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venerdì 27 luglio 2012

Egitto-Iran: grandi somiglianze, stessa fine?

di Bishoy Ramzi Riad, giornalista egiziano, su Dar Al-hayat

La conquista della carica presidenziale da parte dei Fratelli Musulmani in Egitto viene considerata da molti come la ripetizione dello stesso tipo di esperienza islamista di altri paesi della regione. Forse l’esempio più importante è costituito dal modello turco, il quale, dopo l’arrivo del Partito della Giustizia e dello Sviluppo al potere, incarna un notevole esempio di stato civile (*) basato su fondamenti religiosi. L’altro esempio invece, ci viene fornito dall’Iran, il cui regime, dopo la deposizione dello Scià nel 1979, poggia esclusivamente sui dettami del pensiero sciita. (...)

La cosa più importante, però, è che le condizioni che hanno favorito l’ascesa al potere delle correnti islamiste in Egitto, presentano grandi somiglianze con quelle che condussero precedentemente agli stessi risultati, in Turchia ed Iran. A questo punto, alla luce di questa strana coincidenza, è naturale domandarsi in cosa consisterà l’approccio che il nuovo presidente egiziano e la sua confraternita potrebbero adottare (....)

In Iran, gli islamisti sono riusciti a raggiungere il potere ed instaurare una dittatura religiosa nel loro paese in seguito alla rivoluzione scoppiata nel 1979. Inizialmente furono i gruppi giovanili d’ispirazione liberale a guidare la rivoluzione e ad accenderne la prima scintilla, ma successivamente essi si allearono con gli islamisti per deporre lo Scià, ed infine furono proprio gli islamisti a cogliere, da soli, i frutti della rivoluzione: tutto ciò presenta molte somiglianze con lo scenario al quale abbiamo assistito in Egitto, dopo  la rivoluzione del 25 gennaio.

Il regime islamico in Iran si basa su fondamenti sciiti, il più importante dei quali è il Velayat-e Faqih (in base a questo principio, perfezionato dall’Ayatollah Khomeini, la leadership politica spetta, in assenza di un imam ispirato divinamente, al faqih, cioè a colui che è esperto nella giurisprudenza islamica (N.d.T.) ), secondo il quale è la guida suprema della rivoluzione a detenere le redini del potere nella nazione, in qualità di più alta carica nel paese, più importante anche del presidente della repubblica. Benché i Fratelli Musulmani (di confessione sunnita) rifiutino questo principio, tuttavia esistono dei timori riguardo all’istituzione della Bay‘a, o giuramento di fedeltà, la quale impone l’obbedienza dei membri della confraternita di fronte alla guida suprema ed alle più alte cariche della Fratellanza.

In realtà il discorso politico adottato da Morsi durante la campagna elettorale – in particolare quella per il ballottaggio – si fonda sull’idea del rispetto delle libertà personali e sulla promessa di non venir meno alla parola data; questo discorso però assomiglia molto a quanto affermato da Khomeini poco prima che gli islamisti monopolizzassero completamente il potere in Iran. Per questo motivo vengono sollevati molti dubbi su quanto la confraternita saprà rispettare gli impegni presi dopo l’arrivo al potere nel paese, soprattutto perché esistono molti precedenti che non invitano all’ottimismo.

I Fratelli Musulmani godono in Egitto dell’appoggio di molte forze internazionali e regionali, nonostante tali forze perseguano interessi contrastanti. Stati Uniti ed Europa ritengono, da una parte, che la confraternita si impegnerà per far emergere l’immagine democratica dell’Islam politico (obiettivo già raggiunto peraltro dalla Turchia), e dall’altra che rispetterà i trattati e gli accordi internazionali con Israele e non solo. In virtù di quest’opinione, gli americani hanno rinunciato all’ex presidente Hosni Mubarak sebbene si fosse comportato come un alleato fedele di Washington per molti decenni. L’Iran, dal canto suo, crede che con l’arrivo della Fratellanza al potere vi siano buone possibilità di allacciare relazioni più strette tra il Cairo e Teheran, all’ombra del sostegno iraniano alla resistenza libanese e palestinese. Bisogna però riconoscere che tale sostegno è diminuito enormemente nell’ultimo periodo, e con esso l’influenza iraniana nella regione mediorientale, soprattutto a causa del fatto che il regime di Assad potrebbe cadere molto presto. Ed è per questa ragione che l’Iran cerca attualmente di trovare un alleato alternativo.

Ritengo che sia ancora presto per prevedere quale sarà la natura delle politiche della confraternita sul lungo periodo, tuttavia almeno all’inizio, a causa dell’attuale conflitto con i militari, i Fratelli Musulmani saranno obbligati a mantenere un profilo equilibrato, sia sul fronte interno che all’estero, sulla scia della politica adottata dal Partito della Giustizia e dello Sviluppo in Turchia, al fine di conquistare contemporaneamente la fiducia del popolo egiziano e della comunità internazionale.

(*) Su questo blog ho già ampiamente argomentato il perché è del tutto impossibile, allo stato attuale, che in Egitto sorga un modello "alla turca", inteso come modello di governo laico con background islamista, senza alcuna tutela da parte dell'esercito. A conferma di quella previsione, poche settimane dopo il mio articolo, il premier turco Erdogan si reca al Cairo e invita il popolo egiziano a considerare il modello "laico" nel corso di un'intervista alla tv egiziana solo per vedere le sue esternazioni immeditamente bollate come "indebita ingerenza negli affari interni" dagli esponenti dei Fratelli musulmani (che non avevano ancora vinto le elezioni). Il rifiuto del modello turco da parte della nuova élite al potere in Egitto mi sembra quindi evidente, a meno che non si abbiano le fette di kebab sugli occhi. Ecco perché ritengo molto più interessante analizzare le somiglianze col caso iraniano.

giovedì 26 luglio 2012

Pluralismo all'egiziana. Come promesso.

Ugo Tramballi, Il Sole 24 ore
 
Un fratello presidente, un altro primo ministro, un altro ancora suo vice. Se i militari non avessero chiuso il Parlamento, un quarto esponente dei Fratelli musulmani ne sarebbe stato il capo. Non era esattamente questa sistematica occupazione del potere che gli islamisti avevano promesso agli egiziani.

Il premier incaricato dal presidente Mohamed Morsi è Hisham Kandli, 50 anni, una barba da musulmano moderato e un volto da ingegnere. È infatti entrambe le cose. Esperto di acque e irrigazione, Kandli ha un master della Utah State University e un dottorato alla North Carolina. Nel governo uscente di Kamal Ganzouri, Kandli è il ministro per l'Irrigazione, in "quota" fratellanza. Oltre che islamista, il nuovo potere egiziano sembra una lobby di ingegneri americani: anche Morsi lo è, laureato alla Usc di Los Angeles.

L'aspetto americano sembra meno rilevante di quello islamista, al momento. Eletto presidente un mese fa, Mohamed Morsi aveva promesso di scegliere, «entro pochi giorni», un primo ministro capace di essere «una figura indipendente e patriottica». I giorni sono diventati un mese e Kandli non sembra avere le caratteristiche di premier indipendente. Si erano fatti i nomi del Nobel per la pace Mohamed ElBaradei, dell'ex banchiere centrale Faruk El-Oqda o di HazemEl-Beblawi, laico e vicepremier nel governo Ganzouri. Si è scelto invece un uomo della Fratellanza.

Ancora più politica è l'indicazione del vice di Kandli: è Khairat al-Shater, imprenditore di peso e soprattutto vero leader politico dei Fratelli musulmani, inviso ai laici. È probabile che sarà lui il vero premier: una specie di primo ministro ombra. Soprattutto se dalla nuova Costituzione sempre in fase di definizione, uscirà un Egitto non più presidenziale come lo è stato negli ultimi 60 anni.

Non è la prima volta che i Fratelli musulmani non mantengono le promesse. Nel Parlamento, poi chiuso poco più di un mese fa dalla Corte costituzionale, avevano promesso di formare una commissione costituzionale equilibrata, e non lo hanno fatto. Avevano anche annunciato di non candidare nessuno alle presidenziali: prima Shater, costretto a ritirarsi, e poi Morsi lo sono stati. Ora è venuta meno anche la promessa di un governo più ampio. Dal punto di vista democratico ne hanno il diritto: i Fratelli hanno vinto sia le elezioni parlamentari che le presidenziali. Ma all'inizio era inteso che la ricostruzione dell'Egitto dovesse essere fatta da tutte le sue componenti politiche. I Fratelli musulmani sembrano invece avere una vocazione monopolistica (...)

sabato 21 luglio 2012

Suleiman muore, l'Egitto resiste.

Decine di migliaia di persone hanno assistito oggi al Cairo alle esequie militari di Omar Suleiman, ex capo dei servizi segreti egiziani ed ex braccio destro del presidente deposto Hosni Mubarak.  I funerali si sono svolti nel pomeriggio nella moschea di Al Rashdan, nel quartiere di Al Nasr al Cairo. Molte persone si sono accalcate per poter toccare la bara del militare, avvolta nella bandiera egiziana e poi trasportata dai soldati su un carro trainato da un cavallo. 

Alla cerimonia non ha partecipato il neopresidente egiziano, l'islamico Mohamed Morsi, che ha inviato un suo rappresentante. Erano presenti invece il capo del Consiglio Supremo della Forze Armate, il maresciallo Hussein Tantawi e il capo dei servizi segreti Murad Muawfi. Durante la cerimonia i sostenitori di Suleiman, nemico giurato degli islamisti, hanno scandito slogan ostili a Morsi e ai Fratelli musulmani.

Intanto, un deputato salafita, iperconservatore, Ali Waniss, e' stato condannato da un Tribunale egiziano a 18 mesi di reclusione per essere stato colto in flagrante mentre compiva ''atti indecenti'' con una giovane studentessa, che e' stata condannata 6 mesi di prigione. La vicenda, avvenuta all'inizio di giugno, ha attirato critiche e ironie sui social network soprattutto per quanto riguarda l'accusa di 'doppi standard' lanciata nei confronti di esponenti di movimenti religiosi integralisti. 

venerdì 20 luglio 2012

Egitto: Campa cavallo che la democrazia cresce.

L'altro giorno, negli Stati Uniti, è morto il generale Omar Suleiman, ex capo dei servizi segreti del Cairo. Figura amatissima da moltissimi egiziani e odiatissima da altrettanti. Chi lo ha amato, incoraggiandolo persino a candidarsi alle ultime elezioni presidenziali (in 48 ore erano state raccolte quasi 50 mila firme), vedeva in lui l'eroe di guerra e il patriota i cui successi e le cui imprese hanno risparmiato all'Egitto i rischi dei conflitti regionali e del terrorismo jihadista. Purtroppo questi traguardi, proprio in quanto afferenti la sfera dei servizi segreti, non saranno mai resi noti oppure lo saranno fra parecchi decenni. 

Chi lo ha odiato, invece, vedeva in lui la personificazione del demonio, il fido braccio destro di Mubarak, un pilastro della repressione del regime e - sopratutto - lo strumento della politica di collaborazione con Israele nella regione. Inutile dire che fra i suoi più acerrimi nemici ci sono proprio e sopratutto gli esponenti dei movimenti islamici radicali: le loro reazioni scomposte sui media egiziani (alcuni si sono lasciati andare a manifestazioni di giubilo, altri hanno persino emesso una fatwa che lo dichiarava "infedele" e pertanto immeritevole di un funerale islamico) la dicono lunga sull'enorme perdita strategica rappresentata dalla morte di questo importante personaggio.

Benché la linea di dialogo intrapresa da Suleiman con le autorità israeliane abbia di fatto stretto Gaza in una morsa di ferro, non può essere messo in discussione il fatto che proprio questa linea abbia fortemente limitato il flusso di armi destinati ai movimenti radicali islamici egiziani e risparmiato all'Egitto un eventuale intervento israeliano nel Sinai con la scusa di difendere i confini dello stato ebraico: una garanzia preziosissima per la sicurezza del territorio egiziano. Ora non si può più affermare lo stesso: Israele ha schierato i suoi missili sui confini egiziani, intensificando le accuse alle autorità egiziane di non essere in grado di controllare il Sinai, da cui spesso e volentieri partono attacchi contro Israele.

Omar Suleiman era l'uomo che gestiva i più importanti file regionali: la questione palestinese e quella iraniana, tanto per incominciare. Al punto che si potrebbe presumere che Mubarak stesse di fatti preparando lui - e non il figlio, come vuole la vulgata - alla successione. D'altronde Mubarak stesso aveva seguito questo percorso poiché nessuno può ambire alla poltrona di presidente in Egitto senza avere in mano le fila dei più spinosi casi regionali. Peccato che Mubarak abbia sempre tergiversato (probabilmente era titillato dall'idea di piazzare comunque il figlio), prendendo la decisione di nominare Suleiman come Vice Presidente ufficialmente  solo negli ultimi giorni del regime, di fatto bruciando la sua successiva candidatura.

La reazione isterica degli esponenti del radicalismo islamico alla sua morte rappresenta l'ennesimo cattivo presagio sulla sorte dell'Egitto. Ed è la conferma che l'unico linguaggio di cui sono capaci questi personaggi è quello della scomunica e della violenza. Proprio i loro commenti fanno risaltare quanto scalpitino per rimuovere ogni ostacolo che possa rallentare o impedire un loro totale monopolio del potere. Come interpretare altrimenti il commento di uno di costoro che augurava la stessa sorte toccata a Suleiman a tutti coloro che "tengono incatenato il nostro Presidente" ? Il che fa propendere a credere che la linea dura usata da Suleiman nei loro confronti fosse di fatto l'unica in grado di contenerli, checché ne dicano quelli del "Non condivido la tua idea, ma darei la vita perché tu la possa esprimere" (Ok, ma la controparte è disposta a fare altrettanto?). 

La cosa a dir poco allucinante è che probabilmente la morte di Suleiman verrà accolta con altrettanto sollievo anche da parte di alcuni osservatori occidentali radical chic (la famosa Gauche Sardine) che hanno già bollato l'uomo in passato come quello "che faceva il bello e cattivo tempo in Egitto" chiedendosi come mai non sia stato ancora "processato". Un atteggiamento irresponsabile facile da spiegare: questi "esperti" traggono le loro conclusioni dall'amicizia dichiarata con alcuni intellettuali egiziani completamente scollati dalla realtà del paese. Particolarmente illuminante è l'ultimo editoriale di Al-Aswani, di professione dentista, romanziere e intellettuale di riferimento del fronte rivoluzionario, che immagina l'Egitto nel 2035, dopo il ritiro forzato dei militari - quelli che tengono incantenato il Presidente per intenderci - dalla scena politica. La sua fervida immaginazione dà il via libero al delirio: "Si candiderà una donna copta contro un candidato musulmano. E i Fratelli Musulmani e i Salafiti (le cui idee si saranno nel frattempo evolute) decideranno di appoggiare la candidata cristiana, perché più capace". Campa cavallo che la democrazia cresce.

mercoledì 18 luglio 2012

Primavera salafita e Islamismofobia.

In un certo ambiente radical chic, che preferisco definire Gauche Sardine, prevale la convizione che siccome la cosiddetta Primavera Araba ha finalmente reso "visibili" gli arabi "simili a noi" (quelli che navigano su Facebook e mangiano da Mc Donald's per intenderci) allora "Alqaida è sconfitta" e "il potenziale dell'Islam radicale è in declino". Corollario necessario di questo strampalato ragionamento è che chiunque esprima dubbi su questa stagione politica del mondo arabo altro non è che uno degli incalliti islamofobi che hanno spadroneggiato sui media nell'ultimo decennio oppure un nostalgico delle dittature, o - meglio ancora - entrambi.

Ebbene: che la cosiddetta "Primavera araba" abbia spinto in prima linea sui mezzi di informazione di mezzo mondo la crema della società araba è indubbio. Finalmente l'opinione pubblica mondiale si è resa conto che non ci sono solo gli i barbuti, i terroristi, i kamikaze e via discorrendo, ma anche uomini, donne e sorpatutto giovani con aspirazioni "normali": pane, libertà, giustizia sociale. Ma l' improvvisa e a mio parere sovraesposta visibilità di questa fetta della società del mondo arabo in un momento politico critico non ci dovrebbe far dimenticare che questa stessa stagione ne ha dimostrato anche la disorganizzazione, lo scollamento dalla realtà che li circonda e la debolissima capacità di incidere sul corso degli eventi.

Le cancellerie occidentali avrebbero dovuto accorgersi della presenza di queste persone e sostenerle almeno dieci anni fa, invece di ricorrere a strategie che di fatto hanno rinforzato i movimenti radicali tipo andare in giro a bombardare mezzo mondo islamico nella speranza di "esportare la democrazia" per poi passare direttamente a trattare con i movimenti islamisti in nome del libero mercato. Rendersi conto ora, tra l'altro solo mediaticamente, del fatto che nel mondo arabo esista un fronte laico, dopo la débacle che ha visto i laici perdere in tutte le consultazioni elettorali è del tutto inutile. La frittata è fatta: a conti fatti, "il potenziale dell'Islam radicale" non è mai stato forte quanto oggi.

Spesso e volentieri si tende a fare distinzioni fra  i movimenti islamisti "pragmatici" (che secondo alcuni saranno indeboliti dall'esercizio del potere che mette a nudo le loro contraddizioni) e  i gruppi radicali (che invece ricorrono alla violenza), il che è accademicamente è corretto. Ma la discussione accademica è una cosa, la realtà sul terreno è un'altra: quando un movimento arriva al potere, richiama intorno a sé una corte dei miracoli che spesso e volentieri lo rinforza, nonostante oppure proprio grazie alle contraddizioni. E i movimenti violenti, spesso e volentieri nati dalle costole di quelli "pragamtici", giocano un ruolo tutt'altro che secondario in questo processo di consolidamento. 

Benché i movimenti islamisti che hanno vinto in Tunisia e in Egitto oggi ripudino formalmente la violenza e perseguano la loro agenda con metodi pacifici, la loro salita al potere ha di fatto "ringalluzzito" i loro "compagni che sbagliano". In Tunisia non passa giorno senza che i salafiti irrompano in qualche cinema o qualche università, mentre in Egitto sono visibilmente aumentati i casi di "poliziotti della morale fai da te". Tre di loro hanno addirittura ucciso a coltellate un giovane reo di passeggiare con la sua fidanzata che ha osato protestare per la loro ingerenza nella sua vita privata. Persino le elezioni libiche (dove ha vinto il fronte "liberale") hanno sostanzialmente "ripulito" l'immagine di diversi jihadisti acclamati, permettendo loro di partecipare alla corsa elettorale.

Volenti o nolenti, la pressione - politica e sociale - che eserciterà la fazione ultraconservatrice condizionerà fortemente l'operato dei "compagni che non sbagliano". La storia è vecchia: le camicie brune aiutano Hitler ad arrivare al potere (nel caso egiziano ci hanno pensato però i giovani fighetti di Piazza Tahrir a fare un "lavoro pulito", politicamente corretto e mediaticamente vendibile di cui hanno raccolto i frutti i movimenti radicali) poi Hitler - che non era esattamente un moderato - non riuscendo ad accontentare le loro richieste sempre più spinte e temendo gli eccessi che mettevano in pericolo la sua autorità, decise di liquidarle. Lo stesso accadde a Gaza, con Hamas che ad un certo punto decise di schiacciare i salafiti. Accadrà lo stesso nei paesi dove hanno vinto gli islamisti?

In questo clima che non promette nulla di buono (ci sarà prima uno scontro tra i militari e gli islamisti o uno scontro tra le varie anime degli islamisti?), il fatto che alcuni giornalisti si sveglino adesso - dopo più dieci anni di forsennata islamofobia, a cui pochissimi si sono opposti (e fra questi pochissimi proprio il sottoscritto, tanto per chiarirci) - per tacciare proprio con accuse di islamofobia le voci che osano esprimere timori sulla salita degli islamisti al potere nei paesi arabi, mi fa francamente ridere. Ma come, proprio ora che gli scenari apocalittici prospettati dai media rischiano davvero di concretizzarsi, chi fa la Cassandra rischia di passare per islamofobo?

Si fa ricorso al termine "islamofobia" proprio quando non si dovrebbe. Qui non si sta parlando di impedire di costruire le moschee o a "guardarsi dal vicino della porta accanto" (il buon vecchio Allam): ma del pericolo concreto rappresentato da una determinata visione della politica e della società che implica conseguenze disastrose non solo per i popoli interessati, ma per il mondo intero. Qui si parla di "Islamismofobia", che è la fobia - tutt'altro che ingiustificata - nei confronti di movimenti politico-religiosi che sguazzano nell'ambiguità. E il fatto che persino in arabo ci siano due diversi termini per indicare i musulmani (muslimun) e gli islamisti (islamiyun) dovrebbe quanto meno far riflettere. Ma bisogna conoscere l'arabo, appunto.

lunedì 16 luglio 2012

Miglior blog sull'Egitto per Easyviaggio.


Ricevere un riconoscimento per il proprio blog non può che far piacere. Conseguirlo "per la grande qualità dei suoi contenuti che sembrano importanti nell’ottica di viaggiare più informati e consapevoli, grazie a quel mix di esperienze dirette e di letture approfondite che propone – cosa che, purtroppo, non può affatto essere detta di tutti i blogs del genere" lo è doppiamente. Se poi a attribuire il riconoscimento è Easyviaggio, portale internazionale di infomediazione che si occupa di viaggi e turismo, non si può che accettare il riconoscimento ringraziando per aver inserito il link a questo blog in una pagina dedicata. Easyviaggio unisce ai motori di comparazione prezzi, una ricca ed originale componente editoriale al fine di osservare da più punti di vista  le più svariate destinazioni, turistiche e non, a livello mondiale. Vi consiglio vivamente la loro pagina dedicata all'Egitto e quella dedicata al Cairo.

Tutto merito di Gheddafi.

"Se verrà confermata la netta vittoria dell'Alleanza delle Forze Nazionali, moderate e laiche, diretta da Mahmud Jibril ex primo ministro del governo provvisorio, la Libia dovrà ringraziare, in un certo senso, l'ex dittatore Gheddafi, che è indubbiamente l'artefice del processo di laicizzazione della Jamahiriya, l'uomo che ha contrastato con ogni mezzo, lecito e illecito, la penetrazione in Libia delle forze islamiste integraliste. Il debole risultato del Partito della Giustizia e della Costruzione, il braccio politico dei Fratelli musulmani, deriva anche dal fatto che Gheddafi ne ha praticamente sterminata la leadership e quasi sradicata l'organizzazione

Angelo del Boca, storico della Libia e del colonialismo italiano

"Potrà anche apparire come una beffarda ironia della Storia, ma la realtà è che questa che appare come una sorprendente vittoria dei moderati nelle elezioni dell’altro giorno in Libia è l’ultima eredità di Gheddafi. Si può legittimamente dire tutto il male che si vuole, di lui e dei suoi quarant’anni di violenze, e alla fine, comunque, sarà sempre poco; tuttavia, quando – domani o tra qualche breve giorno – vedremo sedersi sulla tribunetta del Parlamento di Tripoli non un barbuto seguace della Fratellanza Musulmana, con tutto il suo codazzo di riti e di rivendicazioni nel nome di Allah Potente e Misericordioso, ma un glabro signore di abiti e di modi occidentali che, certamente, anche lui ringrazierà Allah, e però poi farà riferimento ai valori della democrazia e al tempo nuovo che il suo Paese si appresta a vivere, ebbene, tutto questo lo dovremo a quel dittatore che aveva fatto della Libia un suo spietato feudo personale".

Mimmo Candito, La Stampa.

giovedì 12 luglio 2012

Egitto: Pragmatismo islamista? Da dimostrare.

(...) Sebbene le esperienze realizzate al di fuori del mondo arabo, e in particolare quella della Turchia, abbiano dimostrato che il progetto nazionale è che quello che ha maggiori possibilità di successo, le varie tendenze islamiste nel mondo arabo continuano a muoversi tra le due opzioni (quella islamista e quella nazionale, ndr). 

Non si tratta di mettere a confronto la performance del partito “Refah” con quella del “Partito Giustizia e Sviluppo”, cioè il fallimento di Erbakan rispetto al successo di Erdogan, ma di prendere atto della differenza dei due progetti, uno islamista e l’altro nazionale con le caratteristiche dell’Islam moderato in Turchia.

Erbakan – e con lui il suo partito – ha fallito quando ha fatto diventare la questione dello stile di vita personale una questione centrale del suo programma politico, considerato innanzitutto islamico. Così ha iniziato una battaglia sul tema del velo (hijab) e sull’ingresso di una donna velata in Parlamento. Al contrario, Erdogan e il suo partito hanno vinto quando hanno messo al primo posto nel loro programma politico le questioni dello sviluppo economico e della rivitalizzazione della comunità, enfatizzando il tema della libertà, dell’istruzione e dell’assistenza sanitaria.

Gli allievi di Erbakan in Turchia non hanno aspettato troppo a lungo, anzi hanno imparato la lezione in fretta, anche se venivano dallo stesso background ideologico dei Fratelli Musulmani. Hanno fondato il Partito “Giustizia e Sviluppo”, il quale ha un progetto nazionale con un background islamista centrista e moderato.

È però improbabile che in Egitto possa ripetersi la stessa esperienza, in un modo o nell’altro. Le cose, infatti, sono più complicate e non concederanno ai «Fratelli» due possibilità. Adesso è arrivata finalmente la loro occasione, dopo oltre otto decenni trascorsi in clandestinità e perseguitati, e spetta al Presidente, che è cresciuto all’interno di questo ambiente, dimostrare se la corrente che i Fratelli Musulmani esprimono possiede un progetto nazionale in grado di risolvere i problemi che si sono accumulati nel tempo e di vincere o meno la sfida.

(...) Sebbene l’esperienza della Turchia sia certamente fonte di ispirazione a questo proposito, e la lezione della Tunisia sia chiara, l’orientamento del nuovo Presidente egiziano resta tuttora un mistero. Tutti attendono di capire quali politiche, quali misure, quali azioni egli deciderà di intraprendere, per comprendere quale progetto abbia scelto. Probabilmente ciò non sarà possibile nel breve periodo in quanto le sfide che Mursi deve affrontare sono enormi e implicano la costruzione di una coalizione nazionale con altri partiti per superare il periodo attuale, estremamente critico. 

Quindi è probabile che passeranno mesi prima che potremo conoscere il progetto del nuovo Presidente dell’Egitto, e capire se il discorso positivo che ha tenuto durante le ultime due settimane fosse di carattere strategico o solamente tattico.

Wahid Abdel Meguid, analista e commentatore egiziano; direttore del Centro “al-Ahram” per le traduzioni e le pubblicazioni, su Al-Ittihad

mercoledì 11 luglio 2012

Egitto: Democrazia in vista.

I miei lettori si ricorderanno quando, un mese fa, il sottoscritto scrisse che "La direzione (imboccata dall'Egitto, ndr) sembra averla già tracciata il candidato della Fratellanza (oggi Presidente,ndr) che ha promesso di "tenere Mubarak in prigione anche se venisse assolto dalla corte". La folla forcaiola che si sta radunando in piazza in queste ore, compatta dietro la Fratellanza, ancora una volta a suon di tweet, per chiedere la pena capitale per l'ottantenne in barella sarà contenta. Temo però che nel suo cieco accanimento ideologico non si renda pienamente conto di quali implicazioni questo singolare approccio giuridico possa comportare se da eccezione diventasse la regola. Cosi facendo, prima o poi la rivoluzione sfocerà nel Terrore giacobino". Appena un mese dopo, il neo Presidente convoca - con un decreto - un parlamento sciolto dalla Corte Costituzionale, massima autorità giudiziaria del paese, fregandosene quindi altamente della sentenza, inaugurando un conflitto senza precedenti tra i poteri dello stato e facendo bruciare diversi miliardi alla borsa egiziana. E ai deputati liberali (circa 160) che si sono rifiutati di presentarsi in aula, promuovendo addirittura delle cause contro la riconvocazione "d'ufficio" di un parlamento di cui pur fanno parte, è stato riservato - da parte dei sostenitori dei movimenti islamisti (che ovviamente hanno la maggioranza nel parlamento sciolto) - il trattamento rappresentato nella foto. Democrazia in vista.


giovedì 5 luglio 2012

Oggi, la Libia su Panorama

Oggi troverete su Panorama - in edicola, a 1,50 € - un mio breve articolo (p.92) sulla situazione in Libia. Il commento è all'interno di un interessante reportage di Jeroen van Bergeijk con un' intervista al giovane miliziano che si era impossessato del cappello di Gheddafi dopo la conquista di Bab El Aziziya

lunedì 2 luglio 2012

L'Egitto e il mettere in dubbio l'"anima araba".

Chi, come il sottoscritto, ha dovuto subire un fiume di contumelie per aver espresso - sin dai primi istanti - forti critiche sulla cosiddetta rivoluzione egiziana, sul suo sviluppo e sui suoi esiti, non può che rimanere sollevato nel vedere Tariq Ramadan - professore di Studi Islamici Contemporanei presso il  St. Antony’s College della Oxford University - denunciare il tentativo di screditamento delle "voci più prudenti e pessimiste" che si sono espresse sul caso egiziano. 

Mi è particolarmente piaciuto il paragrafo dedicato a difendere le voci che "esprimevano dubbi sul popolo arabo e sulla sua capacità di liberarsi dalla dittatura". E qui mi viene in mente quando definii gli attivisti di Piazza Tahrir "fighetti scollati dalla realtà" anticipando che non avrebbero cavato un ragno dal buco, e che invece di una democrazia laica avrebbero trasformato l'Egitto in quello che uno dei più noti blogger egiziani ha giustamente definito "uno stato militar-religioso". Nel caso non abbiate capito cosa significa, sappiate solo che è qualcosa di peggiore di ciò che c'era prima.

Cosi come mi viene in mente quando affermai che "noi egiziani non saremmo in grado di gestire un gabinetto alla turca, figuriamoci un'omonima democrazia": un chiaro riferimento alla Turchia e alla sua capacità di coniugare democrazia e laicità, cosa che gli egiziani hanno dimostrato di non saper fare, dal momento che alle elezioni hanno votato un movimento - i Fratelli musulmani - che ha già fermamente rigettato l'invito di Erdogan alla laicità. Curioso però come persino questo gioco di parole sia stata manipolato per screditarmi trasformandosi in un patetico "gli egiziani non saprebbero gestire manco un cesso, figuriamoci il proprio Stato".
 
L'incipit dell' editoriale di Ramadan è una risposta magistrale ai dilettanti che vorrebbero occuparsi di questioni geopolitiche quando invece farebbero molto meglio a dedicarsi alla ricerca di una buona ricetta culinaria o di qualche piccante avventura occasionale di cui condividere i dettagli con i propri lettori.

In Egitto regna la confusione. La rivolta di massa iniziata il 25 gennaio 2011 ha rovesciato il presidente a vita Hosni Mubarak e apparentemente ha scosso il suo regime dittatoriale. L’ottimismo sembrava aver trionfato: era giunta la “primavera araba”, la “rivoluzione” stava avanzando, la gente aveva sconfitto il dittatore e aveva cominciato la sua lunga marcia verso la libertà. Le voci più prudenti, che avevano ammonito che bisognava essere più attenti alla congiuntura politica nazionale e regionale, finirono sotto attacco e vennero sommariamente screditate. Erano infettate dal pessimismo, dissero alcuni, o dedite alla promozione degli interessi occidentali.

Cosa ancora più grave, queste stesse voci esprimevano dubbi sul popolo arabo e sulla sua capacità di liberarsi dal duplice giogo della dittatura e dei diktat delle Grandi Potenze. Gli egiziani, come i tunisini e gli yemeniti, si erano liberati senza alcun aiuto esterno e avevano preso in mano il loro destino. Esprimere una qualunque esitazione significava mettere in dubbio se stessi e l’ “anima araba”, se non lo stesso “arco della storia”. Un simile dubbio era, per sua stessa natura, un’espressione di colpa. Nel mio libro ‘Islam and the Arab Awakening’, ho espresso alcune riserve circa l’origine e anche la natura delle rivolte che hanno scosso il Medio Oriente e il Nord Africa. Sono stato criticato in Occidente (come teorico della cospirazione), così come nei paesi arabi ed a maggioranza musulmana (per lo stesso motivo e, soprattutto, per la mia mancanza di fiducia nel coraggio del popolo arabo). Eppure …

La situazione in Egitto ci obbliga ad abbandonare l’ottimismo dettato dalle emozioni dei primi mesi e a tornare ad un esame più attentamente ponderato, e più logico, dei fatti e delle questioni così come sono. Non possiamo trascurare la conclusione che, fin dall’inizio della sollevazione popolare, l’unica istituzione a non aver perso il controllo della situazione sono state proprio le forze armate. Dopo qualche esitazione (dovuta essenzialmente alle tensioni tra il clan filo-Mubarak e la maggioranza degli ufficiali desiderosi di scaricare un leader che era diventato motivo di imbarazzo, allo stesso tempo salvaguardando le proprie prerogative ed i propri interessi), la gerarchia prese inizialmente la decisione di non intervenire (seguendo l’esempio tunisino) e di permettere le proteste di massa fino a quando il dittatore non fosse caduto (....).

domenica 1 luglio 2012

Egitto Anno Zero. O Anni Trenta?

                            L 'altro giorno ho commentato i risultati delle elezioni egiziane con un post intitolato "L'Egitto e il Giardino delle Bestie". Il titolo - ispirato ad un romanzo storico che racconta la lenta trasformazione della Germania in un vero e proprio "Giardino delle Bestie" negli Anni 30 - non è affatto casuale.

Un mio lettore di origine araba, entusiasta della cosiddetta rivoluzione egiziana e del suo "Anno Zero", mi chiede se sono consapevole della portata storica del discorso del novello presidente, appartenente alla Fratellanza Musulmana. Un movimento la cui fondazione e la cui ideologia risalgono appunto agli Anni 30.

Ne sono perfettamente consapevole, e ciò che ho sentito non mi piace affatto. Per carità, il discorso è farcito di annunci concilianti che lasciano credere che i trattati internazionali saranno rispettati, che verrà nominato un Vice Presidente Copto, e tutte quelle cose che si propinano ad una società non ancora pienamente "coordinata": un termine che spiegherò più avanti.

Del discorso del novello presidente però è uno solo il punto saliente da tenere saldamente in mente, un raccapricciante monito per il futuro: "Prometto che farò liberare lo sceicco Omar Abdul Rahman". Per chi non conoscesse la figura dello sceicco cieco, condannato al carcere a vita negli Stati Uniti per il suo ruolo di spicco nel propagandare il terrorismo (il suo gruppo ha svolto un ruolo di primo piano nel massacro dei turisti a Luxor nel 97), consiglio un rapido giro in rete.

Ora, chiunque conosca bene la storia sa  che un movimento soggetto a cicliche repressioni e messo al bando fino a non molto tempo fa, che deve ancora trattare con un apparato militare ostile, che deve ancora infiltrare quello governativo oltre che vedersela con un 48% della popolazione che non lo ha votato non può che apparire ragionevole e conciliante.

Negli anni 30, in Germania, il partito Nazista - i cui esponenti erano rimasti lungamente nelle carceri della Repubblica di Weimar - salirono al potere. Democraticamente, con una percentuale di circa il 43,9 %. Per un po' di tempo il loro atteggiamento fece credere agli osservatori internazionali che il movimento si sarebbe convertito al pragamtismo, rispettando i trattati internazionali e quella parte della società che non lo aveva votato.

Nel giro di pochi anni l'intera società tedesca era stata invece "coordinata", nel senso che il lavaggio del cervello portato avanti dalla macchina propagandistica nazista fu portato a termine. Gli oppositori, invece, erano nei campi di concentramento. La cosa triste è che i turisti che si recavano in Germania in quegli anni non credevano affatto alle previsioni catastrofiste di quella minoranza che faceva da cassandra. Anzi, molti di loro erano persino entusiasti della "rivoluzione nazista" e della ventata di "novità" che rappresentava.

Nel frattempo, quella parte - una buona metà della società tedesca - che sperava con tutto il cuore che il risultato delle elezioni fosse annullato, che venisse dichiarata la legge marziale e che l'esercito regolare - in quel momento ancora ostile al movimento nazista - intervenisse per mettere fine a quella che sembrava una farsa, veniva ridotta al silenzio. Quei tedeschi sarebbero stati definiti oggi "golpisti da divano" o "Mubarakiani", da qualche anima bella.

E invece c'è poco di "Mubarakiano", nelle mie posizioni, se anche Karim Amer, un blogger laico famoso a livello internazionale per aver passato quattro anni nelle carceri di Mubarak (quindi non sospettabile affatto di Mubarakismo), ha deciso di votare proprio il candidato che si è professato "fiero allievo di Mubarak", rivolgendosi a chi - fra i laici - ha votato la Fratellanza con queste parole:

"Vi mangerete le dita dal rimpianto e piangerete come pianse Boabdil mentre contemplava alle sue spalle il Palazzo dell'Alhambra a Granada, ma il rimpianto non vi sarà di alcuna utilità quando verrete trascinati nelle prigioni e sui patiboli, mentre sarete perseguitati nei vostri paesi di esilio. Piangerete e rimpiangerete il momento in cui avete regalato le vostre teste alla fratellanza che non vi sarà affatto riconoscente per l'aiuto che avete dato loro nella salita al potere".