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mercoledì 26 settembre 2012

La "Primavera araba" e il brusco risveglio.

Un detto recita: "Quanto più bello il sogno, tanto più deludente il risveglio". Nei paesi della cosiddetta "Primavera araba", che ha fatto e continua a far sognare alcuni poveri illusi (nonostante il detto che recita "Il buongiorno si vede dal mattino"), altri hanno avuto un brusco risveglio (almeno si spera). Francesca Russo, un’italiana che vive a Tunisi con il marito e i due figli di 6 e 4 anni, sembra essere una di questi. 

Un anno fa - racconta un blog del Corriere - "raccontava l'emozione" (sic) e c'ha pure scritto un libro intitolato “Io non ho paura”. Ora, dopo che la scuola (americana) frequentata dal figlio maggiore è stata incendiata durante l’attacco contro l’ambasciata Usa, dice di essere “da una parte un po’ delusa e dall’altra un po’ senza parole”. Aggiunge: “Le forze dell'ordine non sono state in grado di portare soccorsi alla scuola americana: hanno risposto quattro ore dopo. E una volta intervenuti, non sono riusciti nemmeno a spegnere le fiamme come si deve. All’una di notte la scuola bruciava ancora”. “Adesso la gente ha un po’ di paura effettivamente”.

Seguono estratti significativi tratti dal blog della signora: "la speranza accesa dalla rivoluzione era più forte, prevaleva la sensazione di vittoria, la stessa che dominava durante le elezioni, le prime dopo 23 anni. (...) Ora non c’è assolutamente questa sensazione. La gente sente che in qualche modo è stato tradito lo spirito della rivoluzione. (...) Ieri la mamma di un amico di mio figlio, polacca, mi ha detto: “Io non porto i bimbi a giocare al parco perché parlano in inglese, e io ho paura. E’ una cosa gravissima da dire. Io non mi sento libera dopo che ho fatto la rivoluzione con i tunisini? Non è assolutamente accettabile. Certo c’è un po’ di psicosi. Anche se due ragazze che erano uscite per comprare delle cose all’angolo si sono beccate un paio di pietre l’altro giorno: parlavano in inglese. Questa storia non l’ho raccontata troppo in giro per non alimentare la psicosi".

Sul blog trovo scritto anche questo: "Come spiegargli (al bambino, ndr) il perche' migliaia di tunisini hanno assaltato la sua scuola, dato fuoco alla libreria, rubato i computer, danneggiato i suoi disegni, i suoi ricordi, in nome di un Dio, che dovrebbe significare bonta', generosita', amore. Come spiegare questo video? Ma chi e' questa gente? Non e' certo il popolo accogliente che ci ospita da 5 anni, non sono certo gli stessi tunisini che hanno eroicamente abbattuto un regime dittatoriale ventennale in nome della dignita'. Gli stessi che il 15 gennaio 2011, quando le milizie di Ben Ali impazzavano nel nostro quartiere, bussavano alla porta, per chiedere se avevamo bisogno di qualcosa. Non sono certo quelli che ci hanno raccontato le loro storie e aiutato a scriverne un libro. In un momento di rabbia (e oggi ne abbiamo tutti una gran dose), ci chiediamo: Ma dove erano tutti questi eroi? Ma soprattutto dove erano le autorita' tunisine, il suo esercito, la sua polizia in quelle lunghe ore di saccheggio? Dov'era la Tunisia che conosciamo mentre i disegni di bambini innocenti di 70 nazionalita' andavano in fiamme?"

Ora io non so dove fossero le autorità mentre i "disegni dei bambini" andavano in fiamme. Forse erano impegnati a trovare un modo alternativo per inserire nella costituzione il principio secondo cui "la donna è complementare all'uomo", o a cercare soldi per sussidiare il Viagra e rincarare le pillole anticoncezionali. Una cosa è certa però: il giorno in cui le cose si metteranno davvero male, e invece dei "disegni dei bambini", andarà a fuoco qualcos'altro, una cosa è certa: genitori e bambini di 70 nazionalità diverse sgomiteranno per salire a bordo dell'ultimo elicottero in procinto di decollare dal tetto dell'ambasciata americana. Ma questo lo dicevamo quasi due anni fa, mentre altri "facevano la rivoluzione" senza valutarne le conseguenze (per loro, e per i poveri indigeni che ci resteranno)...

venerdì 21 settembre 2012

A volte ritornano...

Magdi Allam emerge dall’oblio pronto ad attizzare il fuoco ogni volta che il presunto “scontro di civiltà” fra cristiani e musulmani si riaccende. Con dichiarazioni che sembrano studiate apposta per esasperare ulteriormente gli animi. E così il presidente della sedicente formazione politica “Io amo l’Italia” è comparso sul palco di un dibattito leghista a Brescia, distillando su Maometto giudizi molto simili a quelli contenuti nel film che ha contribuito a scatenare le violenze in Libia e in diversi paesi musulmani.(...) La stella del giornalista Magdi Allam, nato al Cairo nel 1952 ed educato in scuole cattoliche, comincia a brillare dopo gli attentati dell’11 settembre 2001. Diventa un editorialista di punta di Repubblica in un periodo in cui l’opinione pubblica scossa dalle stragi negli Usa ha fame di approfondimenti sull’Islam e sul mondo arabo. Tanto che nel 2003 il Corriere della Sera lo strappa all’eterno concorrente garantendogli una qualifica di vicedirettore ad personam e, a quanto si sa, un lautissimo stipendio. E’ l’epoca in cui il solitamente sobrio quotidiano di via Solferino ospita i violentissimi editoriali anti-islamici di Oriana Fallaci, sulla scia di best seller come “La rabbia e l’orgoglio” che la giornalista ha pubblicato con Rizzoli. E anche Magdi si “indurisce”. Al giornalista-analista si sostituisce via via il battagliero paladino della cristianità minacciata dall‘invasione musulmana, perpetrata anche attraverso l’immigrazione, altro tema bollente e sempre declinato sul fronte della “sicurezza”. (...) Il 23 marzo 2008, la consacrazione, anche mediatica. Allam decide di abbracciare in toto la religione cristiana e di farsi battezzare da Papa Benedetto XVI durante la veglia pasquale. Scelta che il giornale di cui è vicedirettore, l’un tempo laico Corriere della Sera, celebra con un titolo in prima pagina: “Conversioni, il papa battezza Magdi Allam”. (...) Magdi Cristiano Allam è ormai un personaggio. Quasi naturale, dunque, il salto in politica. Con una formazione – anche questa – ad personam, il partito “Protagonisti per l’Europa Cristiana”. Che non lascia grandi tracce di sé, ed è grazie a un accordo con l’Udc di Pier Ferdinando Casini che l’ex giornalista conquista un seggio europeo alle elezioni del 2009, dove brilla soprattutto per assenteismo. Dopo aver lasciato il gruppo del Ppe perché troppo morbido nella difesa della cristianità, siede nello stesso gruppo della Lega nord, “Europa delle libertà e della democrazia”. Ma l’agenda cambia, e il vento della crisi economica spazza via gran parte dell’interesse sullo “scontro di civiltà”. La stella di Allam si offusca: nel 2010 il paladino dell’Occidente ritiene opportuno continuare la sua battaglia come candidato del Pdl alla presidenza della Regione Basilicata, ma Berlusconi, che pure è di manica larga, preferisce evitare. L’avventura lucana si ridimensiona: Allam si candida presidente con il suo nuovo partito, “Io amo l’Italia”, che comunque prende l’8 per cento. Ma i fasti del passato restano lontani. 

(*) La foto qui pubblicata non è una vignetta umoristica: Allam si candiderà davvero nel 2013 per fare il "Presidente dell'Italia". Da indipendente. Almeno cosi dice. Vedremo.

giovedì 20 settembre 2012

Oggi, la "Primavera Salafita" su Panorama.

Oggi troverete su Panorama un mio editoriale (p.45) dove si argomenta il perché la cosiddetta "Primavera araba" rischia di trasformarsi in una "Primavera salafita". L'editoriale "pessimista" è raffrontato ad un editoriale "ottimista" di Paolo Branca, docente di lingua e letteratura araba all'Università Cattolica di Milano.

lunedì 17 settembre 2012

L'innocenza dei musulmani, tra follia e ambiguità.

Finalmente, a qualche giorno di distanza, possiamo commentare la follia andata in onda nei giorni scorsi. Ricapitoliamo: un gruppetto di cittadini egiziani copti emigrati negli USA gira un filmato scadente - intitolato "l'Innocenza dei musulmani" - che ridicolizza Maometto. Basta leggere profili e biografie dei soggetti in questione per capire che sarebbero disposti a vendere la propria madre pur di conseguire un qualche guadagno, quindi figuriamoci se si sono posti problemi circa l'incolumità dei propri correligionari (che pur dicono di voler difendere) quando hanno deciso non solo di girare quella roba ma addirittura di doppiarla in arabo. Sul perché un gruppetto di fondamentalisti cristiani abbia deciso di investire denaro in una provocazione il cui esito era scontato nel bel mezzo della campagna elettorale statunitense lo lascio immaginare ai lettori. Fatto sta che altri folli, dall'altra parte dell'oceano, hanno deciso di rispondere alla provocazione come da manuale: assaltando e devastando le ambasciate americane.

Fin qui nulla di diverso rispetto a quanto accaduto alcuni anni fa con la vicenda delle vignette danesi, quando un quotidiano sconosciuto decise di pubblicare vignette satiriche su Maometto provocando l'indignazione dei musulmani (che hanno semplicemente deciso di boicottare i prodotti danesi) e, en passant, il furore distruttivo di una minoranza di facinorosi che - allora come oggi - si sono conquistati le prime pagine dei quotidiani occidentali, con un tripudio di titoli che accomunano l'Islam - tout court - con l'assassinio, l'odio, la malvagità. Eppure i numeri parlano chiaro: in tutto il mondo islamico - che conta un miliardo e mezzo di fedeli - i manifestanti saranno stati si e no qualche migliaio. 

Stavolta però, c'è qualcos'altro che mi disturba profondamente: il modo in cui hanno reagito agli attacchi i governi islamisti attualmente al potere: troppo lenti, troppo soft, troppo ambigui. Ecco perché stavolta la vicenda ha assunto una dimensione decisamente allarmante: la prossima provocazione potrebbe far saltare equilibri di per sé molto precari e spianare la strada del potere a movimenti e correnti ancor più intrasigenti. Ma forse è proprio questo l'intento degli islamofobi: crearsi un nemico con cui combattere. Che altrimenti i seggi in parlamento si dimezzano, come è accaduto a Geert Wilders.

domenica 16 settembre 2012

Primavera araba e pragmatismo linguistico.

"Scontro all'ultimo tweet tra ambasciata statunitense al Cairo e Fratelli musulmani riguardo al contestato film su Maometto che ha provocato proteste nel mondo arabo, a partire appunto dall'Egitto. Lo scambio sarcastico di battute è iniziato con un messaggio di Ikhwanweb, pagina del gruppo islamico, che ha ritwittato un commento in inglese del numero 2 del movimento, Khairat el-Shater. "Siamo sollevati dal fatto che nessun membro dello staff dell'ambasciata Usa al Cairo sia ferito e speriamo che le relazioni tra Usa ed Egitto sosterranno la turbolenza degli eventi di martedì sera". Al tweet è seguita la risposta secca del ufficio diplomatico americano: "Grazie. Comunque, avete controllato i vostri commenti in arabo? Speriamo sappiate che leggiamo anche quelli". L'ambasciata ha fatto riferimento ad alcuni tweet considerati ambigui e rivolti a scatenare proteste contro il film".(Agenzie)

"Nel frattempo, due sindacati di polizia hanno chiesto un'interrogazione parlamentare sui fatti di venerdì e si è scoperto che il Ministro degli Interni tunisino, Ali Laaraiedh, avrebbe raccomandato agli agenti di polizia che stavano per recarsi a presidiare l'ambasciata americana di "non brutalizzare i salafiti". Se la notizia verrà confermata, tutti i partiti concordano che il ministro sarà costretto alle dimissioni. Ali Laaraiedh è un esponente del partito di maggioranza di ispirazione religiosa Ennahda, che troppe volte si è dimostrato ambiguo nel condannare le violenze degli estremisti salafiti, sempre più numerosi, che pescano ogni giorno nuovi adepti negli ambienti della malavita". (Repubblica)

giovedì 13 settembre 2012

USA, Libia, Egitto: chi semina raccoglie.

Nell'apertura del suo sito, il New York Times afferma che gli assalti alle ambasciate americane in Libia (dove una brigata islamista che ha combattuto contro Gheddafi nella guerra appoggiata anche dagli Stati Uniti è riuscita ad uccidere l'ambasciatore americano e altri diplomatici) e in Cairo (dove in maniera del tutto incomprensibile le forze dell'ordine si sono dileguate permettendo ai manifestanti di penetrare fin dentro il cortile per ammainare la bandiera USA e sostituirla con una islamista) potrebbero "troncare le speranze dell’opinione pubblica americana sugli effetti democratici della rivoluzione araba"

Evidentemente qualcuno al New York Times crede ancora negli "effetti democratici" delle cosiddette rivoluzioni. Se questo è il caso, forse farebbe bene a leggere l'ultimo editoriale del romanziere egiziano Al-Aswani che è stato fra i promotori e i sostenitori della "rivoluzione" egiziana poiché convinto che la neo-democrazia egiziana sarebbe stata capace di trasformare, in breve tempo, Islamisti e salafiti in forze politiche aperte nientepopodimeno all'ipotesi di "votare compatte per un candidato-presidente donna e cristiana perché più capace del suo concorrente musulmano"

Ieri invece Al-Aswani ha scritto un editoriale che è un compendio di numerosi segnali preoccupanti: "Ci si aspettava dal primo presidente eletto di fondare una vera democrazia e invece ha cominciato ad piegare la macchina dell'oppressione nel suo interesse. Il Senato (a maggioranza islamista, ndr) ha sostituito i caporedattori che lodavano Mubarak con persone grate agli Islamisti e invece di un ministro dell'informazione con background militare impegnato a vietare le critiche al consiglio supremo delle forze armate, ora abbiamo un ministro dell'informazione appartenente alla Fratellanza che vieta i serial televisivi che criticano la stessa. 

In un momento in cui gli ospedali sbarrano le proprie porte per paura degli attacchi dei malviventi, il Presidente va in giro protetto da ben tremila soldati. (...) Al posto dei governatori fedeli a Mubarak sono stati nominati governatori fedeli alla Fratellanza. E invece della legge di emergenza adottata da Mubarak ora si prepara una nuova legge di emergenza per servire il presidente Morsi. Ho saputo da fonti attendibili che importanti ufficiali nella Sicurezza di Stato si stanno avvicinando alla leadership della Fratellanza chiedendo perdono per la repressione attuata ai tempi di Mubarak e offrendo i propri servizi. (...) Noi non sappiamo che differenza interocorre tra la Presidenza e l'ufficio della Guida Suprema della Fratellanza e questo fa di quest'ultima un'organizzazione segreta che sfugge al controllo dello stato. Abbiamo visto tra l'altro come gruppi organizzati hanno malmenato  gli operatori mediatici critici della Fratellanza salvo vedere la dirigenza della Fratellanza e il Presidente prendere le distanze"

Il sottoscritto che non è un romanziere, e che evidentemente già da tempo gli mancava la fertile immaginazione che faceva di Al-Aswani un inguaribile ottimista, tutto questo lo aveva previsto addirittura due giorni prima delle dimissioni di Mubarak. E pochi mesi dopo scriveva su questo blog quanto segue: "più si invoca una "rapida e completa" democratizzazione del paese nell'illusione che questa basterebbe a smorzare le spinte estremiste, più si permette a queste spinte di monopolizzare il potere politico in modo indisturbato. (...)". E poiché uno dei maggiori sponsor della "rapida e completa democratizzazione" sono stati proprio gli Stati Uniti, aggiunsi: 

"la luna di miele degli Stati Uniti con il potere islamista è destinata prima o poi a fallire miseramente. La feroce critica di un noto predicatore egiziano - lo stesso graziato dal nuovo presidente l'altro giorno - al "segnale di apertura" del presidente del parlamento islamista nei confronti degli USA, la dice lunga su quanto sia radicato l'odio nei confronti dell'America nella mentalità dell'ala più oltranzista, con cui anche i cosiddetti "pragmatici" devono fare i conti. (...) Evidentemente le amministrazioni statunitensi non imparano dai propri errori, e continuano ad avere il brutto vizio di allevare la serpe in seno".  

Ora Obama, insodisfatto della gestione egiziana della crisi, ha già cambiato tono: "Non credo che considereremo l'Egitto un alleato, ma non lo considereremo neanche come nemico". Quest'altro editoriale del New York Times la dice lunga sul malcontento che serpeggia nei corridoi della diplomazia americana e della preoccupazione suscitata dal nuovo corso imboccato dall'Egitto. Sembrano avverarsi già le profezie del fu direttore dei servizi segreti di Mubarak: "La Fratellanza non ha nessuna esperienza in materia di politica estera. Se non difenderà gli interessi degli Stati Uniti nella regione presto trascinerà l'Egitto verso l'isolamento, l'embargo e la fame". Il conto alla rovescia è già iniziato. Spero che i radical-chic tanto entusiasti della "rivoluzione egiziana" siano soddisfatti del precipizio in cui presto piomberà l'Egitto.

mercoledì 12 settembre 2012

Salamelik, l'Egitto e il fante tradito.

Nell'ultimo anno e mezzo, un lettore di origine araba di questo blog, sedicente laico, ha puntualmente ribattuto a ogni singolo post pessimista sul corso intrapreso dal "nuovo" Egitto guidato dalla Fratellanza musulmana (un corso che comincia ad assomigliare sempre di più ad un film già visto) con un suo commento "critico" e "puntualizzante". Commenti che - manco a dirlo - sono spesso sfociati in accuse di parzialità, manipolazione e il solito corredo di insinuazioni relative a chissà quali secondi fini che detterebbero la mia agenda. 

Eppure, anni fa, questa stessa persona era un fervente ammiratore, e i suoi complimenti si sprecavano. Alcuni miei lettori mi hanno quindi privatamente chiesto spiegazioni circa il repentino cambiamento avvenuto. Il mistero è facilmente spiegato: nei tempi in cui questo blog era impegnato in una battaglia a favore della libertà di culto dei musulmani, battaglia mai rinnegata tra l'altro, molti lettori (e non solo il lettore in questione) hanno putroppo confuso questo impegno con una totale aderenza ad una visione politica che il sottoscritto in realtà non ha mai condiviso. 

In realtà non c'è stato nessun cambiamento improvviso nell'atteggiamento del lettore, cosi come non c'è stato nessun cambiamento nel mio. All'origine di tutto, un semplice malinteso: quando il sottoscritto difendeva le moschee, il lettore in questione era evidentemente convinto che fossi schierato politicamente dalla sua parte. E, per la stessa ragione, gli islamofobi mi coprivano di insulti. Ora che invece critico i movimenti islamisti, il lettore si sente "tradito" e gli islamofobi si complimentano, ignari che cosi facendo perpetuano il malinteso con il rischio di ritrovarsi pure loro "traditi" quando scriverò nuovamente qualche altro articolo a difesa della costruzione delle moschee.  

Le due questioni sono verticalmente separate: si può essere tranquillamente a favore del diritto dei musulmani di pregare in luoghi di culto dignitosi e, nel contempo, assolutamente contrari alla strumentalizzazione politica della religione. La domanda più interessante da porsi però è: perché mai un lettore che afferma di essere laico dovrebbe sentirsi "tradito" per la mia posizione? Questa analisi lo spiega benissimo:  "La presenza della Fratellanza sui social media è scivolosa, difficile da definire con precisione in quanto gran parte della sua attività è camuffata. (...) Pagine nascoste, che superficialmente non sembrano avere niente a che fare con la politica o la Fratellanza, ma che in un momento critico, come prima del ballottaggio nelle elezioni presidenziali, si espongono come pagine pro-Fratellanza. Il quinto livello sono i fanti delle milizie elettroniche che utilizzano profili veri e falsi alla ricerca di pagine e discussioni di Facebook in cui iniettare punti di vista che influenzino l'opinione pubblica a favore della Fratellanza".

giovedì 6 settembre 2012

Quando si svegliano le tartarughe (egiziane).

Ci aspettavamo che il primo presidente eletto cominciasse a fondare uno stato equo e civilizzato che tenesse in considerazione il valore dell'essere umano e la sua dignità indipendentemente dalla sua fede o la sua appartenenza politica. Ma i segnali che invia il presidente Morsi sono inquietanti e non presagiscono nulla di buono. Il Presidente Morsi continua a rilasciare i detenuti islamisti che appartengono come lui alle organizzazioni dell'Islam politico e allo stesso tempo non vuole usare il suo potere di grazia per far rilasciare gli attivisti civili, che sono stati processati militarmente, perché non sono islamisti.

Alaa Al-Aswani, romanziere e intellettuale pro-rivoluzione egiziana, nel suo ultimo editoriale intitolato "Siamo davvero civilizzati?", 4 settembre 2012.

A un mese esatto dall'inizio dell'Operazione Aquila, lanciata dal Cairo per cercare di ripulire il Sinai dai terroristi, la strategia seguita dalle autorità egiziane suscita valutazioni divergenti. Lo spiega una dettagliata analisi pubblicata oggi dal sito del quotidiano locale Al Ahram, la quale si sofferma a considerare, in particolare, il secondo pilastro su cui poggia l'operazione (oltre al dispiegamento dell'esercito): le controverse trattative in corso con i gruppi militanti presenti nell'area. Da un paio di settimane, il governo avrebbe fatto ricorso a mediatori semi-ufficiali per comunicare con i combattenti che scorazzano nella penisola desertica, e che da lì tentano d'infiltrarsi nel vicino Stato ebraico. Ma questo tentativo di diplomazia fa storcere il naso a più d'uno in Egitto, nella convinzione che lo Stato non dovrebbe negoziare con estremisti sospettati di azioni violente. Nizar Ghorab, ex parlamentare salafita, guida la campagna del dialogo. In un'intervista ad Al Ahram, l'uomo ha confermato che ci sono stati «diversi incontri» con i gruppi islamisti del Sinai, e ha aggiunto: «Io e altri come me abbiamo conosciuto questa gente in prigione durante il passato regime. Abbiamo stima gli uni degli altri. Questo ci consente di mantenere aperta la comunicazione e di affermare che questi gruppi, inclusi quanti hanno imbracciato le armi, non avranno più motivo di opporre resistenza al nuovo governo, che noi supportiamo.

Ansa, stralci da un servizio dal quotidiano Al Ahram.

"Lasci che le spieghi perché può capitare, di tanto in tanto, che un episodio del genere (un'aggressione ad un cittadino ebreo, ndr) si verifichi. Nei dodici anni della Repubblica di Weimar, la nostra gente era di fatto in prigione. Ora il nostro partito è al potere, e quella stessa gente è di nuovo libera. Quando un uomo che ha passato dodici anni in galera riacquista di colpo la libertà, la gioia che ne deriva può dar luogo a comportamenti irrazionali, a volte perfino brutali. Non esiste forse lo stesso rischio anche nel vostro paese?"

Risposta del ministro della propaganda nazista Goebbels a Norman Ebbutt, direttore della sede berlinese del Times di Londra, che a sua volta rispose: "Se una simile circostanza dovesse verificarsi (in Inghilterra, ndr), quell'uomo tornerebbe subito in prigione". Lo scambio è riportato nel romanzo storico "Il Giardino delle bestie", da cui ho tratto il titolo per uno dei miei post sull'Egitto. Non a caso.