Notizie

Loading...

venerdì 30 novembre 2012

L'Egitto visto nella sfera di cristallo (II)

Leggi la prima parte.

Benché Piazza Tahrir sembri di nuovo colma, stimolata da un rinato spirito rivoluzionario avverso ai decreti con cui il neo-eletto presidente si è dichiarato al di sopra di ogni potere (e non è la prima volta) e ad una costituzione di stampo islamista approvata in assenza dei laici e dei cristiani in meno di sedici ore, credo sia opportuno invitare gli osservatori a non commettere lo stesso errore di due anni fa - quando cominciarono a straparlare di "rivoluzione" - salvo rimangiarsi la definizione nel giro di pochi mesi. Per quanto piena possa sembrare quella piazza, essa non è nient'altro che uno spazio pubblico di aggregazione capace di raccogliere non più di alcune centinaia di migliaia di dimostranti. In una capitale di 25 milioni di persone: non so se mi sono spiegato. 

Se sommassimo il totale delle persone che due anni fa hanno manifestato a Tahrir e in giro per l'Egitto contro Mubarak - una stima fatta dai rivoluzionari stessi - vedremo che in nessun momento questi hanno superato il 10% della popolazione (è Al-Aswany, intellettuale di riferimento della rivoluzione ad azzardare questa stima, e la ritengo comunque gonfiata). Niente male, direbbe qualcuno: di solito le rivoluzioni le portano avanti minoranze qualificate. Il problema è che la minoranza che ha rovesciato Mubarak è tutt'altro che qualificata: ci è riuscita solo perché da una parte c'erano i laici che vendevano il prodotto "Rivoluzione" all'occidente e dall'altra gli islamisti che hanno organizzato la resistenza sul terreno, facendo crollare le difese del regime. E se non fosse per il contributo di questi ultimi, niente di tutto questo sarebbe accaduto.

E questo ci riporta alla domanda cruciale: ma se a manifestare era (ed è) solo una minoranza (allora unita, oggi divisa), il popolo dov'è finito? Nel suo ultimo editoriale, Al-Aswany prende finalmente atto di un semplicissimo dato di fatto: "Coloro che non riconoscono la rivoluzione sono molto più numerosi dei dodici milioni che hanno votato l'ex-premier di Mubarak (nelle elezioni successive alle sue dimissioni, ndr). Chi appartiene alla rivoluzione è meno della metà del popolo egiziano. Dobbiamo capire che oltre quaranta milioni di egiziani sono rimasti sorpresi dalla rivoluzione, non l'hanno capita, non ne avevano bisogno e non hanno la minima intenzione di sacrificarsi per essa". Se a questi aggiungiamo i "rivoluzionari pentiti" e vi assicuro che non sono pochi, il numero di certo aumenta vertiginosamente.

Quanto sopra affermato è esattamente quanto enunciato dal sottoscritto nel pieno degli eventi di due anni fa e ribadito subito dopo le elezioni presidenziali in cui l'ex-premier, fiero allievo di Mubarak, ha raccolto metà dei voti: la stragrande maggioranza degli egiziani ha seguito la rivoluzione passivamente, stando asserragliati nelle proprie case con sempre maggiore preoccupazione per le conseguenze economiche e le ricadute sul piano della sicurezza. La situazione oggi non è cambiata: a contendersi le piazze rimangono le stesse, identiche, minoranze elitarie: quella degli intellettuali e il loro seguito e quella degli islamisti e il loro seguito. Solo che stavolta sono divise, come era naturale che fosse.  Il guaio è che i laici non hanno le competenze guerrigliere della Fratellanza, quindi in un eventuale scontro fra i contendenti (finora non verificatosi) non ci sono dubbi su chi scommettere.

Ora che  in piazza ci siano anche persone appartenenti a classi sociali disagiate che semplicemente protestano per il caro vita, la disoccupazione etc, è naturale. Ma per la stragrande maggioranza di questa classe, ed in Egitto è quella dominante,  bastano due slogan religiosi e/o un sacco della spesa per blandirla. Ed è proprio questa fetta di gente semplice e timorata di Dio a preoccupare, perché sappiamo - checché ne dicano i pseudo esperti - che non sta aspettando la democrazia, ma che emerga l'uomo forte. Che sia islamista o laico, non importa. L'importante è che sia abbastanza autoritario e capace di riportare ordine e possibilmente benessere. Prenderne atto non significa considerare gli egiziani "capre ignoranti", ma guardare in faccia la realtà socio-economica in cui versa il paese.

Ora dalle file di chi, potrebbe emergere l'uomo forte? Di certo non da quelle dei laici demonizzati dai pulpiti delle moschee, che guardano a modelli sociali lontani anni luce da una società diventata sempre più conservatrice negli ultimi anni. Gli islamisti hanno più chance di sembrare quelli adatti a riportare l'agnognata stabilità, specie se si appellano alle leggi coraniche e a una giustizia sociale islamica. Che poi la teoria corrisponda alla pratica è tutto da vedere, e le premesse non sono affatto buone. Oppure si può tornare al vecchio sistema. D'altronde il ritornello "si stava meglio quando si stava peggio" è molto in voga in Egitto in questi giorni. Non a caso gli aderenti alla pagina facebook dei fan di Mubarak - quelli pronti a "mettere la faccia" per un leader ormai screditato e in prigione - sono arrivati a oltre mezzo milione, il che conferma che l'Egitto  è veramente passato dalla padella alla brace.

martedì 27 novembre 2012

L'Egitto visto nella sfera di cristallo (I)

Un lettore di questo blog - il solito - reagisce al mio ultimo articolo sulla situazione in Egitto, conclusosi con il solito "ve l'avevo detto", con un "Ma sei così sicuro di aver "previsto" questo? A me pare esattamente l'opposto. Tu hai sempre parlato di un popolo di capre ignoranti non in grado di creare una democrazia, un popolo che sarebbe finito sotto una nuova dittatura di imam e barbuti senza neanche reagire, invece sta accadendo il contrario". Ebbene: analizziamo ciò che ho veramente preannunciato e ciò che sta accadendo oggi in Egitto, in modo tale da aver chiaro il quadro. 

Tanto per incominciare vorrei ricordare che in tempi non sospetti - siamo nel 2005 - qui si era annunciato ciò che sarebbe accaduto una volta indette "elezioni democratiche": "Nascerebbe una miriade di partiti di ispirazione islamica – da quelli moderati a quelli intrasigenti – che farebbero man bassa della quasi totalità dei voti. E non è che la loro politica nei confronti degli Stati Uniti o di Israele cambierebbe. Come minimo, si assisterà ad un notevole regresso nelle relazioni diplomatiche egiziano-statunitensi ed egiziano-israeliane". E' andata esattamente cosi: i Fratelli musulmani costituiscono un partito, cosi come lo fanno i Salafiti più intrasigenti, e insieme conquistano tre quarti dei voti. Da quel giorno, le relazioni con gli USA sono sempre più fredde e ambigue, e il momento di maggior declino si verifica quando l'ambasciata americana viene assaltata nel silenzio del governo (prima era toccato all'ambasciata israeliana).

Sei anni dopo, il 25 gennaio del 2011, scende in piazza l'opposizione laica, liberale, moderna, con tanto di cartelli in inglese, ad urlare gli slogan che piacciono ai progressisti occidentali, dando l'impressione che l'Egitto sia pronto a passare ad un sistema pienamente democratico. Due giorni e parecchie esitazioni dopo, scendono in piazza anche i Fratelli musulmani. Con la loro organizzazione simil-militare permettono a quella massa di illusi di mantenere la posizione e di non essere dispersi dalle forze dell'ordine usandoli, abbozzando alle loro richieste, come vetrina per i media occidentali. Sono i giorni in cui i pseudo esperti (che di solito si fermano alle apparenze) vanno in brodo di giuggiole straparlando di "piazza unita, cristiani e musulmani che pregano insieme" e altre balle simili, buone appunto per un pubblico occidentale.

Qui invece - e siamo nel pieno dell'agitazione di Piazza Tahrir, due giorni prima delle dimissioni di Mubarak - chiediamo di andare oltre le apparenze: "Leggo su La Stampa che un gruppo di manifestanti che intonava "L'islam è la soluzione" è stato accerchiato e costretto a scandire lo slogan "Musulmani e cristiani per l'Egitto". Non so voi, ma a me non sembra tanto democratico, tecnicamente parlando: obbligare la gente a gridare ciò che tranquillizza l'occidente e i laici egiziani non è democrazia e maschera quella che potrebbe essere la volontà del popolo. Se la vuoi davvero, la democrazia, devi essere diposto ad accettare anche ciò che non ti piace. Ecco perché presentare la piazza come una "piazza unita" solo perché adesso ha una sola richiesta (mandar via Mubarak, ndr) è davvero pericoloso".

E infatti, due anni dopo, le divisioni vengono a galla e gli appartenenti ad entrambi gli schieramenti cominciano a darsele di santa ragione, come ben testimoniato dalla foto che illustra questo articolo. Ma anche questo era stato preannunciato pochi mesi dopo le dimissioni di Mubarak, quando scrissi: "se il casino e le urla dovessero trasformarsi un giorno in quelle delle vittime di una guerra civile tra laici e islamisti, tra copti e musulmani, tra sostenitori di Mubarak e chi vorrebbe processarlo, tra chi vorrebbe vivere normalmente e chi vorrebbe fare la rivoluzione ad oltranza o tra tutti questi contemporaneamente o se al Cairo succedesse qualcosa come quello che è capitato ad El Arish, nel Sinai, quando centinaia di islamisti hanno terrorizzato la città per una notte intera?". Oggi siamo arrivati molto vicino a quel giorno, come paventato da diversi esponenti dell'opposizione. E se non fosse per il fatto che la Fratellanza e i Salafiti hanno deciso di posticipare la loro manifestazione in supporto del presidente che si è appena dichiarato al di sopra di ogni potere, a cominciare da quello giudiziario, probabilmente oggi ci sarebbe stato un bagno di sangue (e non è detto che non si verifichi lo stesso). 

La domanda però è: "il popolo" in tutto questo dove sta? Sta reagendo davvero al tentativo di imporre un nuovo regime, ma in salsa islamista? Leggi la seconda parte.

domenica 25 novembre 2012

L'Egitto dalla padella alla brace.



La borsa del Cairo tracolla all'apertura e perde il 9,5%, e per questo si sospende mezz'ora, a causa della dichiarazione costituzionale con cui il neo eletto presidente Mohamed Morsi ha concentrato su di se' nuovi poteri, ponendosi di fatto al di sopra del potere giudiziario ed aprendo un duro scontro istituzionale nel paese. L'organizzazione che rappresenta i giudici in Egitto ha indetto uno sciopero immediato di tutti i tribunali e uffici della procura contro il decreto. Nel frattempo continuano anche oggi al Cairo gli scontri tra forze dell'ordine e manifestanti dell'opposizione laica, vicino piazza Tahrir, dove i manifestanti hanno lanciato pietre contro gli agenti che hanno risposto con gas lacrimogeni. Tra gli slogan, 'Abbasso il regime', 'Abbasso il potere della guida spirituale', in riferimento al leader dei fratelli Musulmani. Per martedì è stata convocata a Piazza Tahrir una mega manifestazione di protesta contro Morsi dai partiti liberali e socialisti che contestano i nuovi poteri che si è auto attribuito il presidente egiziano. Ma è anche stata annunciata una grande contromanifestazione di matrice islamica a sostegno del Presidente e delle sue pretese. È facile prevedere che martedì sarà una giornata tragica. C'è da sperare che entro allora chi ha la responsabilità di governo fermi l'annunciata guerra civile. Intanto io continuerò a porre questa domanda fino alla nausea: ma quelli che due anni fa facevano il tifo per far passare l'Egitto dalla padella alla brace dove sono finiti? Perché io ricordo benissimo che due anni fa sul web e non solo si aggiravano decine di pseudo esperti e "turisti della rivoluzione" che, tra insulti e aggressioni squadristiche al sottoscritto che preannunciava il disastro che si stava profilando all'orizzonte, strombazzavano chissà quali meraviglie democratiche. Quando chiunque dotato di buon senso poteva benissimo immaginare che una volta caduto il governo autoritario e laico di Mubarak, il potere sarebbe passato agli organizzatissimi islamisti, che con la democrazia c'entrano come i cavoli a merenda. Facile fare la rivoluzione col c****o degli altri, deficienti che non siete altro, nevvero?

venerdì 23 novembre 2012

L'Egitto è in rivolta.

Nella capitale Il Cairo si sono verificati disordini all'indomani dell'approvazione di un decreto che aumenta i poteri del Presidente in modo quasi illimitato. Ad Alessandria la protesta è degenerata in violenza: manifestanti dell'opposizione hanno preso d'assalto la sede del partito Giustizia e Libertà, il braccio politico dei Fratelli Musulmani egiziani, a cui appartiene il presidente Mohamed Morsi. I dimostranti hanno lanciato pietre e pezzi di marmo a esponenti dei Fratelli musulmani fuori da una moschea. E un ufficio del movimento islamico che si trova di fronte all'edificio religioso è stato preso d'assalto. Al palazzo è stato dato fuoco: 50 persone sono rimaste ferite. Anche altre sedi del partito di cui è espressione il presidente Morsi sono state incendiate a Suez, a Port Said, Mahalla e Ismailia. Scontri tra opposte fazioni sono scoppiati anche ad Assiut e Giza.

Domanda inopportuna: ma i pseudo-rivoluzionari che starnazzavano in diretta no-stop due anni fa, dove sono finiti?


Egitto: il popolo vuole rifare la rivoluzione?

Due anni fa, gli ebeti di mezzo mondo e mezza rete strombazzavano che ciò che stava succedendo a Piazza Tahrir al Cairo era nientepopodimeno che l'alba di una nuova era per l'Egitto. A dimostrazione del fatto che si trattava invece dei primi passi di salita verso l'abisso, come correttamente preannunciato dal sottoscritto, tre giorni fa - proprio nelle vicinanze della stessa piazza - diversi edifici (fra cui la sede di Aljazeera in Egitto e ben otto scuole, incluso lo storico Liceo Francese del centro) sono stati  dati alle fiamme durante i disordini scoppiati nel totale silenzio dei cosiddetti "osservatori", ufficialmente troppo impegnati a seguire la crisi di Gaza ma secondo me timorosi di ammettere di essere degli incompetenti fatti e finiti.

Centinaia di dimostranti hanno lanciato pietre agli agenti, i quali hanno risposto con gas lacrimogeni. Decine di manifestanti rimasti feriti, di cui uno dichiarato morto clinicamente, 203 arrestati. Dimostranti a bordo di motociclette hanno trasportato i feriti in un ospedale da campo, mentre altri mostravano fotografie delle persone uccise durante le proteste dell'anno scorso. Alcune persone portavano un grande striscione con la scritta 'Fratelli musulmani non ammessi', mentre altri cantavano: 'Il popolo vuole rovesciare il regime', ovvero lo stesso slogan urlato a squarciagola quando il regime era rappresentato da Mubarak.

A conferma del fatto che gli eventi "primaverili" di due anni fa sono serviti solo a far passare il paese dalla padella alla brace, il nuovo presidente egiziano - con la scusa di riprocessare gli esponenti del vecchio regime assolti o condannati a pene non ritenute all'altezza delle loro supposte colpe - ha emanato ieri una dichiarazione costituzionale che di fatti blinda i suoi poteri e annulla quelli della magistratura. Tutte le dichiarazioni costituzionali e le decisioni del presidente, a cominciare da quelle prese non appena insediato, saranno inappellabili davanti ai giudici. Qualsiasi ricorso contro i decreti, le leggi e decisioni che firmerà sarà proibito. Blindata anche l'assembla costituente dai ricorsi (assemblea abbandonata da quasi tutti gli esponenti laici e dai rappresentanti delle chiese in quanto egemonizzata dagli islamisti che premono per un'applicazione letterale della legge religiosa), blindata la Camera alta del Parlamento a maggioranza islamista, e rimosso il procuratore generale (nominato da Mubarak).

La decisione di Morsi è stata ovviamente accolta con entusiasmo dai sostenitori del Fratelli musulmani e dai salafiti, che ora possono andare avanti come un treno nel modellare il nuovo Egitto islamista a propria immagine e somiglianza, senza preoccuparsi delle opposizioni. Totale lo sconforto dei leader liberali il cui laconico commento la dice lunga su dove andrà a finire questa "primavera": "E' nato il nuovo Faraone". La madre di Khaled Said, il ragazzo vittima della tortura della polizia dell'era Mubarak che ha dato il nome alla principale pagina facebook di opposizione al presidente deposto sembra quasi replicare a questi deficienti quando commenta le nuove decisioni presidenziali con un significativo: "Neanche Mubarak era arrivato a tanto". Alaa Al-Aswany, la voce anti-Mubarak per eccellenza, si straccia le vesti in un editoriale elencando le controverse pene coraniche che rischiano di approdare nella nuova costituzione e intitola l'editoriale di critica indirizzato agli islamisti: "Prima che ci tagliate le mani". Fossi in lui mi preoccuperei per la testa.

martedì 20 novembre 2012

L'Egitto, quando c'era Lui.

Il tragico incidente che ha mietuto le vite di una cinquantina di bimbi tra i quattro e i sei anni presso Asyut, nell'Egitto meridionale, è la dimostrazione pratica della prima parte del detto riportato su questo blog quasi due anni fa: "Noi egiziani non saremmo in grado di gestire un gabinetto alla turca, figuriamoci un'omonima democrazia". All'epoca, l'affermazione - forse per la sua eccessiva sincerità - aveva indignato un po' di ipocriti (la verità fa male, specie se a contraddire gli esperti improvvisati è proprio un egiziano).

Eppure proprio perché questo genere di incidenti in Egitto è all'ordine del giorno, da anni, potete trarre voi le debite conclusioni. Non solo il casellante si era addormentato lasciando il passaggio alzato, ma evidentemente anche l'autista dello scuolabus dormiva, visto che ha attraversato i binari nell'esatto momento in cui il treno passava. E probabilmente anche i medici del vicino ospedale dormivano, visto che ci hanno impiegato due ore per giungere sul luogo dell'incidente. Ma anche se fossero giunti in tempo non avrebbero potuto combinare granché, visto che l'ospedale era sprovvisto persino dei cerotti.


Certo, ci sono i limiti economici e strutturali, oltre a quelli culturali (il senso del dovere, etc). Ma a questo punto uno si aspetterebbe che chi ha doveri di responsabilità si concentri sul colmare queste lacune, visto che il precedente regime non ne è stato capace. Invece no, la nuova amministrazione è impegnata a discutere se sia il caso inserire "le regole" piuttosto che "i principi" della legge islamica nella costituzione. E qui si dimostra la veridicità della seconda parte del detto sopra riportato. Per rendersene conto basterebbe infatti seguire l'evoluzione dei lavori dell'assemblea costituente egiziana, da cui si sono ritirati quasi tutti gli esponenti laici e liberali nonché i rappresentanti delle chiese in segno di protesta per l'impostazione sempre più in chiave religiosa che le forze conservatrici cercano di imporre nella bozza.

A oltre due anni dalla rivoluzione che ha costretto Mubarak alle dimissioni, il paese è quindi tuttora privo di costituzione e di parlamento, e le prospettive sono tutt'altro che rallegranti. In mezzo a questo caos politico, accompagnato da una tremenda crisi economica, costellata dalle disgrazie quotidiane e dagli appelli di alcuni esponenti salafiti a distruggere la sfinge per meglio implementare la legge di Dio, è arrivata l'offensiva israeliana a Gaza, e la reazione super veloce del governo islamista in sostegno di Hamas (ritiro dell'ambasciatore egiziano), che si aggiunge a tutta una serie di aiuti (fornitura elettrica, ecc) accordati alla striscia di Gaza. (I lettori si ricorderanno che quando l'ambasciata statunitense è stata assaltata dai salafiti, il presidente egiziano ha impiegato ventiquattro ore per commentare l'accaduto). Inutile dire che nei corridoi di Washington guardano con sempre più sospetto la nuova amministrazione egiziana, con conseguenze dirette sui vitali aiuti statunitensi. Per non parlare degli investimenti esteri che per detta dell'ex-ministro del tesoro sono pari a Zero.

L'impressione che ne hanno ricavato i cittadini egiziani comuni, manifestazioni di solidarietà ai palestinesi a parte, è che il nuovo governo sia molto più attento ai bisogni degli appartenenti alla Confraternita dei Fratelli musulmani (inclusa la succursale di Hamas) che a quelli del popolo egiziano nel suo insieme. Motivo per cui chiunque segue i media egiziani rimarrà sconvolto dalla quantità di critiche (per non dire insulti) rivolti alla Fratellanza, e allo stesso presidente Morsi che ne è espressione, con punte allarmanti (per gli illusi della cosiddetta "rivoluzione") di nostalgia per il vecchio regime.

Illuminante l'editoriale di Nader El Sharqawy su Youm7, uno dei più diffusi quotidiani egiziani, intitolato: "Comincio a sentire sempre più spesso "Dove sono finiti i tuoi giorni, o Mubarak" in cui riferisce della reazione dei tassisti cairoti - da sempre termometro dell'opinione pubblica egiziana - al suo tentativo di protesta contro questo spirito nostalgico: "Senta, signore, non mi faccia venire il mal di testa. F****o la rivoluzione e i Fratelli musulmani. Vivevamo bene ai tempi di Mubarak. Non abbiamo mai fatto la fila per la benzina o per il gas. C'era sicurezza, ed eravamo soddisfatti".

Inutile dire che ve l'avevo detto, che sarebbe finita cosi.

lunedì 19 novembre 2012

Egitto. Clima peggiore dopo la rivoluzione.

Con la rivoluzione del 2011 sono cambiati i tempi anche per l'archeologia italiana in Egitto. A parlarne sono stati due rappresentanti delle diverse missioni nel Paese, alla tavola rotonda organizzata dal Ministero degli Esteri nell'ambito della Borsa Mediterranea del Turismo archeologico di Paestum. Con il Consiglio Supremo delle Antichita' e' stato sempre mantenuto un rapporto di ''buon vicinato'', ha detto Irene Bragantini dell'Universita' Orientale di Napoli, responsabile di una missione nel deserto orientale, ma ''dal nuovo governo percepiamo una nuova ostilità''. Che si aggiunge, ha osservato, a quella dei salafiti, manifestata di recente dall'imam Murgan Salem al-Gohary che, in un programma tv, ha proposto la distruzione delle Piramidi di Giza e dalla Sfinge perché simbolo di idolatria. ''Non si tratta solo di una provocazione'', ha avvertito Irene Bragantini, lamentando anche una scarsa attenzione al tema del patrimonio culturale da parte del presidente Mohammed Morsi. Per fortuna, e' stato rilevato, contro queste tendenze sono mobilitati i ceti piu' acculturati del Paese e anche la satira dell'opposizione. Problemi anche nel Fayyum dove il primo problema dopo la rivoluzione, ha sottolineato Emanuele Papi dell'universita' di Siena, e' divenuto la mancanza di sicurezza anche personale, per un venir meno della presenza della polizia. Per questo vi sono stati anche episodi di danneggiamento gratuito del patrimonio archeologico - ha aggiunto -, che non si sono piu' verificati solo dopo che da parte italiana si e' preso contatto con un rappresentante locale dei Fratelli Musulmani. Episodi che tuttavia non faranno venir meno l'impegno italiano per la valorizzazione e la tutela del patrimonio archeologico in Egitto e negli altri Paesi del Sud del Mediterraneo. "L'impegno del Governo per le Missioni Archeologiche resterà forte" - ha assicurato Maurizio Melani Direttore Generale della DG per la Promozione del Sistema Paese dal MAE - "auspichiamo di intervenire presto anche sui limiti legislativi ormai obsoleti per migliorare le modalità di gestione delle vostre attività". (ANSAmed).

PS: la vignetta è di uno dei più noti caricaturisti egiziani. E recita: "Capitano...si accerti che stiamo atterrando in Egitto. Non sembra affatto l'Egitto. Sembra l'Afghanistan"

lunedì 12 novembre 2012

Risvegliarci da questo incubo...


Prima di proseguire con la lettura vorrei porre una domanda che mi frulla in testa da un po' di tempo: ma i sostenitori della cosiddetta "Primavera egiziana", dove sono finiti? Erano bravi a sbraitare in sostegno della gloriosa rivoluzione (e a insultare il sottoscritto, che aveva anticipato l'intero scenario) solo quando in piazza c'erano fighetti facebookiani e intellettuali scollati dalla realtà, e ora che invece nella stessa piazza manifestano migliaia di salafiti i cui esponenti chiedono di abbattere la sfinge non hanno nulla da dire?

Resistere alla deriva islamista che sta dilagando in Egitto, lottando con tutti i mezzi e gli strumenti che la cultura mette a disposizione ''per impedire che il Paese piombi nel Medio Evo''. A dirlo e' lo scrittore Sunallah Ibrahim, uno dei tanti artisti e intellettuali egiziani che, dalla rivoluzione del 25 gennaio 2011 a oggi, tentano di impedire che il Paese finisca nelle maglie dell'estremismo islamico. Tra questi anche registi come Magdi Ahmed Ali, ex presidente del Consiglio del Cinema egiziano.

Entrambi a Roma - dove oggi hanno preso parte ad un incontro sul futuro culturale dell'Egitto nell'era post-Mubarak nell'ambito della Settimana della lingua araba e della cultura egiziana - condividono il grande senso di pessimismo che in questi mesi ha pervaso il mondo intellettuale e artistico del Paese. ''La cultura - spiega ad ANSAmed Ibrahim - e' l'ultimo baluardo su cui tentano di mettere le mani i Fratelli musulmani. In verita' non aspettano altro se non il momento propizio per farlo''.

Nella sua esistenza Ibrahim non ha mai temuto di dire cosa pensasse. Classe 1936, tra il 1959 e il 1965 venne arrestato perche' membro di una organizzazione marxista. Giornalista e scrittore impegnato, tradotto in molti Paesi tra cui l'Italia (Warda, 2005; La Commissione, 2003; Quell'odore, 1994), l'intellettuale non ritiene che il baratro in cui e' caduto l'Egitto possa durare a lungo. ''E' vero - ammette - la Fratellanza gode dell'appoggio della maggioranza dei cittadini. Ma e' questione di tempo. Presto, si renderanno conto dell'errore. Perche' gli slogan e le promesse del periodo elettorale sono evaporati e i problemi dell'Egitto sono tutti li' sul tappeto''.

Finora Ibrahim - che nel 2003 oso' sfidare il regime di Mubarak anche rinunciando a un importante premio letterario del governo egiziano - e' libero di dire la sua: ''non mi hanno ancora toccato - dice - ma e' perche' scrivo su riviste e Tv privati. Come cambieranno le cose in futuro ancora non si sa. Il mio auspicio e' che artisti e intellettuali boicottino e manifestino contro qualsiasi iniziativa che possa nuocere alla liberta' intellettuale e culturale del nostro Paese''. 

In una situazione cosi' fluida, con una rivoluzione ancora incompiuta, priva di un progetto culturale alle spalle e dove gli estremisti hanno saputo cogliere il momento occupando questi spazi, ''serve un nuovo progetto culturale, serve una maggiore diffusione della conoscenza'', come ha ricordato il presidente del Consiglio supremo della Cultura, Said Tawfik, nel corso del suo intervento. Quello che serve ancora di piu' e' resistere a questa ondata islamista, ribadisce dal canto suo il regista Magdi Ahmed Ali.

''Malgrado l'impoverimento culturale in cui versa il Paese, malgrado il calo qualitativo della produzione cinematografica di questo ultimo anno e mezzo, con pellicole che spesso mancano di maturita' e che soprattutto non hanno compreso il peso della rivoluzione, non bisogna gettare la spugna. Le cose possono migliorare, ma abbiamo bisogno del sostegno dell'Occidente per risvegliarci da questo incubo''. (ANSAmed).

sabato 10 novembre 2012

L'Egitto e il delirio da "Primavera Islamista"

L’Assemblea costituente egiziana, fin dalla sua prima istituzione alla fine del marzo scorso, è stata caratterizzata da una massiccia presenza di esponenti di partiti e movimenti islamici sunniti, che in più occasioni ne hanno provato a indirizzare le decisioni. Una situazione che aveva costretto, già all’inizio di aprile, i delegati delle fazioni cristiane, laici e liberali, ad abbandonare l’organismo a causa dell’impossibilità di influire attivamente su qualunque decisione avesse preso la maggioranza islamista.

Così nel mese di giugno dopo un intervento della magistratura egiziana, che ne aveva sospeso i lavori, è stata formata una seconda Assemblea, tutt’oggi in attività, ma nella quale tuttavia i rappresentanti degli schieramenti islamici sono circa il 60 per cento dei membri totali. Un adeguamento minimo che ha dato vita soltanto a inutili disquisizioni, puramente semantiche, sulla possibile applicazione della sharia come fonte del diritto. Proprio in relazione a tutto ciò la Costituente è giunta ieri all’ennesima assurda soluzione superficiale, volta soltanto a salvare la faccia dei suoi stessi componenti ed evitare un nuovo stallo dei lavori.

Dopo le polemiche sul contenuto dell’articolo 2, in base al quale “i principi della sharia sono la principale fonte del diritto”, l’organo incaricato di redigere la nuova Carta fondamentale egiziana ha deciso di “inserire nella Costituzione un testo che spieghi cosa si intende con l’espressione ‘i principi della sharia islamica’”. A darne notizia è stato il portavoce dei Fratelli Musulmani egiziani, Mahmoud Ghouzlan, rivelando il raggiungimento di un accordo in tal senso fra tutti i gruppi dell’Assemblea e spiegando che il testo in questione “è stato formulato da un comitato di importanti ulema di al Azhar”, una delle più prestigiose istituzioni dell’Islam sunnita al mondo.

Il risultato è stato però ben diverso da quello sperato. Venerdì scorso, infatti, piazza Tahrir è tornata ad essere luogo di una grande manifestazione popolare, proprio come avveniva ai tempi delle proteste contro l’ex capo di Stato Hosni Mubarak, alla quale hanno preso parte, però, migliaia di salafiti. Uomini con folte e lunghe barbe e donne coperte da un velo integrale che, anche attraverso una raccolta firme per una petizione, chiedono che non solo i principi, ma la sharia stessa sia posta “alla base di tutte le leggi”.

“Chi accetta una Costituzione che rinuncia alla sharia sarà considerato un traditore di Dio e del profeta”, ha tuonato il predicatore Mohamed el Sagher dal palco allestito per l’occasione. “Liberali e laici stanno complottando contro l’Islam per cancellare l’identità islamica del Paese – ha proseguito ancora l’uomo parlando alla folla - questi laici a dire il vero non sono altro che mercanti di potere, possiamo paragonarli a satana e dobbiamo resistere loro come ai complotti occidentali”. Fra gli slogan scanditi tra i presenti, che tra le altre cose chiedevano la liberazione di Omar Abdel Rahman, lo ‘sceicco cieco’ condannato all’ergastolo negli Usa per l’attentato al World Trade Centre del 1993, ce ne era anche uno che recitava: “Pane, libertà e sharia islamica”. Un riadattamento ad hoc di uno dei più famosi motti della rivoluzione, con il quale i manifestanti invece chiedevano “pane libertà e giustizia sociale”.

A tutto questo vanno poi aggiunte le minacce di dimissioni di 30 membri dell’Assemblea, fra laici e cristiani, contrari all’accelerazione dei lavori annunciato da una componente islamica dell’organismo, secondo la quale la nuova Costituzione potrebbe essere pronta già alla fine della prossima settimana. A quanto pare dunque in Egitto, il caos, le polemiche, le manifestazioni di piazza e i numerosi vuoti istituzionali, affliggeranno il Paese ancora per molto tempo.

(Di Matteo Bernabei, Rinascita)

giovedì 8 novembre 2012

Egitto: Boom di molestie? Vietare il porno...


Il presidente egiziano Mohammed Mursi ha riconosciuto il dilagante problema delle molestie sessuali in Egitto, ordinando al suo ministro degli Interni di aprire un'inchiesta sugli abusi compiuti durante la Festa del Sacrificio. Sono infatti ben 735 le denunce di molestie sessuali presentate alla polizia nei quattro giorni della festivita' musulmana dell'Eid al-Adha. Mursi ha sottolineato la necessita' di combattere ''tutti i fenomeni di caos morale e gli abusi, specialmente le molestie sessuali nelle strade egiziane'', ha spiegato il suo portavoce, Yasser Ali.La Festa del Sacrificio è stata celebrata con manifestazioni di piazza e folla per le strade, il che ha creato le condizioni per le molestie. Gli attivisti per i diritti umani hanno criticato il governo islamico di Mursi per non aver risposto adeguatamente all'ondata di abusi sessuali nel Paese. All'inizio di ottobre circa 200 attivisti hanno manifestato davanti al palazzo presidenziale, intonando slogan contro Mursi e i Fratelli Musulmani e chiedendo una legge contro le molestie (qui)

«Dopo la rivoluzione, gran parte della società egiziana- ed in particolare gli islamici- hanno iniziato a scagliarsi contro i diritti delle donne. Hanno cominciato a negare i diritti che le donne avevano ottenuto combattendo, e adesso cercano di cambiare la legge sul divorzio e sulla custodia dei figli, fare pressioni per la mutilazione genitale femminile e di ridurre l’età minima del matrimonio da 18 a 9 anni». Queste parole sono di Azza Kamel, attivista per la tutela dei diritti delle donne. Dopo aver combattuto al fianco degli uomini durante la rivolta che ha portato alle dimissioni del presidente Mubarck, sperava che la situazione sarebbe migliorata. A distanza di ormai un anno e mezzo da quel fatidico febbraio 2011 deve però constatare che le cose non solo non vanno meglio, ma in certi casi sono addirittura peggiorate. (qui)

In applicazione di una sentenza del Tribunale amministrativo del 2009 il procuratore generale egiziano Abdel Meguid Mahmoud ha ordinato oggi la chiusura dei siti web pornografici nel Paese. È quanto ha riferito una fonte giudiziaria, secondo la quale il procuratore ha inviato una notifica ufficiale della decisione al ministero dell'Interno perché vari le misure necessarie. Sempre in giornata decine di salafiti e di donne in niqab (il velo islamico integrale) hanno manifestato davanti alla sede della Procura, chiedendo che i siti pornografici vengano oscurati. "Morsi, perché resti in silenzio, l'Egitto è uno stato islamico non pornografico", hanno scandito i manifestanti rivolgendosi al presidente egiziano. Che è esponente di punta del partito dei Fratelli musulmani. (qui)

lunedì 5 novembre 2012

Primavera (sic) araba in progress.

Scontri violenti sono scoppiati ieri sera nella periferia di Tunisi tra gruppi salafiti e polizia. Un militante islamico radicale è stato ucciso dalla polizia che ha risposto all'attacco da parte dei salafiti di due commissariati della guardia nazionale tunisina a Manouba. Lo ha riferito il portavoce del ministero degli Interni, Khaled Tarrouche. 

Quattro Egiziani delle forze di sicurezza in servizio nel Sinai sono stati attaccati  mentre pattugliavano in macchina il confine nord della penisola, nel sobborgo di El Arish. 3 sono rimasti uccisi mentre il quarto uomo è rimasto ferito. “Uomini armati appartenenti ad un gruppo jihadista hanno attaccato il veicolo e sparato sui passeggeri e, successivamente, si sono dileguati”, ha dichiarato una fonte anonima della polizia.
 
Miliziani libici hanno attaccato e appiccato il fuoco all'edificio che, nel centro di Tripoli, e' sede del quartier generale dei servizi di sicurezza. Lo riferiscono testimoni, aggiungendo che nel corso di violenti scontri con una milizia rivale, uomini armati hanno saccheggiato alcuni locali della sede. Dal canto loro, combattenti filo-governativi hanno saccheggiato negozi nella zona di Zawiya Street, gettando in strada mercanzie e suppellettili fatte a pezzi.

(Agenzie varie)