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lunedì 24 dicembre 2012

Il drammatico Natale d'Egitto.

All'inizio di quest'anno, CBC News ha riferito la storia del cammelliere Farag Abdul Hanima. "La mia vita è alle piramidi e il mio lavoro è alle piramidi. La mia famiglia mangia a causa delle piramidi. Prima del 2011 - raccontava Hanima - durante i mesi invernali, fino a mille turisti al giorno avrebbero visitato la sfinge e le piramidi e pagato fino a 100 dollari per un tour di due ore". Un anno dopo, il 70% dei gruppi turistici diretti verso l'Alto Egitto (con sicura tappa al Cairo) ha disdetto.

Già un anno fa sentivo racconti tremendi di poveri cammellieri che lasciavano morire gli animali di fame perché non avevano di che sfamarli. La cartolina di auguri di questo post quindi non è affatto casuale. Hanima stesso racconta che prima del 2011 aveva 35 cavalli. A inizio 2012 ne aveva solo 6, perché non c'erano più i mezzi per nutrirli. Inutile chiedersi dove è la gente che lavorava con lui. Non oso immaginare come sia la situazione adesso. Leggo che un aereo del Ministero delle Emergenze della Federazione russa è partito tre giorni fa per il Cairo con a bordo tende, coperte e generi di prima necessità. Sarebbe stato lo stesso Egitto, "che si trova in grave situazione economica, a fare la richiesta di tale aiuto". Non è certo un buon segno.
 
"Gli europei in particolare", racconta il Washington Post, "scelgono mete meno tumultuose" anche se "L'Egitto non è pericoloso per i turisti" (basta infatti evitare le zone di manifestazioni). E rivolge un invito ai "Turisti della democrazia" (immagino si riferisca soprattutto a quelli che hanno rotto gli zebedei con le mirabilie della "Primavera araba"): "I venditori di souvenir contano su di voi". Insomma, più Cairo e meno Havana, Playa del Carmen e altre esotiche località...(e non fate i pezzenti: non litigate con i tassisti per 28 centesimi. Già, qualcuno è capace di fare anche questo). 

Auguri di buon Natale e felice 2013 a tutti i lettori, sperando che sia un anno migliore anche per l'Egitto!

domenica 23 dicembre 2012

La Fine dell'Egitto secondo i Maya.

Il calendario maya non c'entra niente, ma immaginate che vi venga prospettato di vivere (non tanto voi, quanto i vostri discendenti) per un secolo nella situazione in cui si è trovato l'Egitto nell'ultima settimana. Con un governo che prende decisioni che si rimangia la sera stessa in cui sono state emanate ("I negozi chiuderanno alle dieci di sera". "No, non è fattibile"/ "Le tasse aumenteranno domani", "No, ci abbiamo ripensato"/ "Il procuratore generale appena nominato ha rassegnato le dimissioni", "No, le ha ritirate"), una persistente guerriglia urbana tra laici e islamisti con  i primi che assediano le moschee e gli altri che invitano a separare tra "province di credenti" e "province atee", con la disdetta del 70% dei gruppi turistici che dovevano trascorrere le vacanze in Alto Egitto e perdite di quasi 200 milioni di dollari per settimana da febbraio 2011, con gli investitori esteri che fuggono a gambe levate e l'FMI, l'UE, i governi creditori che trattengono i prestiti e non cancellano i debiti in attesa che l'Egitto torni ad essere "stabile". Non vi sembrerebbe che vi stiano prospettando la fine del mondo?

Ma perché proprio un secolo? Ve lo spiego subito: nelle dichiarazioni dell'ex ambasciatore italiano al Cairo qui analizzate l'altro giorno, c'è stata un' unica affermazione corrispondente a verità: l'Egitto tende verso la stabilità. La domanda è quale stabilità e dopo quanto tempo? A studiare la storia egizia infatti, salta subito agli occhi che l'Egitto ha sempre alternato momenti di stabilità a momenti di instabilità: i cosiddetti "Periodi intermedi". La cosa curiosa è che, puntualmente, gli egiziani sono sempre tornati ad essere governati da qualche dinastia di faraoni identica a quella che avevano rovesciato. Stesso cane con un guinzaglio diverso, come recita un proverbio uruguayano. Peccato che i periodi di sfaldamento del potere centrale che separavano una dinastia dall'altra duravano in media qualche secolo. C'è poco da consolarsi col fatto che si tratta di "normali disordini post rivoluzionari", che è una "fase storica obbligata" e che prima o poi sorgerà "il sol dell'avvenire". I venditori di souvenir, i conduttori di calesse, i tassisti cairoti vivono qui ed ora: se foste voi al loro posto, siete proprio sicuri che non avreste avuto nostaglia di un passato stabile, sapendo che molto probabilmente i vostri figli, nipoti e bisnipoti potrebbero rimanere invischiati in questo disastroso caos solo per ritrovarsi al punto di partenza? 

I cosiddetti "Figli di Mubarak", apparsi su Facebook all'indomani della rivolta di Piazza Tahrir con la pagina "Presidente, chiedo scusa", contavano due anni fa 500 aderenti. Oggi sono in 691.000. E' proprio questo aumento esponenziale di iscritti a svelare la portata del disastro egiziano. Il 12 dicembre scorso anche il magnate americano Donald Trump ha scritto sul suo account twitter: "L’Egitto è un totale disastro. Avremmo dovuto sostenere Mubarak invece di gettarlo via come un cane". Quello che i nostalgici non capiscono è che il vecchio rais ha "fatto il suo tempo". Però mettiamoci nei panni di questi ultimi: al di là del caos in cui versa l'Egitto, che non può essere liquidato con il classico "Quando c'era lui, i treni arrivavano in orario", diamo a Mubarak quel che è di Mubarak. Piaccia o meno infatti, la differenza tra l'anziano rais e gli altri governanti dell'area, travolti dall'onda lunga della cosiddetta "Primavera araba", è lampante.

Mubarak è stato l'unico leader del Medio Oriente ad aver accettato di mollare l'osso senza scatenare i settori a lui fedeli dell'esercito e a non essere scappato con la cassa all'estero quando ancora poteva farlo: Il presidente dello Yemen si è abbarbicato alla poltrona per un anno fin quando non si è garantito l'immunità totale. Ben Ali ha caricato un aereo con tonnellate di lingotti d'oro ed è fuggito in Arabia Saudita, i cui tank sono stati in seguito richiamati per mantenere in sella la dinastia del Bahrein. Assad è ancora oggi impegnato in una feroce repressione, che non ha niente da invidiare a quella di Gheddafi, il quale aveva ingaggiato mercenari dell'Africa subsahariana per schiacciare la ribellione eterodiretta dall'estero.

Confrontato a quelli sopracitati, Mubarak si è comportato da signore: non solo si è fatto da parte senza trambusto e si è fatto processare in Egitto, ma aveva anche previsto nel suo ultimo discorso che i giovani rivoluzionari sarebbero stati i primi a rimanere delusi dagli esiti della loro rivoluzione, sia sul piano economico che politico. Non a caso Khaled Youssef, regista egiziano di fama internazionale, attivista rivoluzionario e storico oppositore di Mubarak ha dichiarato su Twitter: "Maledetti i Fratelli musulmani che ci hanno reso incapaci di sostenere lo sguardo dei "Figli di Mubarak"". E pazienza se quest'ultimo "si stava scaccolando" al processo. Cosa che, secondo un' improvvisata osservatrice della politica cubana, "Castro non avrebbe mai fatto nella stessa situazione". Ma io non posso certo smentire un'analisi cosi profonda: non sono mica un esperto di caccole.

martedì 18 dicembre 2012

La Primavera del Caos, due anni dopo.

TUNISIA. In Tunisia il governo provvisorio è dominato dagli islamisti di Ennahda (Fratelli Musulmani). Oggi, durante le celebrazioni per commemorare l’inizio della Primavera araba a Sidi Bouzid, il governo è stato contestato da una folla di migliaia di persone che hanno chiesto le «dimissioni del governo», guidato dal presidente Moncef Marzouki. A inizio mese il sindacato UGTT, che conta 500 mila aderenti, ha protestato per la mancanza di lavoro e per le dimissioni del governo. In risposta, la sede è stata assalita da una folla di estremisti islamici: 252 i feriti. Nonostante la caduta del regime, la situazione economica della Tunisia è peggiorata: il tasso di disoccupazione generale resta al 20 per cento, che sale a un vertiginoso 75% nel caso delle donne, il governo ha ottenuto 485 milioni di dollari di prestiti dagli Stati Uniti, 600 milioni dal Giappone e 500 dalla Banca Mondiale ma a causa dei continui scontri tra i settori islamisti e laici della società, gli investitori privati stentano a tornare in Tunisia, abbandonata durante le rivolte. Il deficit del paese è aumentato di due punti nel 2011, raggiungendo il 7,3% del Pil, la crescita diminuita ha fatto registrare il -2% (ma dovrebbe migliorare a fine 2012 secondo il Fmi) e le riserve di valuta estera sono scese a 6,7 miliardi rispetto ai 9,5 del 2010.

LIBIA. La Libia è sicuramente il paese più in difficoltà. La caduta di Gheddafi, ad opera dei ribelli aiutati dalla Nato, ha lasciato sul suolo libico centinaia di bande armate che si scontrano tra loro, contendendosi intere città e aree della Libia, mentre lo Stato si è dichiarato «impotente». Per frenare la crescente instabilità del paese, ieri il Parlamento libico ha deciso di chiudere le frontiere con Chad, Niger, Sudan e Algeria nel tentativo di arginare l’arrivo da quei paesi di terroristi. Il sud della Libia, invece, è stato dichiarato zona militare. Nel sud, infatti, lo Stato è debole e la regione è in mano alle milizie armate. Perfino Tripoli è teatro di scontri tra le diverse bande, senza contare che nella capitale i salafiti hanno distrutto un antico santuario sufi con i bulldozer in pieno giorno senza che la polizia riuscisse a intervenire. Ancora più grave la situazione nell’est del paese, dove a Bengasi la brigata Ansar al-Sharia è riuscita ad assaltare l’ambasciata americana e a uccidere l’ambasciatore Chris Stevens. Inoltre, secondo un rapporto della Cia, la Libia sta diventando base di appoggio di Al Qaeda.

EGITTO. Il paese dopo la caduta di Mubarak è spaccato in due tra chi sostiene gli islamisti estremisti e i Fratelli Musulmani e chi ritiene che la dittatura islamica di Mohamed Morsi stia vanificando tutti gli sforzi di chi ha fatto la rivoluzione. Ieri il popolo egiziano si è recato alle urne per votare con un referendum la nuova Costituzione. La votazione sarà completata il 22, ma secondo le prime previsioni la Carta passerà con il 56% delle preferenze. La bassa percentuale è dovuta al modo in cui l’Egitto è arrivato al voto: la Costituzione è stata scritta a colpi di maggioranza dagli islamisti – mentre liberali, socialisti e cristiani abbandonavano in protesta l’Assemblea costituente -, per impedire che l’Assemblea venisse sciolta perché irregolare Morsi ha emanato una Dichiarazione costituzionale con sui si appropriava di poteri assoluti maggiori di quelli di Mubarak. La Costituzione, con tendenze islamiste e liberticide, è stata votata ieri attraverso un referendum popolare nonostante nelle ultime settimane ci siano stati pesanti scontri nelle piazze tra laici e sostenitori dei Fratelli Musulmani, tanto che è dovuto intervenire l’esercito.

lunedì 17 dicembre 2012

Egitto. Complimenti per la tras...rivoluzione.

In un editoriale apparso su Aljazeera ieri viene riportato che "In Egitto, nessuno dei politici si è occupato del danno arrecato ai più poveri". L'autista di un taxi si sfoga: "Noi ci guadagniamo da vivere giorno per giorno. Tra Presidente, governo e opposizione dovrebbero vergognarsi e prestare più attenzione a noi. Gran parte dell'Egitto è fatto da poveri: usciamo la mattina e non sappiamo se torneremo la sera con qualcosa da mettere sotto i denti". In un altro editoriale a lamentarsi è il proprietario di un bazar per souvenir, che sottolinea di aver accolto solo un quarto dei turisti che era abituato a servire prima della rivoluzione del 25 gennaio. Per questo motivo voterà "Si" alla discussa bozza costituzionale di stampo islamista "L'importante è riportare la stabilità. Dire "No" è un lusso che non mi posso permettere". Ma il più eloquente di tutti è questo allevatore di bestiame in un piccolo villaggio egiziano: "Prima della rivoluzione campavamo, e le cose più o meno andavano avanti nonostante l'aumento dei prezzi e tutto il resto. Adesso è tutto fermo, non c'è niente da fare, non sappiamo più da che parte girarci".


Le tipologie sopra citate, che rappresentano la maggioranza del popolo egiziano, costituirebbero il cosiddetto "Partito del Divano". Una definizione ingiuriosa coniata dall'ambiente intellettuale e fighetto cairota che non riesce a immedesimarsi nelle vite di queste persone che girano come trottole dalla mattina alla sera, fanno due e anche tre lavori, per riuscire a sfamare famiglie numerose (altro che Divano). Ma poiché questa gente non è andata a manifestare contro Mubarak a Piazza Tahrir due anni fa (avrà manifestato in tutto l'Egitto il 10% della popolazione, secondo le stime dei rivoluzionari stessi), poiché non è andata a votare alle successive elezioni (alle presidenziali ha votato solo metà degli aventi diritto, e metà di questi ha votato l'ultimo premier di Mubarak), poiché ha sempre votato il contrario di ciò che chiedeva il fronte rivoluzionario (che si è sempre sopravalutato), allora vengono percepiti dagli intellettuali e attivisti laici egiziani come spettatori passivi, addirittura "addomesticati" e "immeritevoli della rivoluzione": un partito del divano appunto. La cosa non mi meraviglia: uno di questi attivisti, che definisco "fighetti" e "Gauche Sardine" non a caso, proponeva nientepopodimeno che "risolvere i problemi delle baraccopoli insegnando loro ad usare Facebook". A questo punto lascio a voi immaginare chi si meriti veramente l'appellativo di aderente al "Partito del Divano".

Due anni fa, prima delle dimissioni di Mubarak, qui si invitava il fronte rivoluzionare a stare attento ai bisogni della "Gente semplice - quella che sopravvive giorno per giorno con poche lire - e che spera soltanto che tutto si sblocchi al più presto, non importa come, per riprendre a vivere. Di certo questa gente non è ostile al cambiamento (e chi rifiuterebbe la prospettiva del meglio?), ma non scende neanche in piazza in massa. Non per paura, che ormai la barriera della paura è crollata da molto tempo, ma perché la loro priorità è quella della mera sopravvivenza. La fuga dei turisti e la chiusura delle fabbriche e dei cantieri minaccia seriamente il loro pasto giornaliero nel senso letterale del termine. (...) campano di mance, di vendita di souvenir, del duro lavoro in un cantiere. Comprano fave e un pezzo di pane giorno per giorno. Dire loro "abbiate pazienza ma stiamo facendo la rivoluzione per il vostro bene, non importa quanto duri" è logico, lo capisco io, ma non è funzionale al raggiungimento degli obiettivi auspicati dai manifestanti perché alla lunga potrebbe far mancar loro proprio il sostegno della maggioranza per cui dicono di combattere". E in effetti eccoci qui: con una maggioranza disposta, in cambio dell'agognata stabilità, a votare a favore di una bozza costituzionale che non piace a nessuno tra quelli che hanno cominciato la rivoluzione contro Mubarak. Complimenti per la trasmissione...oops...rivoluzione.

venerdì 14 dicembre 2012

Egitto: meglio tardi che mai.

Sarà per l'imminenza del referendum sulla bozza della costituzione egiziana, sta di fatto che in questi giorni sembra che gli esponenti più in vista del mondo laico egiziano siano tornati in sé. Ieri abbiamo parlato di Alaa Al-Aswani, intellettuale di fama internazionale, che ha affermato "Dobbiamo impedire agli analfabeti (il 40% del popolo egiziano, ndr) di votare: sono questi ignoranti il vero esercito degli islamisti". Oggi invece, Ramadan Salah, "regista della rivoluzione" e autore di diversi documentari sulla rivolta di Piazza Tahrir ammette (al decimo minuto di questo mini-documentario): "Oggi pensiamo che l'Egitto stia andando indietro, non avanti come avevamo creduto (...) Nei primi giorni della rivoluzione il Vice Presidente di Mubarak disse "Gli egiziani non sono pronti per la democrazia". Questo ci aveva fatto arrabbiare molto. Oggi, dopo quasi due anni, stiamo ripensando a quelle parole. E forse erano giuste.". Ecco Sandmonkey, uno dei più noti blogger egiziani in occidente, sfornare almeno quattro articoli il cui succo è (parole testuali): "Il vecchio regime era autocratico, dittatoriale e laico. E' arrivata la rivoluzione e non è più laico".

Ormai l'avrò ripetuto fino alla nausea che avevo ragione e mi rendo conto che la cosa può dare sui nervi. Ma mettetevi nei miei panni: due anni fa nel rimarcare i rischi a cui andava incontro l'Egitto, ho prestato il fianco ad accuse infamanti da parte di gente talmente innamorata dell'idea che da qualche parte del mondo ci fosse "la Primavera rivoluzionaria", che ancora oggi - a differenza dei laici egiziani - si rifiuta di ammettere la realtà e di chiedere almeno scusa. Ma ancora più importante del fatto che io avessi ragione, è il fatto che i laici si sono finalmente resi conto di dove vivevano: non in America, non in Europa, nemmeno in India. Benvenuti in Egitto, signori. Ci sono voluti due anni, centinaia di morti e feriti, il crollo dell'economia egiziana e lo spettro della teocrazia per farli uscire dalle loro torri d'avorio, dal mondo ovattato di Facebook, dai salotti e dai convegni della "Gauche sardine" occidentale che li invita e li interpella in quanto "massimi esperti di questioni mediorientali" e "profondi conoscitori della realtà egiziana".

Avevo anche ragione sul fatto che parecchi protagonisti che hanno ispirato sui media internazionali (a torto o a ragione) il dibattito sulla democrazia, sulla libertà di espressione, etc in Egitto, si sarebbero semplicemente trasferiti all'estero lasciando il loro paese di origine al suo destino. Cosi come avevo ragione sul fatto che alcune delle voci internettiane più attive (rigorosamente a distanza) nella fase "primaverile" della rivolta egiziana si sarebbero occupate di altro. Avrebbero semplicemente cambiato lavoro o meta di vacanza. Emblematico il caso della blogger che dopo aver rotto gli zebedei per mesi sull'Egitto, si è trasferita a Cuba dove - invece di parlare di democrazia e libertà di espressione non dico in Egitto, ma nel paese in cui si è trasferita - loda la "caratura" di Castro perché "se questi si fosse trovato al posto di Mubarak nella gabbia degli imputati, di certo non si sarebbe scaccolato per ore". Con questa profondità di analisi, non mi meraviglia che nessuno si sia reso conto in tempo dell'abisso in cui l'Egitto stava sprofondando...

Se si fosse trattato di un altro paese, e non di quello in cui sono nato e di cui porto la cittadinanza, non me la sarei presa più di tanto. Ma è una sensazione che non auguro a nessuno: vedere la propria patria andare a rotoli nella consapevolezza che degli imbecilli (là, ma anche chi li ha sostenuti in Occidente) hanno messo in moto, senza che nessuno la possa fermare, la macchina del tempo all'indietro. Ad attutire la tristezza di questa constatazione, arriva il sollievo di quella che io percepisco come una vera e propria "riabilitazione", ovvero lo sdoganamento "ufficiale" e inequivocabile delle mie posizioni e delle mie idee. Adesso non sono più il pazzo che sostiene cose che non stanno né in cielo né in terra, il paria, la voce fuori dal coro, l'egiziano che fa l'anti-egiziano, come ebbe a scrivere qualche rincretinito. D'ora in poi il primo che mi accuserà di essere un fascista perché ho rimarcato che in Egitto analfabetismo e democrazia sono due parole inconciliabili, gli tapperò la bocca con le dichiarazioni dell' autore arabo contemporaneo più conosciuto a livello mondiale. Peccato che quest'ultimo ci sia arrivato con due anni di ritardo. Meglio tardi che mai. Comunque, prometto: d'ora in poi smetterò di affermare che "Avevo ragione". E' diventato lampante, ormai.

mercoledì 12 dicembre 2012

Analfabetismo e Voto in Egitto: binomio inconciliabile?

Mi rendo conto che la chiarezza con cui mi sono espresso sulla situazione egiziana, sin dai primi giorni di agitazione in piazza Tahrir, possa essere sembrata sconvolgente per chi ha fatto di parole d'ordine come "democrazia", "elezioni", "rappresentatività" la panacea per tutti i mali del mondo, validi per ogni situazione e ogni momento, veri e propri idoli innalzati al di sopra della più elementare regola di buon senso.

Il fatto che un egiziano abbia apertamente sostenuto che una democrazia vera e propria, laica e moderna, rispettosa delle minoranze, che non si tramutasse in una dittatura della maggioranza islamista, fosse del tutto impossibile in Egitto a causa dell'elevato numero di poveri e analfabeti è sembrato, tempo fa, un' impronunciabile eresia. 

Ma come? Gli egiziani "non meritavano la democrazia, non erano degni di votare, erano troppo ignoranti per decidere del proprio destino"? Fascista, fascista! "Con questa mentalità saremmo fermi ai tempi del Re Sole". Quest'ultima frase fatta è la dimostrazione pratica che certe persone non hanno la minima idea di cosa bolla in pentola, in Egitto. Un'incompetenza che rischia di far cadere gli egiziani dalla padella alla brace.

Se ne sono resi conto però - benché in ritardo - i laici egiziani, che dopo essere scesi in piazza e contribuito a rovesciare il tanto odiato dittatore (lo stesso che ha permesso loro di scrivere articoli di fuoco contro di lui e la sua famiglia), hanno capito che non saranno mai in grado di conquistare la poltrona presidenziale. Semplicemente perché gli islamisti sono molto più bravi di loro nel manipolare le masse ignoranti.

Un signore come Alaa Al-Aswani (in foto), intellettuale egiziano di fama internazionale, dopo aver attaccato Mubarak per anni sui quotidiani dell'opposizione, con editoriali che si concludevano puntualmente  con lo slogan "La democrazia è la soluzione" (che faceva il verso allo slogan degli Islamisti, "l'Islam è la soluzione") ha chiesto pochi giorni fa sul suo account Twitter di impedire agli analfabeti di votare al prossimo referendum per la costituzione. Cioè di vietare al 40% del popolo egiziano di esprimersi, perché "troppo ignoranti per dare un giudizio sulla bozza di una costituzione che non sono nemmeno in grado di leggere: sono purtroppo il vero esercito degli islamisti".

"Vietare il voto agli analfabeti non è razzismo, ma rispetto nei confronti della democrazia". La sortita ha avuto l'effetto di una bomba nella blogosfera araba dominata dalla Gauche Sardine mediorientale (si, esiste anche su quella sponda del Mediterraneo), che ha prontamente definito Al-Aswani "un fascista" (evidentemente c'è un modello unificato di insulti adottato dall'élite su tutte le latitudini). Una bomba di cui probabilmente non sentiremo nulla in Italia perché chi propaganda le idee e le posizioni di Al-Aswani qui e in Occidente sta probabilmente aspettando che l'autore traduca le sue parole in inglese, visto che da queste parti ci si vanta di essere traduttori di autori arabi senza manco sapere l'arabo (sic).

Ora il fatto che il più noto autore contemporaneo arabo sia arrivato a questa conclusione scontata cosa significa? Significa che molti laici si sono finalmente svegliati dal loro sogno da mille e una notte, che hanno finalmente toccato la situazione con mano. Che si sono resi conto del fatto che con la democrazia, con le elezioni, con i voti, non riusciranno mai a trasformare l'Egitto in quel paradiso democratico che sognavano. Che quando hanno contribuito a rovesciare il dittatore laico che permetteva loro di parlare a vanvera, hanno fatto il passo più lungo della gamba. Che quando qui scrivevamo che l'Al-Aswani dell'epoca era totalmente scollato dalla realtà, avevamo solo ragione. Si, ragione, benché il ripeterlo adesso faccia infuriare i detrattori di allora.

Ora, a dimostrazione della coerenza del sottoscritto, qui - a differenza del signor Al-Aswani - non abbiamo mai sostenuto che la "democrazia" fosse "la soluzione" per l'Egitto, al quale era invece molto più adatto il sistema kemalista turco. Mi spiace, ma è cosi. Ed invece di prendersela con chi ha il polso della situazione, come il sottoscritto, forse sarebbe il caso aprire un dibattito su quel totem che ritiene "La peggior democrazia preferibile alla migliore delle dittature"

Invocare invece le elezioni per poi non riconoscerne il risultato, reclamare le urne per poi chiedere di impedire al 40% degli egiziani di votare è ipocrisia pura, è la dimostazione pratica che gente come Al-Aswani e i suoi sostenitori viveva - fino all'altro giorno - sulla luna, non in Egitto. Perché qui si era sempre stati consapevoli del fatto che la "democrazia", lasciata in mano a masse manipolabili, non poteva - nel lungo periodo - che riportare l'Egitto ai tempi delle caverne (fermarsi ai tempi di Napoleone sarebbe già un lusso). 

Si astengano quindi i maestrini della "Gauche Sardine" dall'impartirci lezioni puramente teoriche che portano solo a disastri conclamati. In fin dei conti quel paese è il nostro, non il loro. E i nostri polli li conosciamo. Si preoccupino invece dello spread e del ritorno politico del Bau-Bau che manderà questo paese a carte quarantotto, dimostrando che a volte persino nei paesi dove l'analfabetismo non è diffuso, la democrazia - come scriveva Henry François Becque - "non è altro che i vizi di pochi messi alla portata di tutti".

martedì 11 dicembre 2012

Crolla il turismo in Egitto.

Generalmente sono decine di migliaia al giorno i visitatori nella valle di Luxor. In questi tempi di crisi politica però, i turisti latitano in Egitto. Migliaia le disdette dei tour operator. L’Egitto viene considerato non sicuro a causa della lotta fra sostenitori e oppositori del presidente Mohammed Morsi. Per i pochi coraggiosi è un’esperienza indimenticabile poter visitare i monumenti liberi dalla pressione della folla: “Egoisticamente è magnifico essere soli sui siti, ma dispiace pensare alle migliaia di posti di lavoro perduti, dice una turista. E come se non bastasse il Fondo monetario internazionale ha deciso di ritardare il prestito di quasi 5 miliardi di dollari a un paese che ha un disavanzo dell’11% sul pil. Un disastro per chi di turismo ci vive: “C‘è un milione di persone a Luxor. Molti sono senza lavoro. Tutti qua vivono di turismo: i tassisti, io che lavoro con l’alabastro, e anche tutti quelli che operano in settori che hanno a che fare col turismo”. La stella di Morsi sembra appannata. Non solo le proteste, ma anche il fatto che il presidente abbia bloccato l’applicazione di alcune tasse richieste dallo FMI ha provocato il congelamento del debito e adesso l’avvitamento verso il basso di Morsi rischia di trascinare con sé l’intero paese. Qui il servizio di Euronews.

lunedì 10 dicembre 2012

Cambio sistema commenti

Dal momento che ho notato un significativo calo nei commenti nei mesi passati, attribuito secondo diversi lettori all'eccessiva complessità e "pesantezza" del sistema precedente, ho provveduto a cambiare sistema. Invito i lettori che vorranno farlo ad usare il nuovo sistema - che dovrebbe essere molto più immediato e leggero - e di farmi sapere come si trovano.

Comprereste un'auto usata da quest'uomo?

Tempo fa avevo promesso che questo blog sarebbe tornato ad occuparsi di un personaggio che ci ha regalato non pochi momenti di ilarità negli ultimi anni: Magdi Exmusulmano Allam. Conoscendo il tipo, avevo promesso che ne avrei parlato non appena si sarebbe accennato alle prossime elezioni politiche. E tanto per non smentirsi, non appena l'odore della corsa alle poltrone si è sparso, Allam è resuscitato: è sua intenzione infatti di candidarsi a nientepopodimeno che Presidente dell'Italia e - visto che ogni lasciata è persa - anche a Sindaco di Roma.

Dopo aver  inutilmente "amato" la Basilicata (con la speranza di essere eletto presidente della regione), Milano (con la speranza di diventare assessore all'...integrazione), Allam torna quindi alla vecchia e buona poligamia islamica che  gli fa amare serialmente - come ha scritto Vittorio Zucconi su Repubblica - "chiunque gli dia uno straccio di cadreghino". Per carità, ognuno ha il diritto di provarci, e non saremo certo noi a impedire a chi si vanta di essere riuscito nella propria vita a "perseguire "diverse “sane follie”: ero egiziano e sono diventato italiano, ero musulmano e sono diventato cristiano, ero giornalista e sono diventato politico" di provare a cavalcare l'onda dell'antipolitica e della crisi con l'ennesima trasformazione ad hoc.

Dell'Allam "egiziano, musulmano e giornalista" abbiamo scritto e detto molto in passato, e siamo stati da lui ricambiati con l'inclusione nella lista di proscrizione che appare nel libro che ha dato il nome al suo partito (Io Amo l'Italia). Lista dove ha elencato diversi accademici e giornalisti indignati dal suo modo di trattare le questioni relative all'immigrazione e al mondo islamico, da cui si deduce che sono in buona compagnia. Credo quindi sia mio dovere aggiungere qualche considerazione sull'Allam aspirante politico. In effetti, essendo il nostro riuscito - dopo la conversione più che al cristianesimo al fanatismo cristiano e l'abbandono del Corriere - a riciclarsi come europarlamentare (grazie ai voti dell'UDC), qualcosa sull'Allam politico riusciamo a dirla.

Innanzitutto ricordiamo che Allam è un maestro nell'inventarsi contenitori vuoti almeno quanto i suoi articoli e i suoi discorsi: dopo aver lanciato la formazione politica "Protagonisti dell'Europa Cristiana", ha lanciato "Io amo l'Italia" e una caterva di associazioni - inesistenti, secondo la denuncia del Fatto Quotidiano - che traggono i nomi dai suoi libri (Salviamo i cristiani, Vincere la paura, Viva Israele etc). Associazioni che il Giornale di Berlusconi, sfidando ogni senso del ridicolo, menziona fra "le sigle, soggetti e associazioni" che non vedono l'ora di aderire ai principi allameschi: "E a giudicare dalla partecipazione e dal clima di ieri, non sono pochi i cittadini che potrebbero riconoscersi nella «sana follia» di Allam. Cittadini delusi od organizzati in una serie di sigle, soggetti e associazioni. «Vincere la paura», «Una via per Oriana», «Rete dei patrioti», «Salviamo i cristiani». Queste alcune delle sigle presenti ieri a Milano".
 
L'incompetenza è tale che alcune di queste associazioni annunciano di essere raggiungibili su siti internet i cui domini sono stati registrati da altri utenti della rete, e per finalità totalmente diverse, mesi fa. La cosa non mi meraviglia: ricordiamo che Allam è risultato uno degli eurodeputati più assenteisti di tutta Europa. Il che ha fatto gridare d'indignazione persino il quotidiano Libero (pensate un po'). Per giustificarsi, il nostro ha pensato bene di ribattere dicendo che l'europarlamento è inutile, aggiungendo - alla domanda sul perché continua a percepire il più che lauto stipendio - che "è il mestiere che mi permette di mangiare". Della serie: oltre il danno, la beffa.

La cosa divertente però è che persino quando va a quel paese - voglio dire in Belgio, a Bruxelles, sede dell'europarlamento - riesce a combinare guai. Basti pensare che è stato capace, con "Un tragico ed infelice errore" (parole sue), a premere il tasto sbagliato e a votare contro gli aiuti ai terremotati dell'Emilia. Ed è qui che si pone la domanda: affidereste - non dico un paese - ma una qualsiasi responsabilità politica a quest'uomo?

domenica 9 dicembre 2012

Che cosa vogliono (veramente) i laici egiziani.

Devo confessare che trovo davvero incredibile il modo con cui i cronisti italiani seguono la situazione egiziana. Continuano a farlo attraverso i paraocchi ideologici e le lenti deformanti tipiche della "Gauche Sardine". Non paghi dell'aver sbagliato ogni previsione sul caso egiziano da quando è cominciata la cosiddetta "Primavera araba" (sic), continuano imperterriti a ripetere come un disco rotto le parole d'ordine della stagione di Piazza Tahrir: "Democrazia", "Rappresentanza" etc. Quanto di più lontano dai desideri della maggioranza degli egiziani (che auspica l'avvento di un leader col pugno di ferro che assicuri calma e stabilità). Più o meno quello che in questo momento, benché sembri assurdo, auspicano gli stessi laici egiziani.

Mi spiego meglio: la cosiddetta rivoluzione egiziana - ormai è evidente anche a chi all'epoca lo negava - è il frutto della mossa azzardata, potremmo dire del passo più lungo della gamba, dell'élite intellettuale e fighetta cairota. Gli imbecilli hanno scambiato la libertà d'espressione e il potere mediatico che - piaccia o meno - è stato conferito loro da Mubarak (nella convinzione che "una valvola di sfogo" bastasse per tenere tutti buoni) per un vero radicamento e un autentico seguito sul territorio. I giornali e i canali Tv dell'opposizione che tuonavano contro il regime erano davvero convinti di essere in grado non solo di abbatterlo, ma anche di rimpiazzarlo.

In realtà, se non fosse stato per la successiva discesa in piazza dei Fratelli musulmani al loro fianco, molto probabilmente già due anni fa le forze dell'ordine del regime avrebbero dato loro una lezione indimenticabile dimostrando qual'era la loro vera dimensione. Invece questo non è accaduto, perché la milizia super organizzata della Fratellanza (che ora le suona ai laici che protestano) ricevette l'ordine di scuderia di scendere e resistere, mentre l'esercito seguiva gli sviluppi e prendeva tempo. E cosi Mubarak, abbandonato anche dall'amministrazione Obama, ha dovuto dimettersi e passare la palla all'esercito, che dopo una tormentata fase di transizione, ha permesso le varie consultazioni elettorali che hanno portato al potere una maggioranza e un presidente islamisti.

Ora, come scrive Bernardo Valli, tutti questi referendum e queste elezioni da cui sono sempre usciti vincitori i movimenti islamisti (presidenza islamista, camere alte e basse islamiste, costituente islamista etc) hanno fatto capire ai laici che non saranno mai in grado di conquistare il potere con le tanto acclamate elezioni. Le loro forze, anche unite (e qui mi spiace contraddire chi crede che un'eventuale unione dei litigiosi laici egiziani basterebbe per prevalere), non saranno mai in grado di contrastare la macchina organizzativa e la rete sociale vecchia di ottant'anni della Fratellanza.

Quindi cosa vogliono esattamente oggi i laici egiziani? Lo spiega con molto acume il Guardian, confermando ancora una volta la professionalità anglosassone: in gioco non è il decreto (appena ritirato) con cui Morsi si è attribuito pieni poteri, né la costituente e la bozza della costituzione egiziana (che sarà comunque sottoposta a referendum). In gioco è la presidenza islamista dell'Egitto. I laici egiziani vorrebbero far cadere il presidente islamista, regolarmente eletto, e lo vorrebbero fare con l'aiuto dell'esercito, nella speranza che quest'ultimo permetta loro di conquistare la poltrona. Una cosa che l'esercito non ha la minima intenzione di fare, e per capire perché basta leggere attentamente la bozza islamista della costituzione che conferma i privilegi della casta militare e addirittura toglie al presidente il potere di dichiarare la guerra senza il consenso dei generali.

E' un cane che si morde la coda: dopo aver capito che con un processo regolarmente democratico non saranno mai in grado di prevalere, i laici egiziani fomentano manifestazioni e scontri di piazza, invocando apertamente la discesa in campo dell'esercito, e cioè un ritorno al vecchio sistema. O l'intervento dell'Occidente, addirittura il blocco degli aiuti economici. Inutile dire quanto questi ultimi appelli li rendano ancora più impopolari agli occhi della maggioranza conservatrice egiziana. El Baradei, presentato sui media occidentali come gran capo dell'opposizione, è agli occhi di quasi tutti gli egiziani - esclusa l'élite ora usa la sua reputazione internazionale come megafono - il prototipo del tizio in cerca di poltrona e disposto a tutto pur di ottenerla. La sua intervista a Der Spiegel, in cui ha chiesto l'intervento dell'occidente, e in cui ha denunciato la presenza di negatori dell'olocausto in seno alla costituente egiziana, l'ha reso la barzelletta di gran parte degli egiziani. Se alle elezioni prenderà mille voti sarà già tanto.

Se i cosiddetti "esperti" italiani avessero un minimo di coraggio intellettuale, o fossero almeno in grado di leggere la situazione egiziana in modo obiettivo, dovrebbero quindi ammettere che quanto sta succedendo oggi in Egitto non è tanto il trionfo la democrazia, che attraverso manifestazioni di piazza è riuscita a far revocare il decreto plenipotenziario del Presidente, quanto una sostanziale dichiarazione di fallimento da parte dei laici egiziani. Laici che ora dovranno subire l'ennesima sconfitta elettorale con il prevalere dei "Si" a favore di una costituzione di stampo islamista, a cui né loro né le chiese né nessuna altra minoranza ha contribuito, e che lascia molte porte aperte ad un regime religioso conservatore. Ed è proprio per evitare questo, che sarebbero disposti anche a far tornare l'esercito al potere.

sabato 8 dicembre 2012

Salamelik, l'ISPO e la solita idiota.

Nei giorni scorsi ho riferito di aver ricevuto una mail dall' Istituto per gli Studi sulla Pubblica Opinione, in cui mi si invitava a partecipare ad un sondaggio. La mail definiva questo blog e ovviamente anche altri - trattandosi appunto di un sondaggio - "nel loro specifico settore di interesse, le realtà più interessanti e vitali del web". Ho pensato quindi di cogliere l'occasione di questa selezione per ringraziare i miei lettori.

La solita idiota (si, sempre lei) ha pensato invece di strumentalizzare la comunicazione per dipingere il sottoscritto come uno che si vanta di una mail di spam "che è stata inviata praticamente a tutti i blogger d’Italia". Mi sono quindi premurato di chiedere ai responsabili della ricerca - menzionati nella comunicazione che ho ricevuto con tanto di nome, cognome ed email - se queste affermazioni corrispondessero al vero. Ecco la loro riposta:

"Abbiamo inviato il questionario a un accurato campione di blogger – scelto anche con l’aiuto di Daniela Farnese, della cui consulenza ci siamo avvalsi in questa prima fase di ricognizione sulla blogosfera. Un campione ha – per sua stessa natura – una numerosità, che però è ben lontana dal comprendere "praticamente a tutti i blogger d'Italia".

In realtà tutto ciò era abbastanza evidente. A qualcuno queste cose magari non interessano, ma a me si: se uno tiene un blog che si occupa di un determinato tema, tra l'altro di nicchia, e che per questo si sorbisce non pochi mal di pancia e insulti quotidiani al limite dello stalking, l'essere stato selezionato fra le centinaia di migliaia se non milioni di blog italiani anche solo per un semplice sondaggio non può che far piacere.

Ora si capisce che questo possa dare fastidio a chi si aspetta che l'immigrato "stia al suo posto", e cioè in posizione di sottomissione - anche ideologica - ai maestrini vari, specie quelli della Gauche Sardine. Posso immaginare anche che il fatto che questo blog venga indicato come fonte interessante e/o attendibile su determinati argomenti (e qui non mi riferisco all'ISPO quanto ad altri enti/portali specializzati che hanno segnalato questo sito), tolga loro il primato e l'esclusiva che avrebbero voluto tenersi stretta. Ma la meschinità di certe persone riesce sempre a soprendermi. 

Se una determinata lettura dà sui nervi, basta non aprire la pagina web. Il fatto che ci sia gente che dedica la sua morbosa attenzione a ogni mia parola, affermando ogni benedetta volta che sbottano di essere "capitati qui per caso", quando anche uno dotato di un briciolo di intelligenza capisce che seguono maniacalmente ogni post "da mesi", non lo capisco proprio. Esistono invenzioni come cancellare dai preferiti, dai feed, da Google Reader, il "non mi piace" di Facebook: insomma, i mezzi per dimenticarsi totalmente dell'esistenza del sottoscritto non mancano.

Io arrivai un giorno a consigliare ai deficienti che insultavano nei commenti di cambiare addirittura paese. Ma evidentemente qualcuno riesce ancora a sognarmi la notte, anche dopo aver cambiato paese. Presumo che questo fenomeno abbia a che fare con le conseguenze dell'abuso di alcolici (che tra l'altro non fanno bene alla linea): mi sa che dovrò mettermi il cuore in pace, e aspettare gli effetti del prossimo rum.

venerdì 7 dicembre 2012

Egitto: un enigma che può diventare incubo.

(Di Bernardo Valli, La Repubblica) La posta in gioco è la futura Costituzione. Vale a dire la natura politica dell'Egitto di domani. I due fronti, il laico e l'islamico, non usano le stesse armi. I primi, i laici, all'inizio chiedevano libere elezioni, ma si sono accorti molto presto che essendo frantumati in numerosi movimenti sarebbero stati facilmente sopraffatti nelle urne dai Fratelli musulmani, dotati di un partito ben organizzato (Libertà e giustizia), e di una rete sociale che abbraccia l'intero Egitto. Sono stati dunque gli islamici, non per vocazione democratica ma per motivi tattici, ad adottare le elezioni come armi politiche. (...) Secondo Human Rights Watch il progetto di magna charta presentato da Morsi è difettoso e contraddittorio, ma non catastrofico. È ambiguo. Si presta a varie letture. La nuova Costituzione non disegna uno Stato teocratico, ma lascia aperte molte porte a un'evoluzione conservatrice rigorosa. (...) Mohammed Morsi non può agire come i vecchi raìs. Lui è condizionato dai salafiti, ala radicale dell'islamismo e concorrenti dei Fratelli musulmani. Non può disporre liberamente, almeno per ora, dell'esercito che vuole tenersi fuori dalla mischia. Non può usare con spregiudicatezza la polizia e annessi per reprimere le manifestazioni perché è sotto sorveglianza del Fondo Monetario internazionale dal quale aspetta quattro miliardi e mezzo di dollari, che dovrebbero impedire il fallimento economico del paese. E deve tener conto dello sguardo, sia pur non troppo severo degli americani, che danno un miliardo e mezzo all'anno alle forze armate. (...) In agosto i generali più giovani hanno esautorato i loro colleghi anziani, compromessi col vecchio regime, hanno concluso un'alleanza con i Fratelli musulmani, e quindi hanno appoggiato Mohammed Morsi appena eletto alla presidenza della Repubblica. In cambio hanno conservato, e conserveranno, i privilegi riservati da più di sessant'anni alla società militare. Ma non hanno venduto del tutto la loro anima. Un'anima tutt'altro che omogenea, poiché nel corpo ufficiali prevale un tradizionale spirito laico, risalente ai primi anni Cinquanta, quando fu proclamata la repubblica; mentre la truppa, in cui sono in maggioranza i coscritti provenienti dalle diseredate periferie urbane, e dalle province ancora rurali, è sotto una forte, altrettanto tradizionale influenza religiosa. Quindi i soldati sono tendenzialmente per i Fratelli Musulmani, o per i salafiti, più estremisti. Insomma l'esercito, per ora, resta un enigma. (...) Il 22 novembre Mohammed Morsi ha tuttavia compiuto quel che può essere considerato un colpo di Stato. Ha proibito qualsiasi tipo di ricorso contro le sue decisioni e contro la Costituente, assumendosi così tutti i poteri. Compreso quello di scrivere una Costituzione su misura. Si è messo al di sopra delle leggi e ha eliminato via via tutti gli ostacoli alla conquista del potere da parte dei Fratelli musulmani.

mercoledì 5 dicembre 2012

Come ti racconto l'Egitto dall'Havana (Club).

I miei lettori si ricorderanno come, un paio di anni fa, una certa blogger prese il sottoscritto di mira. Era il periodo in cui andava in onda lo sceneggiato "Primavera araba a Piazza Tahrir", e la tizia colse l'occasione per darmi del vigliacco, del venduto, del mubarakiano e chi più ne ha più ne metta solo perché stentavo a sostenere un disastro annunciato. 

Tengo comunque a precisare che i motivi per cui sono stato bersagliato dai suoi post velenosi in realtà nulla avevano a che fare con gli ideali sbandierati (magari), quanto con gli strascichi di una sua questione privata in cui mi ritiene a torto coinvolto. Una questione che non mi metto neanche a raccontare tanto è stata patetica (matrimonio in moschea, scandali sul Corriere, Magdi Allam di mezzo e via discorrendo: chi vuole conoscere i dettagli li può cercare in rete, dove più che altro c'è la sua versione dei fatti. Che - sia detto per inciso - per me conta come un due di picche). 

Dopo aver avuto la sua occasione d'oro per svuotare la bile accumulata in seguito a quella commedia, la tizia si è trasferita a Cuba. E negli ultimi mesi non ha proferito parola sull'Egitto dove ancora in queste ore si manifesta contro una discutibile costituzione di stampo islamista portata a termine a colpi di decreti presidenziali, in assenza dei laici e delle chiese (a conferma del fatto che in Egitto - come scrissi - la democrazia è intesa come "dittatura della maggioranza". Una battuta prontamente strumentalizzata dalla tizia per sostenere che questa sarebbe invece la mia concezione della democrazia. Niente di più falso). 

Quella prolungata assenza, in questo momento storico, è stata a dir poco curiosa: ma come? Dopo tanto infervorarsi non si esprime più solidarietà all'opposizione laica e liberale che rischia di passare dalla padella alla brace in nome del "permettere ai popoli di sperimentare"? (Un pensiero tipico della "Gauche Sardine". Poi che a fare da topi siano proprio i poveri indigeni non gli passa neanche dall'anticamera del cervello. O più probabilmente non gliene frega niente). In realtà però la tizia non è stata l'unica a scomparire dai radar. Molti altri lo hanno fatto, ed è proprio a loro che mi riferivo quando ho parlato di "vigliacchi" nel penultimo post.

Ma siccome chi ha la coda di paglia prende fuoco subito, la tizia si è finalmente sentita in dovere di scrivere un lunghissimo post in cui - a parte scadere nei soliti insulti diffamatori sul piano personale - più che a parlare d'Egitto tesse le lodi del paese in cui ora risiede. E cosi scopriamo che un paese governato da mezzo secolo dallo stesso dittatore, che ha trasferito il potere a suo fratello, dove per uscire dal paese o per entrare in un albergo per turisti si doveva fino all'altro giorno richiedere un permesso speciale alle autorità che potevano rilasciarlo o negarlo a loro discrezione (e se volete approffondire i dettagli della macchina repressiva potete leggere il rapporto di Human Rights Watch), è un meraviglioso paradiso in cui tutto funziona a meraviglia. Viene quindi spontaneo chiedersi, visto che a Cuba l'istruzione funziona cosi bene (e non lo metto in dubbio), la tizia non crede che sia il caso di permettere a questo popolo coltissimo di "sperimentare" un po' di democrazia? Oppure ritiene che sia più sicuro per loro e sopratutto per lei - fin quando è residente là - accettare questo sistema?

Ora la cosa non mi sorprende: stiamo parlando della stessa persona che scriveva nel 2005: "E a Donna Susan (moglie di Mubarak, ndr), per quanto riguarda analfabetismo e questione femminile, amatissima moglie del Presidente il cui impegno sociale è molto più antico e, ovviamente, efficace di qualsiasi cosa abbia mai fatto, faccia e farà un’Emma Bonino tanto strombazzata da noi e del tutto ignota agli egiziani. Condivido anche le virgole della fotografia che Sherif fa della situazione in questo paese". Il problema è che la tizia condivideva le virgole di ciò che scrivevo e apprezzava l'impegno dei coniugi Mubarak contro l'analfabetismo fin quando risiedeva in Egitto, salvo cambiare radicalmente opinione non appena è caduto il regime a cui ora addossa anche la piaga dell'analfabetismo. E lo sostiene facendo paragoni improbabili con Cuba. Si, proprio cosi: sta paragonando un paese che aumenta di un milione di anime ogni sei mesi ad un isolotto sperduto nei Caraibi.

Ora, per dare la dimensione della profondità delle argomentazioni che vanno in onda da quelle parti e di quanto ci si possa abbassare pur di garantirsi soggiorni rilassanti in paesi che non ci pensano due volte prima di dare il benservito agli ospiti che non sanno comportarsi bene (altro che Mubarak), vi riporto una chicca del pensiero della tizia: "Permettetemi un appunto di tipo estetico: ricordiamo tutti le immagini del processo a Mubarak, con lui steso sulla barella intento a scaccolarsi per ore, mentre i figli cercavano invano di proteggerlo dalle telecamere. Ecco: direi che nessuno al mondo, nemmeno gli anticomunisti più viscerali, potrebbe immaginare Fidel Castro nella stessa postura, offrendo lo stesso spettacolo". Se è per questo nessuno si poteva immaginare di vedere i medici statunitensi spidocchiare Saddam o Mussolini appeso a testa in giù, con la folla che orinava sul suo cadavere. Se un giorno lo stesso dovesse succedere - Dio non voglia - a Fidel, state certi che la signora sarebbe in prima fila. Con un mojito in mano, of course.

martedì 4 dicembre 2012

Un altro riconoscimento per Salamelik.

In un'epoca (fortunatamente lontana, ormai) in cui gli attacchi sistematici dei troll razzisti e xenofobi erano all'ordine del giorno (un assaggio qui), un mio lettore mi scrisse una mail rincuorante che mi risollevò il morale, e che contribuì a scongiurare la chiusura definitiva di questo sito: "Sei rimasto sulla breccia con pazienza e dedizione, hai resistito quando altri hanno ceduto e sei un punto di riferimento nell'ambito di coloro che si occupano di tematiche sociali, di integrazione, di studio dei fenomeni xenofobi. La qualità delle informazioni che offri è sempre alta e i tuoi interventi da polemista sono sempre stimolanti".

Poi è arrivato un importante riconoscimento dal portale Media e Multiculturalità del COSPE che ha incluso questo sito nel registro dei blog più importanti del/sul Medio Oriente, descrivendolo in questi termini: "Il commento alle vicende legate all’area mediorientale, e la conseguente critica alla rappresentazione che ne viene fornita dai media occidentali ed in particolare italiani, è uno dei focus principali del sito. Con uno stile giornalistico graffiante e provocatorio, Sherif segnala notizie riprese da varie fonti italiane ed internazionali e ne rielabora spunti ed interrogativi per ottenere articoli originali e spesso sopra le righe". Quindi è arrivata la segnalazione nella rubrica "I migliori blog di viaggio" del portale Easyviaggio: "I limpidi articoli di Sherif aiutano a decriptare la difficile realtà egiziana".

L'altro giorno è arrivato un altro importante riconoscimento, questa volta dall' ISPO - Istituto per gli Studi sulla Pubblica Opinione - con una mail di Renato Manheimer. Nell'invitare il sottoscritto a partecipare ad un sondaggio in vista dell'istituzione di un "vero e proprio “Osservatorio delle opinioni dei blogger” che dia spazio e rilevanza alla rete e a coloro che la animano", egli scrive: " L'ISPO, l’Istituto di ricerca da me fondato, è da sempre impegnato nell’ascolto delle opinioni delle personalità più importanti e qualificate del Paese. All’Istituto è ormai chiaro che questo ascolto non possa più prescindere anche dal coinvolgimento degli  opinion leader della rete, che sempre di più stanno assumendo un ruolo attivo, ed importante, nella creazione dell’opinione pubblica del Paese.  Per questo motivo il dipartimento digitale di ISPO, ISPO Click, ha selezionato alcuni blog, tra cui il suo, che per importanza e seguito possono legittimamente essere considerati, nel loro specifico settore di interesse, le realtà più interessanti e vitali del web". 

A questo punto mi sembra doveroso rivolgere un ringraziamento, oltre a tutti gli enti e gli studiosi della rete che hanno voluto includere questo sito nei loro osservatori e nelle loro ricerche, anche a tutti i lettori, numerosi e silenziosi (anche troppo ultimamente :)), nella speranza che un giorno - proprio grazie a loro - questo blog possa non solo commentare gli avvenimenti, ma anche influenzarne in maniera decisiva l'evoluzione. Grazie di cuore a tutti voi.

domenica 2 dicembre 2012

La battaglia per l'Egitto e i vigliacchi.

Con una vera e propria maratona di 16 ore di lavori in plenaria e l'approvazione frenetica di 234 articoli, senza concedere tempo per dibattere o presentare emendamenti, l’Assemblea costituente egiziana - un organo  dominato dagli islamisti e da cui si sono ritirati tutti i laici e le chiese e pertanto privo di autentica rappresentatività - ha approvato nella notte tra il 29 e il 30 novembre la bozza della costituzione egiziana. Questa è stata dunque la degna conclusione della settimana dei colpi di mano, inaugurata dal decreto con cui il 22 novembre il presidente Morsi ha sostanzialmente concentrato nelle sue mani tutti i poteri.

Oggi, la Corte suprema avrebbe dovuto decidere sulla legittimità dell’Assemblea costituente e in molti ne prevedevano lo scioglimento nonostante la blindatura presidenziale (a questo punto inutile, visto che la costituente ha fatto in modo di concludere i propri lavori prima che venisse presa una decisione in merito). Ma la seduta è stata rinviata perché cinquemila sostenitori degli islamisti hanno passato la notte davanti all'edificio per impedire l'accesso ai giudici. Le interviste ai sostenitori radunati in piazza dagli islamisti la dicono lunga sullo spirito democratico che serpeggia tra le folle: "Il nostro presidente ha preso una decisione, gli dobbiamo dunque totale obbedienza". Mi sa che i progressisti occidentali dovranno ricredersi, sulle reali capacità del popolo egiziano - quello vero, le masse semplici e analfabete e non quella minoranza di intellettuali e fighetti asseragliati a Tahrir - di convertirsi allo spirito democratico.

Non ho dubbi sul risultato del referendum sulla costituzione, che si svolgerà il 15 di dicembre prossimo, proprio per tacitare "democraticamente" le opposizioni laiche e liberali. L'esito sarà sicuramente identico a quello di tutte le altre consutazioni, in cui il popolo - quello vero appunto - è andato a votare: male. D'altronde la democrazia non è altro che la dittatura della maggioranza. E se la maggioranza non è qualificata, perché vittima dell'analfabetismo e della povertà non ci si può aspettare chissà quali giudizi illuminati. Lo scenario è abbastanza previdibile: da domani i predicatori nelle moschee inviteranno le masse dei fedeli a votare si, e bolleranno chi voterà no come miscredente e ateo. Esattamente come è successo nei referendum precedenti. Saranno distribuiti sacchi di spesa con olio e zucchero e verranno organizzati dei pullman per portare contadini e operai a mettere la croce sul simbolo loro indicato. E tanti saluti agli intellettuali, scrittori, attori, blogger e facebookisti vari che hanno fatto sognare l'occidente.

Ora nasce spontanea una domanda: le vigliacche e i vigliacchi che facevano i "rivoluzionari a distanza" due anni fa, lasciando presagire chissà quali meraviglie della democrazia, dove sono finiti? Perché non mi risulta che questi ipocriti che facevano il tifo per la "primavera" a suon di post e tweet si stiano mobilitando molto oggi per denunciare la piega che hanno preso gli eventi e per sostener l'opposizione egiziana laica e democratica che tanto apprezzano. Specie se teniamo in considerazione che è diventato evidente che quell'opposizione non ha gli strumenti e le capacità per fronteggiare l'avanzata islamista (elezioni e refredum dixit). Non mi risulta che oggi si esprimano a favore della democrazia e della rappresentatività, con la stessa foga e la stessa veemenza con cui diffamavano, insultavano e deridevano il sottoscritto per aver anticipato gli esiti più che prevedibili della cosiddetta Primavera.

Anzi, mi risulta che se  ne stiano ad anni luce e a chilometri di distanza dall'Egitto. E magari fosse per fare la rivoluzione sul serio, almeno stavolta. In qualche caso queste coragiosissime voci si sono trasferite in paesi messi ben peggio dell'Egitto di Mubarak, eppure è evidente che manca loro il coraggio di pronunciarsi apertamente in materia di diritti e di democrazia, preferendo sfornare un'accozaglia di appunti folcloristici. Esattamente come facevano in Egitto, quando la moglie di Mubarak era da loro descritta come "l'amatissima moglie del presidente", salvo poi diventare la consorte del demonio una volta rovesciato il marito. Poi questa gentaglia aveva pure il coraggio di dare a me del vigliacco. Se non si è capito, questa è una pubblica dichiarazione di disprezzo.