e mezzo Mubarak l'ha passato nella suite presidenziale dell'ospedale costruito dagli americani per curare gli alti gradi dell'esercito durante la prima guerra del Golfo: piscina, palestra, terrazza ecc. 

Ora che le "necessarie modifiche" sono state apportate anche all'ospedale della prigione comune, non ci sono più motivi che possano impedire l'applicazione della sentenza. Dopotutto, è solo il primo grado di giudizio. Chi vivrà, vedrà.

venerdì 1 giugno 2012

Oggi, l'Egitto su Panorama.

Da oggi troverete in edicola, al prezzo di 1 euro, Panorama - uno dei maggiori settimanali di informazione italiani, lanciato nel 1962 come joint venture con Time -  completamente trasformato nel taglio informativo e nella grafica. 

Il "primo" numero ha una rubrica intitolata "Il dilemma della settimana", dedicata all'Egitto: "Mubarak verso la condanna, l'Egitto verso il caos: si stava meglio quando si stava peggio?". A rispondere a questo inquietante quesito con un "Si" (motivato) è il sottoscritto e con un "No" (altrettanto motivato) Paolo Branca, docente di lingua e letteratura araba all'Università Cattolica di Milano.

PS: lo scrivo ora, poi magari mi sbaglio: secondo me Mubarak verrà assolto. Ammesso - ed è molto probabile - che il giudice non decida di passare il caso, per un motivo o per un altro, ad un altro collega.