di Bishoy Ramzi Riad, giornalista egiziano, su Dar Al-hayat
La conquista della carica presidenziale da parte dei Fratelli Musulmani
in Egitto viene considerata da molti come la ripetizione dello stesso
tipo di esperienza islamista di altri paesi della regione. Forse
l’esempio più importante è costituito dal modello turco, il quale, dopo
l’arrivo del Partito della Giustizia e dello Sviluppo al potere, incarna
un notevole esempio di stato civile (*) basato su fondamenti religiosi.
L’altro esempio invece, ci viene fornito dall’Iran, il cui regime, dopo
la deposizione dello Scià nel 1979, poggia esclusivamente sui dettami
del pensiero sciita. (...)
La cosa più importante, però, è che le condizioni che hanno favorito
l’ascesa al potere delle correnti islamiste in Egitto, presentano grandi
somiglianze con quelle che condussero precedentemente agli stessi
risultati, in Turchia ed Iran. A questo punto, alla luce di questa
strana coincidenza, è naturale domandarsi in cosa consisterà l’approccio
che il nuovo presidente egiziano e la sua confraternita potrebbero
adottare (....)
In Iran, gli islamisti sono riusciti a raggiungere il potere
ed instaurare una dittatura religiosa nel loro paese in seguito alla
rivoluzione scoppiata nel 1979. Inizialmente furono i gruppi giovanili
d’ispirazione liberale a guidare la rivoluzione e ad accenderne la prima
scintilla, ma successivamente essi si allearono con gli islamisti per
deporre lo Scià, ed infine furono proprio gli islamisti a cogliere, da
soli, i frutti della rivoluzione: tutto ciò presenta molte somiglianze
con lo scenario al quale abbiamo assistito in Egitto, dopo la
rivoluzione del 25 gennaio.
Il regime islamico in Iran si basa su fondamenti sciiti, il più importante dei quali è il Velayat-e Faqih (in
base a questo principio, perfezionato dall’Ayatollah Khomeini, la
leadership politica spetta, in assenza di un imam ispirato divinamente,
al faqih, cioè a colui che è esperto nella giurisprudenza islamica
(N.d.T.) ), secondo il quale è la guida suprema della rivoluzione a
detenere le redini del potere nella nazione, in qualità di più alta
carica nel paese, più importante anche del presidente della repubblica.
Benché i Fratelli Musulmani (di confessione sunnita) rifiutino questo
principio, tuttavia esistono dei timori riguardo all’istituzione della
Bay‘a, o giuramento di fedeltà, la quale impone l’obbedienza dei membri
della confraternita di fronte alla guida suprema ed alle più alte
cariche della Fratellanza.
In realtà il discorso politico adottato da Morsi durante la campagna
elettorale – in particolare quella per il ballottaggio – si fonda
sull’idea del rispetto delle libertà personali e sulla promessa di non
venir meno alla parola data; questo discorso però assomiglia molto a
quanto affermato da Khomeini poco prima che gli islamisti
monopolizzassero completamente il potere in Iran. Per questo motivo
vengono sollevati molti dubbi su quanto la confraternita saprà
rispettare gli impegni presi dopo l’arrivo al potere nel paese,
soprattutto perché esistono molti precedenti che non invitano all’ottimismo.
I Fratelli Musulmani godono in Egitto dell’appoggio di molte forze
internazionali e regionali, nonostante tali forze perseguano interessi
contrastanti. Stati Uniti ed Europa ritengono, da una parte, che la
confraternita si impegnerà per far emergere l’immagine democratica
dell’Islam politico (obiettivo già raggiunto peraltro dalla Turchia), e
dall’altra che rispetterà i trattati e gli accordi internazionali con
Israele e non solo. In virtù di quest’opinione, gli americani hanno
rinunciato all’ex presidente Hosni Mubarak sebbene si fosse comportato
come un alleato fedele di Washington per molti decenni. L’Iran, dal
canto suo, crede che con l’arrivo della Fratellanza al potere vi siano
buone possibilità di allacciare relazioni più strette tra il Cairo e
Teheran, all’ombra del sostegno iraniano alla resistenza libanese e
palestinese. Bisogna però riconoscere che tale sostegno è diminuito
enormemente nell’ultimo periodo, e con esso l’influenza iraniana nella
regione mediorientale, soprattutto a causa del fatto che il regime di
Assad potrebbe cadere molto presto. Ed è per questa ragione che l’Iran
cerca attualmente di trovare un alleato alternativo.
Ritengo che sia ancora presto per prevedere quale sarà la natura
delle politiche della confraternita sul lungo periodo, tuttavia almeno
all’inizio, a causa dell’attuale conflitto con i militari, i Fratelli
Musulmani saranno obbligati a mantenere un profilo equilibrato, sia sul
fronte interno che all’estero, sulla scia della politica adottata dal
Partito della Giustizia e dello Sviluppo in Turchia, al fine di
conquistare contemporaneamente la fiducia del popolo egiziano e della
comunità internazionale.
(*) Su questo blog ho già ampiamente argomentato il perché è del tutto impossibile, allo stato attuale, che in Egitto sorga un modello "alla turca", inteso come modello di governo laico con background islamista, senza alcuna tutela da parte dell'esercito. A conferma di quella previsione, poche settimane dopo il mio articolo, il premier turco Erdogan si reca al Cairo e invita il popolo egiziano a considerare il modello "laico" nel corso di un'intervista alla tv egiziana solo per vedere le sue esternazioni immeditamente bollate come "indebita ingerenza negli affari interni" dagli esponenti dei Fratelli musulmani (che non avevano ancora vinto le elezioni). Il rifiuto del modello turco da parte della nuova élite al potere in Egitto mi sembra quindi evidente, a meno che non si abbiano le fette di kebab sugli occhi. Ecco perché ritengo molto più interessante analizzare le somiglianze col caso iraniano.














