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martedì 23 ottobre 2012

Collezione "Primavera Araba"

Per le donne egiziane le battaglie sembrano non finire mai in questo dopo rivoluzione che rischia di essere sempre più deludente per il miglioramento della condizione femminile. Così anche la nuova Costituzione, presentata alla stampa la scorsa settimana, sembra essere l’ennesimo ostacolo per il raggiungimento della parità di genere. Tra gli articoli che creano più preoccupazione c’è il numero 68 (prima articolo 36) che, regolando i diritti delle donne, garantisce la parità dei sessi ponendo come limite la violazione delle “regole della sharia”. La citazione alle “regole” della legge islamica sembra un’eccezione pericolosa nel documento che invece nell’articolo 2 (riprendendo la precedente costituzione del 1971) continua a precisare che la Costituzione, al contrario, si basa sui suoi principi. “La differenza tra ‘principi’ e ‘regole’ – spiega Gianluca Parolin, professore di diritto islamico all’American university of Cairo – è che nel primo caso la legge egiziana può ispirarsi alla sharia senza vincoli precisi mentre nel secondo caso è quest’ultima che modella l’insieme di leggi del Paese”. (Il Fatto, Laura Cappon)

mercoledì 17 ottobre 2012

Dopo la Primavera (araba), la fame?

L’Egitto consuma e importa pro capite la maggior quantità di grano del mondo ed è perciò molto sensibile all’andamento dei prezzi di questo bene di prima necessità. Molti egiziani guadagnano meno di 100 euro il mese e, se lo Stato non calmierasse il prezzo del pane con dei sussidi e non lo distribuisse direttamente a prezzi molto bassi, non potrebbero permettersi di mangiare. Le spese per i sussidi alimentari rappresentano il 30% del bilancio governativo. Lo Stato ha sempre fatto fronte agli aumenti del prezzo del grano grazie allo sviluppo economico, ma oggi l’Egitto cresce meno di qualche anno fa, mentre l’incremento dei costi dei beni alimentari è simile a quello del periodo precedente alla rivoluzione, esplosa anche a causa dell’inflazione. Molti temono che la classe dirigente della Fratellanza Islamica non sia in grado di affrontare e superare queste difficoltà. (Panorama)

Un allarme che mette in fila i Paesi più poveri del mondo è stato lanciato dall'Istituto britannico Maplecroft con il suo annuale 'Indice dei rischi sulla sicurezza alimentare', secondo il quale ben 197 nazioni rischiano la carestia. Di queste, oltre un quarto si trovano nel continente africano o tra quelle che hanno vissuto le 'primavere arabe'. (...) Secondo l'indice dell'istituto - stilato perché governi, organizzazioni non governative e soggetti economici identifichino i Paesi a rischio-fame o possibili prede di rivolte determinate da penuria di cibo o impennate dei prezzi - i Paesi più esposti della regione sono lo Yemen e la Siria con un indice di rischio "alto", seguiti da Egitto e Tunisia con "rischio medio". (Tio)

venerdì 12 ottobre 2012

Morsi e rimorsi di Al-Aswany

La sbornia mediatica della "Primavera egiziana" è passata. Gli analisti improvvisati che promettevano mirabilie democratiche sono stranamente muti. Anche gli acesissimi sostenitori virtuali della "rivoluzione" dei fighetti cairoti si sono dileguati. Eppure ai mitici tempi di "Piazza Tahrir" erano particolarmente loquaci e prodighi di insulti nei confronti di chiunque disentisse. D'altronde è cambiata anche la musica: i tempi della "piazza unita" che facevano tanto emozionare sono finiti e invece degli slogan "democratici", nelle piazze risuonano quelli di stampo religioso mentre gli egiziani si scannano tra di loro (la foto è degli scontri odierni in piazza tra i Fratelli musulmani e gli oppositori laici del neo-presidente, qui invece il video). Per non parlare dell'inesorabile declino economico tamponato a suon di prestiti e della corruzione che è addirittura aumentata.

Eppure costoro avrebbero dovuto quanto meno riferirci cosa scrivono e dicono oggi proprio gli intellettuali e i fighetti che li hanno ispirati ai tempi della cosiddetta "rivoluzione". Prendete ad esempio Alaa Al-Aswany, il romanziere punto di riferimento dei media occidentali per ciò che riguardava la sollevazione egiziana. Fin quando costui lanciava critiche contro Mubarak e buttava benzina sul fuoco della rivolta, le trombe mediatiche rilanciavano, indirizzando i peggiori insulti e accuse contro chiunque facesse sommessamente notare che l'autore in questione dimostrava di avere un'immaginazione un po' troppo fertile (è arrivato a paventare nei suoi editoriali un futuro prossimo in cui le forze islamiste, salafiti inclusi, avrebbero sostenuto una candidata cristiana per la presidenza dell'Egitto). Ora che invece anche Al-Aswany si è "svegliato", dai suoi megafoni in occidente non perviene neanche un sussurro.

E allora, piuttosto che aspettare che Al-Aswany si decida di tradurre i propri editoriali in inglese per permettere ai suoi "traduttori" all'estero di riferirne il pensiero espresso in arabo, riferisco direttamente quello che ha scritto nel suo ultimo editoriale (9/10/2012): "Abbiamo un presidente appartenente alla Fratellanza musulmana che milioni di egiziani sono stati costretti a votare  non perché lo amassero o perché convinti della sua leadership o perché meravigliati dalla sua intelligenza o perché affini alla sue idee  ma per impedire che la rivoluzione abortisse e che fosse eletto l'ultimo premier di Mubarak (...) Dopo che sono passati i primi cento giorni del governo del presidente Morsi abbiamo scoperto però tre verità: 1) il presidente è uno che promette ma non mantiene le promesse. Ha promesso agli egiziani una costituente equilibrata che rappresentasse tutti gli egiziani invece di una monopolizzata dalla fratellanza (...) e tante altre di cui non ne ha mantenuta neanche una. 2) Il presidente non ha un'ottica politica più lungimirante di quella di Mubarak, non ha fatto niente per cambiare la struttura del suo regime, ha nominato come propri ministri gente che ne faceva già parte, ha mantenuto gli ufficiali accusati di torture nei loro posti, parteggia per i ricchi contro i poveri, ha contratto un prestito dal FMI senza informare gli egiziani delle condizioni imposte - esattamente come faceva Mubarak - ha nominato un ministro dell'informazione della Fratellanza che opprime gli oppositori e controlla i quotidiani dopo averne nominato i direttori e ha permesso che gli egiziani venissero giudicati e condannati con l'accusa di vilipendio al Presidente, un'accusa immaginaria che non esiste in nessuno stato rispettabile. 3) Il presidente è membro della Fratellanza musulmana, un' organizzazione misteriosa di cui nessuno conosce le fonti di finanziamento o il modus operandi  (...) e a fronte di diversi segnali preoccupanti è nostro diritto chiedere: il Presidente prende le decisioni riguardanti lo stato in autonomia oppure segue le direttive della Guida Suprema della Fratellanza?"

Visto però che si è parlato di "vilipendio al presidente" andiamo a vedere cosa pensa di tutto questo il primo - ed unico - blogger condannato per aver vilipeso... Mubarak. Uno che i democratici denoantri avevano trasformato all'epoca in un caso mediatico internazionale salvo riporlo ben presto nel dimenticatoio non appena è stato rilasciato. Eppure sarebbe stato interessante sentire cosa aveva da dire uno che ha partecipato alla rivoluzione che ha costretto Mubarak alle dimissioni. Ebbene, ecco cosa ha scritto proprio pochi giorni fa: "Non abbiamo mai visto questo numero enorme di cause nell'era del presidente Mubarak. A quanto pare rimpiangeremo a lungo l'aver partecipato alle manifestazioni che l'hanno rovesciato (...) Nel prossimo periodo non dimenticherò di inaugurare tutti i miei articoli concernenti l'Egitto insultando e maledicendo quella che viene chiamata "l'élite laica rivoluzionaria" che ha votato Morsi per impedire che l'ultimo premier di Mubarak vincesse le elezioni. Perché tutte le catastrofi che vivremo saranno di loro esclusiva responsabilità. E benché non sia mia abitudine rallegrarmi delle disgrazie altrui, non mi vergognerò di rallegrarmi quando i loro corpi penderanno dalle forche in un prossimo futuro. Molti hanno avvertito gli esponenti di questa élite della pericolosità del gioco che stavano intraprendendo ma essi si sono tappati le orecchie e hanno insistito che era in atto uno scontro tra i sostenitori della rivoluzione e i sopravissuti del regime, quando in realtà era in atto uno scontro tra i sostenitori dello stato teocratico e i sostenitori dello stato laico".