Leggi la prima parte.
Benché Piazza Tahrir sembri di nuovo colma, stimolata da un rinato spirito rivoluzionario avverso ai decreti con cui il neo-eletto presidente si è dichiarato al di sopra di ogni potere (e non è la prima volta) e ad una costituzione di stampo islamista approvata in assenza dei laici e dei cristiani in meno di sedici ore, credo sia opportuno invitare gli osservatori a non commettere lo stesso errore di due anni fa - quando cominciarono a straparlare di "rivoluzione" - salvo rimangiarsi la definizione nel giro di pochi mesi. Per quanto piena possa sembrare quella piazza, essa non è nient'altro che uno spazio pubblico di aggregazione capace di raccogliere non più di alcune centinaia di migliaia di dimostranti. In una capitale di 25 milioni di persone: non so se mi sono spiegato.
Benché Piazza Tahrir sembri di nuovo colma, stimolata da un rinato spirito rivoluzionario avverso ai decreti con cui il neo-eletto presidente si è dichiarato al di sopra di ogni potere (e non è la prima volta) e ad una costituzione di stampo islamista approvata in assenza dei laici e dei cristiani in meno di sedici ore, credo sia opportuno invitare gli osservatori a non commettere lo stesso errore di due anni fa - quando cominciarono a straparlare di "rivoluzione" - salvo rimangiarsi la definizione nel giro di pochi mesi. Per quanto piena possa sembrare quella piazza, essa non è nient'altro che uno spazio pubblico di aggregazione capace di raccogliere non più di alcune centinaia di migliaia di dimostranti. In una capitale di 25 milioni di persone: non so se mi sono spiegato.
Se sommassimo il totale delle persone che due anni fa hanno manifestato a Tahrir e in giro per l'Egitto contro Mubarak - una stima fatta dai rivoluzionari stessi - vedremo che in nessun momento questi hanno superato il 10% della popolazione (è Al-Aswany, intellettuale di riferimento della rivoluzione ad azzardare questa stima, e la ritengo comunque gonfiata). Niente male, direbbe qualcuno: di solito le rivoluzioni le portano avanti minoranze qualificate. Il problema è che la minoranza che ha rovesciato Mubarak è tutt'altro che qualificata: ci è riuscita solo perché da una parte c'erano i laici che vendevano il prodotto "Rivoluzione" all'occidente e dall'altra gli islamisti che hanno organizzato la resistenza sul terreno, facendo crollare le difese del regime. E se non fosse per il contributo di questi ultimi, niente di tutto questo sarebbe accaduto.
E questo ci riporta alla domanda cruciale: ma se a manifestare era (ed è) solo una minoranza (allora unita, oggi divisa), il popolo dov'è finito? Nel suo ultimo editoriale, Al-Aswany prende finalmente atto di un semplicissimo dato di fatto: "Coloro che non riconoscono la rivoluzione sono molto più numerosi dei dodici milioni che hanno votato l'ex-premier di Mubarak (nelle elezioni successive alle sue dimissioni, ndr). Chi appartiene alla rivoluzione è meno della metà del popolo egiziano. Dobbiamo capire che oltre quaranta milioni di egiziani sono rimasti sorpresi dalla rivoluzione, non l'hanno capita, non ne avevano bisogno e non hanno la minima intenzione di sacrificarsi per essa". Se a questi aggiungiamo i "rivoluzionari pentiti" e vi assicuro che non sono pochi, il numero di certo aumenta vertiginosamente.
E questo ci riporta alla domanda cruciale: ma se a manifestare era (ed è) solo una minoranza (allora unita, oggi divisa), il popolo dov'è finito? Nel suo ultimo editoriale, Al-Aswany prende finalmente atto di un semplicissimo dato di fatto: "Coloro che non riconoscono la rivoluzione sono molto più numerosi dei dodici milioni che hanno votato l'ex-premier di Mubarak (nelle elezioni successive alle sue dimissioni, ndr). Chi appartiene alla rivoluzione è meno della metà del popolo egiziano. Dobbiamo capire che oltre quaranta milioni di egiziani sono rimasti sorpresi dalla rivoluzione, non l'hanno capita, non ne avevano bisogno e non hanno la minima intenzione di sacrificarsi per essa". Se a questi aggiungiamo i "rivoluzionari pentiti" e vi assicuro che non sono pochi, il numero di certo aumenta vertiginosamente.
Quanto sopra affermato è esattamente quanto enunciato dal sottoscritto nel pieno degli eventi di due anni fa e ribadito
subito dopo le elezioni presidenziali in cui l'ex-premier, fiero
allievo di Mubarak, ha raccolto metà dei voti: la stragrande maggioranza degli egiziani ha seguito la rivoluzione passivamente, stando asserragliati nelle proprie case con sempre maggiore preoccupazione per le conseguenze economiche e le ricadute sul piano della sicurezza. La situazione oggi non è cambiata: a contendersi le piazze rimangono le stesse, identiche, minoranze elitarie: quella degli intellettuali e il loro seguito e quella degli islamisti e il loro seguito. Solo che stavolta sono divise, come era naturale che fosse. Il guaio è che i laici non hanno le competenze guerrigliere della Fratellanza, quindi in un eventuale scontro fra i contendenti (finora non verificatosi) non ci sono dubbi su chi scommettere.
Ora che in piazza ci siano anche persone appartenenti a classi sociali disagiate che semplicemente protestano per il caro vita, la disoccupazione etc, è naturale. Ma per la stragrande maggioranza di questa classe, ed in Egitto è quella dominante, bastano due slogan religiosi e/o un sacco della spesa per blandirla. Ed è proprio questa fetta di gente semplice e timorata di Dio a preoccupare, perché sappiamo - checché ne dicano i pseudo esperti - che non sta aspettando la democrazia, ma che emerga l'uomo forte. Che sia islamista o laico, non importa. L'importante è che sia abbastanza autoritario e capace di riportare ordine e possibilmente benessere. Prenderne atto non significa considerare gli egiziani "capre ignoranti", ma guardare in faccia la realtà socio-economica in cui versa il paese.
Ora dalle file di chi, potrebbe emergere l'uomo forte? Di certo non da quelle dei laici demonizzati dai pulpiti delle moschee, che guardano a modelli sociali lontani anni luce da una società diventata sempre più conservatrice negli ultimi anni. Gli islamisti hanno più chance di sembrare quelli adatti a riportare l'agnognata stabilità, specie se si appellano alle leggi coraniche e a una giustizia sociale islamica. Che poi la teoria corrisponda alla pratica è tutto da vedere, e le premesse non sono affatto buone. Oppure si può tornare al vecchio sistema. D'altronde il ritornello "si stava meglio quando si stava peggio" è molto in voga in Egitto in questi giorni. Non a caso gli aderenti alla pagina facebook dei fan di Mubarak - quelli pronti a "mettere la faccia" per un leader ormai screditato e in prigione - sono arrivati a oltre mezzo milione, il che conferma che l'Egitto è veramente passato dalla padella alla brace.
Ora che in piazza ci siano anche persone appartenenti a classi sociali disagiate che semplicemente protestano per il caro vita, la disoccupazione etc, è naturale. Ma per la stragrande maggioranza di questa classe, ed in Egitto è quella dominante, bastano due slogan religiosi e/o un sacco della spesa per blandirla. Ed è proprio questa fetta di gente semplice e timorata di Dio a preoccupare, perché sappiamo - checché ne dicano i pseudo esperti - che non sta aspettando la democrazia, ma che emerga l'uomo forte. Che sia islamista o laico, non importa. L'importante è che sia abbastanza autoritario e capace di riportare ordine e possibilmente benessere. Prenderne atto non significa considerare gli egiziani "capre ignoranti", ma guardare in faccia la realtà socio-economica in cui versa il paese.
Ora dalle file di chi, potrebbe emergere l'uomo forte? Di certo non da quelle dei laici demonizzati dai pulpiti delle moschee, che guardano a modelli sociali lontani anni luce da una società diventata sempre più conservatrice negli ultimi anni. Gli islamisti hanno più chance di sembrare quelli adatti a riportare l'agnognata stabilità, specie se si appellano alle leggi coraniche e a una giustizia sociale islamica. Che poi la teoria corrisponda alla pratica è tutto da vedere, e le premesse non sono affatto buone. Oppure si può tornare al vecchio sistema. D'altronde il ritornello "si stava meglio quando si stava peggio" è molto in voga in Egitto in questi giorni. Non a caso gli aderenti alla pagina facebook dei fan di Mubarak - quelli pronti a "mettere la faccia" per un leader ormai screditato e in prigione - sono arrivati a oltre mezzo milione, il che conferma che l'Egitto è veramente passato dalla padella alla brace.








